“TERZO MILLENNIO”
Poesie di
Catello Nastro
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CINQUANTA ANNI DI POESIE
La prima poesia la composi nel 1957, appena sedicenne, per una mia compagna di scuola, al Liceo Classico, con sede sul porto di Agropoli, che allora comprendeva solo la “banchina” e proprio in quei tempi si incominciò a lavorare per ampliare la struttura per la sempre maggiore presenza di imbarcazioni turistiche. Più che la potenza della poesia potette quella di una motocicletta per cui la destinataria dei miei versi preferì cavalcare una volgarissima moto a danno delle mie inascoltate rime. Tenga conto il lettore che a quei tempi le poesie abbondavano ma le moto erano scarse: quasi rare! E siccome oggi stiamo nel 2007, è facilmente intuibile che scrivo poesie da ben mezzo secolo, cioè cinquanta anni. Agli inizi degli anni ’60 cominciai a partecipare a qualche concorso letterario e ricevetti i premi che mi attribuivano le varie giurìe. Questo mi inorgogliva. Ricevere un premio, anche se una semplice medaglia “vermeille”, o un cartaceo diploma di segnalazione, costituiva per me una enorme gratificazione non per il premio materiale, ma per aver constatato che qualcuno, presumibilmente competente, aveva letto i miei versi e li aveva ritenuti degni di segnalazione. Col passar del tempo più che trofei e coppe mi interessavano le motivazioni del premio scritte da persone di alta cultura che si degnavano di leggere i miei dattiloscritti. Per un certo periodo ho tralasciato la poesia perché, come dicevano gli antichi saggi, “non dat panem”, ed io, emigrante a Torino, che dovevo badare a moglie e figli, avevo ben altre cose a cui badare. Durante la mia permanenza in Piemonte ( 1969 – 1983) ho dato alle stampe vari libri. Il primo fu un libretto intitolato “Versi nella nebbia – poesie di un emigrante – 1969”. A contatto con ambienti culturali piemontesi ebbi modo di conoscere pittori, scultori, grafici, poeti e scrittori di altissimo livello. Agli inizi degli anni ’70 incominciò la mia carriera di critico d’arte. L’ultima pubblicazione di versi risale ad oltre dieci anni fa. Nel Terzo Millennio ho ripreso la passione a comporre versi sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano ed ho anche ricevuto significativi riconoscimenti che non sto ad elencare per non annoiare il lettore. I versi contenuti in questo “quaderno” sono stati scritti dal 2001 al 2007. Dall’inizio del millennio è iniziata la presenza di miei versi in vari siti internet che il lettore navigatore potrà facilmente selezionare sui vari motori di ricerca. Precedentemente la presenza su supporto cartaceo si è avuta in varie antologie. Naturalmente non su quelle a pagamento. Ho suddiviso le mie liriche in cinque sezioni: introspezione – ecologia – società – satira – amore. Ho proceduto a questa “schematizzazione” per favorire i giovani che si avvicinano per la prima volta alla poesia. Non dimentichi il lettore che sono stato professore di lettere ed anche se sono in pensione già da alcuni anni, mi ritengo un educatore permanente. Questo libretto, inoltre, sarà presente nelle biblioteche delle principali scuole del Cilento. E chissà che non riesca ad incentivare ed incoraggiare i giovani alla poesia… Aggiungo, concludendo, che amo l’arte figurativa, la musica classica e leggera ed in particolare modo le canzoni napoletane di un tempo, la musica popolare ed etnica e gli antichi canti cilentani. Ascolto volentieri la musica lirica ed il jazz. Dove c’è poesia c’è arte e dove c’è arte c’è poesia. Ma ve lo immaginate un mondo senza poesia???
IL CONCETTO DI POESIA
Rovistando recentemente nella mia biblioteca, nella quale certamente l’ordine non è di casa, mi è capitato di avere tra le mani un volumetto di circa sessanta anni fa, di Giuseppe Leoni ed Aurelio Petroni, dal titolo “LA POESIA E LA LETTERATURA” – preliminari metodici ad uso dei Licei Classici e Scientifici e degli Istituti Magistrali – editori Di Giacomo, Salerno, 1948, pagine 102. Ed è proprio la prima parte, l’introduzione, che mi ha colpito profondamente facendomi comprendere quel poco che mi mancava per definire il concetto di poesia. Gli autori così scrivono: “ Per intendere a pieno il significato del termine poesia, è opportuno stabilire fin dall’inizio, che ogni uomo è poeta in quanto dotato di una naturale capacità creativa di immagini, allo stesso modo che è anche filosofo, in quanto fornito di una originaria e normale capacità raziocinante. In questo senso soltanto si può dire abbia ancora un valido significato l’antico adagio del “poeta nascitur”. E’ vero che come il filosofo propriamente detto è poi solamente colui il quale, non appagandosi di saltuari giudizi, illuminanti come lampi fugaci il groviglio dei suoi umani problemi e solitamente legati tra loro con nessi di natura passionale, tenta di organizzare in un compiuto e coerente sistema di rapporti logici la sua interpretazione della realtà; - così il poeta, nel significato coerente della parola, è chi con più larga vena crea immagini ad esprimere il proprio sentimento…” Da questi concetti, espliciti e sintetici, gli autori passano alla trattazione, nei vari capitoli, dei seguenti argomenti: INTRODUZIONE – Il concetto di poesia nel tempo – La concezione moderna; I - LA POESIA – Intuizione e concetto – Carattere alogico della poesia – Carattere lirico – Carattere cosmico; II – LA POESIA, LE ALTRE ARTI, LA PROSA – La poesia e le altre arti – La poesia e la prosa; III – LA FORMA INDIVIDUALE E CREATIVA – Contenuto e forma. L’arte come creazione – I generi letterari; IV – IL LINGUAGGIO – Origine e natura fantastica del linguaggio – Gli elementi dell’espressione poetica verbale – Arte e tecnica – Le traduzioni; V – LA LETTERATURA – La letteratura di un popolo – Le forme dell’attività letteraria – Letteratura e poesia – La storia della letteratura ( e non della poesia); VI – LA CRITICA - Il gusto – Metodo storico e metodo estetico. In questo libro di poco più di cento pagine, gli autori ci fanno capire, quasi portandoci per mano, oltre il concetto di letteratura e di poesia, anche le “varianti” e le classificazioni che, se a primo acchito possono risultare al lettore sterili e poco interessanti, alla fine risultano preziosissime ai fini di una catalogazione schematica degli scritti, sia in versi, sia in prosa. Un libro veramente interessante che ho letto tutto di un fiato e che mi sarebbe piaciuto ricopiare integralmente per aiutare i miei lettori giovani che si accingono da poco a comporre versi, a capire meglio il cammino da percorrere.
POESIA E CULTURA
E’ cosa risaputa, oramai, che la poesia è cultura. Come la letteratura in genere, come le arti figurative, come la musica, come tante altre manifestazioni umane che escono un poco fuori dallo schema della lettera commerciale, delle opere architettoniche frutto della speculazione edilizia, dei libri di propaganda politica, dei documenti di adulazione, degli scritti, infine, che hanno infimi scopi che esulano in parte o in tutto dalla manifestazione di arte pura. Proprio a proposito di questo, riporto ancora una volta ciò che ha detto il solito bontempone di provincia, autore di opere agiografiche quasi sempre stampate con contributo pubblico, naturalmente politicizzato, con ampi riferimenti bibliografici, postille e rimandi. Secondo costui Catello Nastro fa bassa cultura…Ebbene, cari lettori, questa osservazioni in primo tempo mi ha irritato un poco, a dire il vero, ma riflettendoci, alla fine mi ha inorgoglito. Fare cultura bassa, o cultura popolare, forse come voleva intendere il più nobile interlocutore, potrebbe significare non essere uno storico. Ed io non mi sono mai definito uno storico, specialmente di quelli che seguono un determinato filone per così dire specialistico. Non sono un ricercatore perché da decenni non sono più un topo da biblioteca. Non sono un famoso ed emerito docente, ma un modesto ex insegnante di lettere di scuola media. Non sono Batman ma un invalido civile. Non sono più un aitante giovane, ma uno che ha già superato i due terzi del secolo, tra molte traversie. Non sono un frequentatore di vita mondana, ma un semplice animatore e collaboratore artistico culturale del Centro Sociale Polivalente locale. Non sono un collezionista di grossi riconoscimenti nazionali perché non frequento certi ambienti . Eccetera…A questo punto il lettore si chiederà: ma allora chi sei? Cosa vuoi? Come ti inserisci nel contesto culturale? Potrei rispondere con un “Lei non lo sa chi sono io!!!” come fanno altri. Ma la mia modestia mi fa divieto assoluto. La mia profonda umiltà mi consente di scrivere versi un poco fuori dagli schemi della metrica tradizionale, racconti demenziali al di fuori della realtà, storia che sa più di satira che di ricerca, paradossi ed assurdità, citazioni ed osservazioni gratuite, asserzioni che esulano spesso dalla logica umana, denunzie incredibili sovente non suffragate da testimonianze concrete… Spesso uso anche un linguaggio grasso, da buon partenopeo, ma certamente non volgare come fanno certi mass media per fare “audience”. Ma io scrivo, cari lettori, per comunicare con gli altri. Da alcuni anni anche su parecchi siti internet gratuiti, come già ho accennato precedentemente, nei quali lo scrittore ed il poeta ( o quanto meno presunti tali) si possono confrontare con lettori di tutte le parti del mondo ricevendo commenti “on line”, non sempre positivi e per di più leggibili da tutti i frequentatori dei siti internet da ogni parte d’Italia e del mondo. Forse sarà vero che faccio bassa cultura, ma non sono vincolato, legato, sottoposto, schiavizzato a nessuno. Scrivo in libertà. Sempre in libertà. Forse i miei versi non li leggerà nessuno… Ma, come scrisse un grande uomo: “ …Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!!!”.
POESIA E SOCIETA’
In un mondo dell’informazione televisiva che ci propina a più non posso programmi avulsi non solo dalla poesia, ma anche dalla realtà, ricercatezze del cosiddetto gossip, oppure una cronaca quasi morbosa di eventi drammatici e addirittura luttuosi che scavano nel dolore solo per fare ascolto, cronaca di vita politica di chiara impronta spettacolare, con scene, dibattiti ed incontri-scontri poco edificanti se non addirittura poco educativi, eventi scioccanti, al limite della vita reale, per non parlare poi di film violenti oppure volgari, come ad esempio i film pornografici, dove il sesso diventa oggetto ed ostentazione smodata privata da qualsiasi componente poetica. Ci sta pure il film cosiddetto “erotico” che raramente, però lascia denotare una componente poetica. Esiste anche una letteratura erotica, ma chi non ha mai visto le riviste erotiche esposte da giornalai compiacenti che poi in fondo altro non erano che volgari riviste porno? Ma il mondo della poesia – fortunatamente – non è completamente assente. Autori come Moravia o Bevilacqua, film come “La vita è bella”, di Benigni, autori di poesie bellissime che spesso leggiamo nei vari concorsi ai quali siamo stati invitati in giurìa, rappresentano la speranza che ancora non tutto è perduto. E poi esiste la poesia della vita… Il pianto di un bimbo che ha fame, il sorriso di una mamma, il canto dell’usignolo, il mandorlo in fiore nel giardino sotto casa, una carezza bonaria di un padre al figlio o di un nonno al nipotino, un tramonto, un bacio candido tra due fidanzatini, uno sguardo d’amore con occhi teneri e languidi… I siti internet che ospitano le mie composizioni in versi sono decine, forse centinaia. In un mondo culturale come quello del Cilento, che pur conta poeti eccelsi a validi – non cito nomi per non fare torto a nessuno – sovente artisti come pittori, scultori, grafici vengono considerati come persone quasi anormali, mentre il poeta viene tacciato quasi di insana pazzia. Questo, fortunatamente, solamente negli ambienti dove il dio danaro è considerato al primo posto nella scala di certi valori che investono solo il mondo materiale escludendo quasi totalmente quello spirituale. Nelle varie manifestazione poetiche alle quali ho presenziato come autore, oppure come membro della giurìa se non addirittura come organizzatore, quasi sempre assieme al mio amico poeta, scrittore e storico del Cilento Antonio Infante, ho avuto modo di conoscere poeti validissimi che, coi loro versi, mi hanno comunicato emozioni incommensurabili. Nella terza età, collaborando col “Centro Sociale Polivalente città di Agropoli”, con la “Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia”, con la Famiglia Cilentana, col giornale “Il Cilento nuovo”, ed inoltre con varie associazioni culturali, con giornali e riviste letterarie, con diecine di siti internet, di cui uno dedicato ai nuovi poeti del Cilento, ed avendo, come pensionato, maggiore disponibilità di tempo libero, mi sto dedicando maggiormente alla pubblicazione di libri. Pensi il lettore che questo è il terzo edito nel 2007. La visione personale di eventi e cose, il prolungato elemento di substrato culturale, la sensibilità nel cogliere fatti rilevanti da piccole manifestazioni naturali, sociali o culturali, l’amore e l’odio, la rabbia ed il compiacimento, l’attenta osservazione di piccoli-grandi protagonisti del Creato, la voglia di dare un messaggio ai giovani, molti dei quali completamente assenti da un contesto socio-culturale, proprio perché in passato protagonisti di una deleteria latitanza scolastica da me svariate volte denunziata attraverso i miei articoli, vittime di una società materialista che considera la validità delle persone dalla cilindrata della propria automobile oppure dal numero e dall’età delle amanti, oppure dall’abito griffato che costa varie centinaia di euro, dalla pelliccia di visone o anche dalla qualità e quantità di oro e gioielli platealmente ostentati in serate mondane che di cultura rappresentano ben poco, la ferma volontà di riportare le nuove generazioni agli “antichi valori cilentani”, valori distrutti dal consumismo ma non adeguatamente sostituiti da altri non meno validi di quelli dimenticati – insomma, e concludendo – anche come vecchio professore in pensione, dalla scuola ma non dalla vita – le mie composizioni poetiche investono vari “settori” che così potrei schematizzare:
* ricordi e antichi valori cilentani
* amore e famiglia
* società
* natura ed ecologia
* introspezione
* religione e libertà
* comunicazione ed educazione
* gioia e tristezza
* satira e paradossi.
Sia ben chiaro, per il lettore attento ed oculato, che tutti questi settori non sono a compartimento stagno, ma nei miei versi si integrano formando addirittura componimenti di insieme in cui gli elementi sono inscindibili. Un giudizio sull’editoria. In Giappone, ed in molti altri stati, esiste una commissione ministeriale che legge, seleziona e fa pubblicare libri di poeti ritenuti validi. In Italia è quasi impossibile trovare un editore che pubblichi versi di un poeta sconosciuto e per di più di periferia. I siti che ospitano miei versi li potete trovare sui vari motori di ricerca. Infine: perché POESIE DEL TERZO MILLENNIO??? Questo lo dovete scoprire voi…Grazie per la lettura.
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POESIA SOCIALE
BAMBINI DEL TERZO MONDO
Bambini senza favole
occhi senza sorrisi,
domani senza speranze,
apatia di un mondo crudele..
Ventri rigonfi di fame,
rattrappiti arti barcollanti,
volti scheletrici rinsecchiti
bagnati solo da lacrime.
E’ questa una vita di merda
di esseri umani definiti incivili
o forse è siffatto il nostro mondo
che consente consenzienti abbandoni.
Ed è l’iniqua globalizzazione,
percorso obbligato di una civiltà in declino
che mai potrà dirsi evoluta
finché ci sarà al mondo un bambino che ha fame.
CHI SARA’ IL PROSSIMO
Chi sarà il prossimo ad aprire le danze?
Chi avrà il piacere di ballare il primo valzer?
Chi abbraccerà la principessa
che sospira con le spalle appoggiate alla parete?
E’ il tempo di ballare l’ultimo valzer,
di ascoltare i tre quarti del tempo,
di stringersi tra le braccia
e fare finta ancora di amarsi.
E’ giunta l’ora di presentarsi,
di comunicare agli altri il proprio nome,
di far conoscere i propri titoli nobiliari,
che tutti sappiano del pedigrèe.
Nel camino un fuoco fatuo s’accende,
riscalda i talloni delle nobildonne
e le chiappe rattrappite delle antiche signore
che aspettano il cameriere per un goccio di grappa.
E’ la storia dell’antico drink
che sorbiva nelle sere d’inverno
quando nemmeno l’amore
serviva a riscaldare il suo cuore.
Ora tutto sul teleschermo
si presenta triste lo sceneggiato,
recita così bene la parte di troia:
l’attrice non finge: è reale.
S’abbassi la tenda:
che schifo appare sul palco
d’un teatro classico, serio,
da tutti ritenuto alla moda.
Ma l’attore protagonista
non riesce a togliersi di dosso
l’artefatto costume di scena:
e come un pagliaccio abbassa il sipario.
E MAIL
E spareranno messaggi di pace,
si conosceranno senza conoscersi,
si ameranno senza vedersi,
scruteranno nell’animo
senza guardarsi negli occhi,
si affratelleranno
nella comune origine,
si scambieranno valori,
si doneranno idee,
butteranno le fondamenta
per il grattacielo dell’avvenire.
Sapranno gestire la ricchezza spirituale
triplicata dalla tecnologia?
Sapranno cogliere i frutti più dolci
del terzo millennio?
Sapranno rivalutare l’amore? …
GIOVANNI
Giovanni aveva una salumeria
guadagnava abbastanza
per sfamare moglie e tre figli
e pagare le tasse ed il fitto.
Giovanni per risparmiare
aveva smesso pure di fumare
di comperarsi una camicia nuova
di prendere il caffè al bar con gli amici.
Un mattino, fuori pioveva a dirotto
ed i piedi nelle scarpe bagnate
sembravano quasi navigare
sottratte al calore umano.
Nella salumeria disertata dalla massaie
per l’inclemenza del tempo
entrarono due loschi figuri
dal volto triste e accigliato.
Giovanni li guardò e pensò
che non erano venuti per mezzo chilo di pane
e tre etti di mortadella affettata
di quella in offerta speciale.
Erano quelli della sorveglianza privata
- così loro chiamano la cosca del pizzo –
ed imposero la polizza e l’infausta tariffa
a Giovanni tremante che per poco non svenne.
Dopo tre mesi, non potendo pagare,
Giovanni fu costretto a cambiare mestiere.
Ora lavora in nero in un cantiere abusivo
dieci ore al giorno per un tozzo di pane.
HANNO RUBATO LA PENSIONE A NONNA GIUSEPPINA
Nonna Giuseppina era andata alla posta
come faceva da anni ogni cinque del mese.
Come sempre indossava l’abito nero
per la recente morte del marito Tonino.
Aveva novant’anni l’antico consorte
quando volò nel mondo dei giusti.
Qualcuno spiò la lenta vecchietta
mentre riponeva nella borsa i soldini.
Appena scesa dal marciapiedi
stava per attraversare sulle strisce pedonali.
Dal motorino che passava veloce
s’allungò un braccio livido al centro.
Nonna Giuseppina fu spinta a terra
mentre il motorino s’allontanava nel traffico.
I SOGNI DEI VECCHI
Volano i sogni dei vecchi
tra grigie nuvole
turgide di pioggia
nel cielo tempestoso
che cede il posto alla notte.
Arrancando si librano nell’aria
appesantiti dagli anni
e rovinosi acciacchi
forieri della fine del viaggio
una volta dismessi dal respiro.
Con ali di cartone tremolanti
sorvolano campi di grano
vigneti verdeggianti di ebbrezza
case rigogliose di vita novella
al dolce canto di gridi di bambini.
E volano su spiagge una volta assolate
turbolente di canzoni d’amore
di baci non pianificati
di sorrisi elargiti ai vicini d’ombrellone
di corpi grondanti acqua di mare.
E volano sui verdi ricordi della giovinezza,
alla prima raccolta di un bocciolo di rosa,
al primo sfogliare di una margherita,
al primo mazzolino di fiori di campo,
al primo bouquet di fiori della sposa.
E volano al crescere dei figli impegnati al lavoro,
all’impertinenza dei nipotini viziati,
alla raccolta di giocattoli abbandonati,
alla partita a carte nel circolo del rione,
alla gita in torpedone del centro sociale.
Lasciamoli sognare i vecchi.
Con le ali di cartone non voleranno lontano.
IL GALLETTO
Fai il galletto
perché la mamma cretina
ti ha comperato il fuoristrada
coi soldi della speculazione edilizia
di quel disonesto di papà.
Fai il galletto
perché hai il centone in tasca
la carta di credito
ed il pacchetto di Malboro.
Fai il galletto
perché stai alla Sapienza
ed ha fatto pure due esami
in quattro anni.
Fai il galletto
perché hai la ragazza coi capelli ossigenati
e la minigonna così corta
che lascia intravedere le mutande.
Fai il galletto…
Chicchirichì dalla tua collina:
ma non ti sei accorto
che stai su una collina di merda.
IL GATTO ED IL PITBULL
Il gatto prendeva il sole
sdraiato sul pavimento
di cotto fiorentino
sul pianerottolo della scala
che da ingresso alla sala
al primo piano della casa di campagna.
Il gatto sembrava quasi dormire
non gli fregava niente dei topi
ruspanti dalla coda lunga
e gli occhietti spiritosi
come si vedono spesso in TV
nei programmi di cartoni animati.
Il pitbull, infame cagnaccio
dell’impotente figlio dei vicini di casa
degno compare del suo violento padrone,
prepotente camorrista a quattro zampe,
educato alla lotta e ad una assurda barbarie
l’agguantò al collo e con forti mascelle lo strinse.
Il gatto rimase immobile a terra
il suo sangue tingeva di rosso le piastrelle
mentre l’assassino inveiva sul rassegnato corpo.
solo gli occhi sbarrati nel vuoto a guardare il giardino
sembravano quasi chiedere il perché dell’atroce delitto:
“ Perché uccidi per gioia, tu, che non sei un essere umano?”
L’ARCA DI NOE’
E giunse il momento dell’imbarco.
trovò posto l’uomo
trovò posto la donna
trovò posto il leone
trovò posto l’asino
trovò posto l’agnello
trovò posto il cane
trovò posto il gatto
trovò posto il cammello.
Giunse il pidocchio
ed il guardiano lo fermò.
“ Sei pidocchioso – disse –
non puoi entrare nell’Arca di Noè! “
Il vecchio nocchiero
dall’alto della prora
guardò la scena, sorrise
e disse al guardiano:
“ Lascialo passare.
Nel mondo del domani
troverà posto anche lui.
Se non ci sarà il pidocchio
con chi si confronterà il saggio?”
LA NUOVA RESISTENZA
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando un innocente verrà accusato
di aver rubato i soldi dello Stato
ed un colpevole riderà sdraiato
all’ombra di un palmizio ai Caraibi
con l’indigena che lo sollazza di notte
ed il conto in Banca Svizzera
che lo soddisfa di giorno.
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando il colpevole tace
e l’innocente va in galera
quando l’elettore corrotto
manda il candidato corrotto in Parlamento
ed il cittadino onesto non compete
per paura di essere fagocitato.
Inizia oggi la Nuova Resistenza:
quando anche tu alzerai il culo
dalla poltrona del tuo egoismo.
LA PANCHINA
Stanno abbracciati all’ombra
della verde giovinezza,
sulla panchina sgombra
nella deserta villa comunale.
Ogni tanto uno sguardo fugace
sugli arrancanti vecchietti
che vincendo l’antica artrosi
si riposano appoggiati agli eucaliptus.
Poi tornano a guardarsi negli occhi,
a scrutare ribollenti pensieri
imbarcandosi sul vascello della fantasia
per immense distese marine lontane.
E il sole controlla dall’alto
riscalda e illumina il sentimento,
e da una rara nuvola di zucchero filato,
Dio, compiacente, li osserva e sorride.
LA TV DEGLI STRONZI
La TV degli stronzi
fa vedere i bambini invalidi per la guerra,
le madri piangenti, i vecchi morenti,
le fanciulle straziate, le ragazze violentate,
le case sventrate, le strade deserte,
gli ospedali sfollati.
La TV degli stronzi fa vedere Beautiful
e la partita di pallone di piedi miliardari,
il film violento e lo sceneggiato cretino,
il film porno, il telefono erotico
ed il filo diretto con le puttane del 144.
La TV degli stronzi non fa vedere
chi vende le armi ai cecchini
chi violenta le donne indifese,
chi si arricchisce col 144,
chi si deforma il cervello
vedendo il film violento.
LUI E’ INNOCENTE
Se il politico specula,
il ladro ruba,
lo spacciatore spaccia,
il falso tifoso fa violenza allo stadio.
Se il commerciante non fa lo scontrino,
la globalizzazione è iniqua,
i seni sono al silicone
e pure l’amore, spesso è recitato.
Se la ricca signora ama gli animali
e indossa una pelliccia assassina,
se compra la bistecca al suo cane di razza
e prende a calci il bastardo affamato.
Se la scuola non educa i giovani,
se la televisione fa programmi sguaiati,
se le istituzioni non funzionano,
se siamo tutti un poco sbandati.
Se sulla terra c’è chi muore di fame,
ed esiste ancora la guerra,
se viviamo in un mondo di merda,
il culo non c’entra: lui è innocente.
PEZZI DI RICAMBIO
Bambini abbandonati,
estirpati alle radici violenti,
trasbordati su una carretta del mare,
trapiantati a forza in un suolo non proprio,
schiavizzati dalle famiglie e dai compaesani,
venduti a trance al mercato dei trapianti,
vivisezionati, espiantati, violentati
nelle viscere più recondite,
privati dei polmoni, del cuore, dei reni,
della cornea.
Dottori di merda, traditori
del Sacro Giuramento di Esculapio
macellai di carne umana,
prostituti della loro professione.
La vita di un ricco vale di più
di quella di due poveri.
Una mamma sorriderà
al figlio che ritorna alla vita,
una madre piangerà
al figlio smontato, squartato, sezionato…
Pezzi di ricambio.
POVERUOMO
Non hai capito,
niente della vita
dell’illuso poeta
che incurante
delle fatue sollecitazioni
che fallaci lo attraggono
cammina quasi volando
a venti centimetri dal suolo.
Poveruomo
che t’affanni
a cumulare ricchezze
che i tuoi stupidi eredi
sperpereranno in gioco,
lussuose automobili,
alcol e puttane.
Guardati
allo specchio della coscienza:
fai schifo…
SALVATE IL MONDO
Salvate il mondo
dai guerrafondai
dagli speculatori
dagli imperialisti
dai menefreghisti.
Salvate il mondo
da coloro che inquinano il pianeta,
da coloro che affamano i popoli
da coloro che si arricchiscono
passeggiando sulla schiena dei poveri.
Salvate il mondo
dai mass media disonesti
da chi semina zizzania
da chi predica bene e razzola male
dai falsi preti e dai camaleonti.
Salvate il mondo
dalla cattiva globalizzazione
da chi vuole dominare
dai maniaci, dai pazzi,
dai falsi storici.
SIGNORE DAMMI LA FORZA
Signore, dammi la forza
di sopportare un uomo meschino,
una donna volgare,
di ascoltare un amico noioso,
di passeggiare con un tale presuntuoso,
di soccombere talvolta a un violento,
di subire un discorso offensivo,
di soggiacere per forza ad un compromesso,
di essere attore di una scena non mia.
Signore, dammi la forza
di poter vivere al sereno,
di godere della tua pace,
di poter praticare l’amore per gli altri,
di non dover calpestare le schiene dei poveri,
di non innalzarmi abbassando gli altri,
di cantare le tue lodi,
di vivere con dignità.
SULLE ALI DI UNA NUVOLA
Volteggiando
sulle ali di una nuvola
il cielo terso
e guardare in basso
il mondo che s’affanna,
che corre veloce
che prepara la guerra
che da solo
si butta nel baratro
della violenza
della speculazione
dell’ inquinamento
dell’autodistruzione.
Dovrò scendere
abitare tra i cosiddetti umani
spartire le loro usanze
i loro costumi
le loro cattive abitudini
le loro ipocrisie.
Dovrò scendere:
questo è anche il mio mondo.
TEMA.
IL MESTIERE DEL TUO BABBO.
SVOLGIMENTO.
Il mio babbo fa il pescatore.
E’ povero.
Non può comperarsi nemmeno
Il motore per la barca.
Quando torna a casa puzza di pesce.
Il mio babbo fa il contadino.
E’ povero.
Zappa dieci ore al giorno
ed è sempre stanco.
Quando torna a casa è pieno di terra.
Il mio babbo fa il falegname.
E’ povero.
Le tasse si mangiano tutto il suo guadagno.
Quando torna a casa porta un sacco di segatura.
Il mio babbo fa il muratore.
E’ povero.
Lavora in nero
e non è nemmeno assicurato.
Quando torna a casa ha sempre paura del licenziamento.
Il mio babbo fa il cravattaro.
E’ ricco.
Non lavora.
Vive col lavoro degli altri.
Quando torna a casa non porta mai la cravatta.
TERRA SANTA
Scannarsi nel nome di dio!!!
Ma quale dio ha detto scannatevi???
Contesa nel nome del temporaneo
movente pretestuoso il divino.
Giovani agonizzanti, vittime innocenti…
Chi sobilla la rivolta, chi cosparge di violenza la pace?
E cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte…
Ed il rito sacrilego si rinnovella ad ogni scontro:
e un padre che piange il figlio colpito
da uno scellerato proiettile vagante,
e un giovane che giace a terra.
…………………………………….
…………………………………….
…………………………………….
…..dio non c’entra!!!
Basta ! posate i fucili ed afferrate la vanga.
Il terreno ha bisogno di essere rimosso.
Domani, concimato dalla pace, darà buoni frutti
e non chiederà di che religione siete.
‘O VASCIO
Quando sei nato in un basso
e vuoi salire più in alto;
quando sei nato povero
ed aspiri all’agiatezza;
quando sei nato morto di fame
e vorresti azzannare tre panini
traboccanti di fette di prosciutto;
quando sei nato nell’ignoranza
ed aspiri alla cultura, alla laurea;
quando sei nato lento
ed aspiri a correre nello stadio;
quando sei nato prigioniero
ed aspiri ad una dignitosa libertà;
quando sei nato in un basso
in un vicolo di Castellammare di Stabia
ed aspiri a comporre poesie,
lo puoi fare solo se tuo padre
ti ha lasciato in eredità
un grande insegnamento d’amore.
C’ERO ANCH’IO
C’ero anch’io
quando le bombe alleate
luttuosamente cadevano
da un cielo scuro e minaccioso.
C’ero anch’io
quando s’incominciò
a fare il pane
con la farina alleata.
C’ero anch’io
quando si iniziò
a dissodare il terreno
con le mani sanguinanti.
C’ero anch’io
quando i ricchi si arricchirono
ed i poveri diventarono più poveri
perché vivevano in cristiana comunione.
C’ero anch’io nel ’68,
quando si incominciò
a contestare uno stato
di ingiustizia propinata legalizzata.
C’ero anch’io
quando assassinarono
l’onorevole Moro
con dirette televisive.
C’ero anch’io
quando eliminarono Falcone
gareggiando allo stremo
le istituzioni traballanti.
Ci sono ancora…
per difendere i diritti dei nonni,
costituire nuovi centri sociali
aiutare i coetanei a concludere…
POESIA INTROSPETTIVA
ATTRACCHERA’
Attraccherà la nave della vita
al porto ultimo della quiete,
al bacino di carenaggio
per le unità marittime dismesse.
Getterà l’ancora
nei sabbiosi fondali,
bisunti da chiazze oleose,
pesanti, inquinanti, oscuranti.
Il capitano scenderà dalla scaletta
e come Wanda Osiris troneggiante
saluterà il corpo di ballo
e congederà il nostromo.
L’equipaggio già penserà
ad un altro imbarco
per mari lontani oltre l’equatore
per mete distanti ed infinite.
Dal molo il capitano triste
saluterà il fumoso futuro relitto
e penserà alle eterogenee traversate
ora col mare in quiete, ora in tempesta.
Un ultimo sorriso illuminerà
il solitario pensionato battello
dai fianchi arrugginiti
dall’elica stanca e consunta.
Quanti viaggi, quanti ricordi,
quante onde, quanta calma,
quanti porti, quanti marinai,
quante puttane agli ormeggi.
Un bambino scruta l’orizzonte,
quasi alla ricerca di un infinito lontano,
di mete misteriose, di porti stranieri,
di antichi vascelli a vapore.
Il capitano saluta e va via…
COSI’ SIA
Così sia, questa tua richiesta…
Hai voluto venire a cercarmi
nel bosco dei pensieri cattivi
come il lupo Cappuccetto Rosso.
Ed io ignaro ho atteso il tuo arrivo
sperando in un mondo migliore:
in un barlume di fiducia cosparso di nafta
già pronta a prendere fuoco.
Ma perché vieni ogni sera,
alla stessa ora al solito posto?
Forse speri di trovare il supplente
di questo essere umano indifeso.
E’ l’ultimo anelito di speranza,
impregnato di fede e fiducia,
che tiene a galla in questo mare
burrascoso, cosparso di merda.
Non sperare di portarmi a fondo,
non t’illudere di schiacciare
la mia testa caparbia nel flutto:
respiro e so ancora nuotare.
E allora va, e comunica il messaggio
al demone che qui ti ha mandata:
fagli sapere che io non m’arrendo
e che tengo la spada sguainata.
L’aspetto al varco l’infame,
che venga armato di lance e pugnali:
l’ucciderò, inesorabilmente, senza pietà,
con la residua forza del solo pensiero.
FORSE
Forse la gente come me
non ha più il diritto di vivere
perché non trova il coraggio
di continuare a vivere.
Forse nella tempesta
si scoraggia e s’abbandona
senza nemmeno avere la forza
di attaccarsi ad un relitto della nave.
Ma…mentre tutto già sembra perduto,
mentre le onde già incombono,
minacce terribili alla dignità dell’uomo,
ecco di lontano la barca delle fede.
Le onde s’abbattono sul relitto indifeso,
l’amletico dilemma si pone profondo:
essere o non essere:qui sta il problema.
Si riprende a nuotare tra le onde.
Non tutto è perduto: un sorriso d’amore
canotto di salvataggio afferri a forza
tra la schiuma delle onde:
all’orizzonte la quiete ecco appare.
Ti domandi chi sei, che fai,
in questo tragitto che è la vita.
E poi riprendi la spada dal fodero
e incominci a combattere.
Ma le onde son chete
chi sarà il prossimo nemico?
Quello che t’aspetta tra l’onde
o quello appostato sulla nave?
Ed ecco tra i marosi apparire,
lei, la sirena, la chimera fantastica,
l’illusione, la fantasia, l’amore,
l’orgoglio di essere ancora vivi.
GESU’ BAMBINO E’ TRA NOI
Gesù Bambino è tra noi!
Tra i ragazzi mutilati dalle bombe,
tra i profughi perseguitati,
tra le bambine prostitute,
tra i ragazzini stuprati dai pedofili,
tra i minori innocenti uccisi dalle faide,
tra i rapiti ai loro giochi dalla mafia,
tra gli asportati indifesi
dall’anonima sequestri,
tra i desaparesidos ,
tra i rapiti scomparsi
per i trapianti d’organi,
tra i “chi li ha visti”
dei mercanti di carne umana,
tra i poveri abbandonati dall’indifferenza,
tra gli indifesi della metropoli,
tra gli handicappati,
i figli dei carcerati,
i malati di AIDS.
Uno sguardo, un sorriso, un pezzo di pane…
Gesù Bambino è tra noi!
IL GRANDE TEMPIO
E pregheranno tutti nel Grande Tempio,
Cristiani e Musulmani, Ebrei e Buddisti,
Ortodossi ed Anglicani,Protestanti e Taoisti.
Fianco a fianco mescoleranno gli aliti,
al fumo dell’incenso, al profumo di preghiera.
Anche gli Atei pregheranno un dio
nel quale non credono e che non ascoltano.
Ed i cuori di tutti si solleveranno
e gli animi si innalzeranno al Massimo Creatore.
E tutti
- senza curarsi del colore della pelle –
- senza chiedere il perché del proprio credo –
- senza richiedere la provenienza culturale -
- senza guardarsi nel portafogli o nel conto in banca –
sorrideranno al Sole, alla Luna, al Vento,
all’Aria, alla Luce, al Calore, alla Fratellanza.
E Dio dal cielo sorriderà;
e Frate Francesco sorriderà;
e Padre Pio sorriderà;
e San Giuseppe sorriderà;
e Padre Giacomo sorriderà.
E Gabriele annuncerà al mondo
la nascita della tolleranza.
IL SECOLO CHE MUORE
Cosa ci ha portato
Il secolo che muore?
I film della guerra in Vietnam,
i nonni di Vittorio Veneto,
i pensionati della Seconda Guerra,
il morbo dell’AIDS, gli schiavi della droga,
i figli in provetta, computers ed internet,
la fame nel mondo, l’integralismo,
l’insofferenza, la guerra fredda,
i morti del sabato sera,
gli scandali rosa dei regnanti,
le scappatelle dei potenti,
le nefandezze dei pedofili,
i mariuoli di tangentopoli.
E poi…
Il Piccolo Grande Papa,
il volontariato, le grandi scoperte della medicina,
l’aiuto della scienza, la lotta alla sofferenza,
la ricerca della giustizia,
la globalizzazione,
la volontà di pace, l’unificazione dei popoli,
la riscoperta degli antichi valori,
l’ecologia, l’avvicinarsi della gente,
la partecipazione al dolore cosmico,
la riconversione morale dell’individuo,
la presa di coscienza dei cittadini del mondo.
E poi…
Cosa ci porterà
Il secolo che viene?...
IL TRESSETTE
Me ne andrò come Gianni,
seduto ad un tavolo antico
consunto dal tempo e dall’usura
di pugni sbattuti per rabbia
per una carta giocata male
per una svista compromettente
quattro amici in competizione
in attesa della chiamata definitiva.
Me ne andrò come Gianni,
senza un gemito, discretamente,
senza imprecare alla sorte,
senza tirare in ballo il destino,
chiamando il due di coppe,
una carta bistrattata, umile,
ma risolutiva di situazioni
compromissive, in attesa del trentuno.
Me ne andrò come Gianni,
tra il pianto degli amici,
lo sgomento dei cari,
la disperazione di chi l’amava,
il compianto dei compagni di gioco,
che gioivano ai suoi richiamo,
che godevano nella vittoria,
godevano nella sconfitta.
Me ne andrò come Gianni,
sorridendo alla vita che va via,
al sorriso dei cari, al compianto degli amici,
alla costernazione degli occasionali,
alla morbosa curiosità dei passanti,
alle lagrime versate dai compagni di tressette:
di quelli che prevalevano
e di quelli che soccombevano.
Me ne andrò in silenzio,
con dignità, vivendo,
una vita vissuta d’errori,
di fatua gloria frutto della poesia,
appendice fantasiosa
ad una vita fantastica.
Con tante sconfitte…
Con tante vittorie!!!
(15 giugno 2006 ore 23,24)
LA NOTTE E’ BUIA
La notte incombe sul mondo
che non ancora ha apprezzato la luce
e s’illude con una fioca e instabile lampadina
appesa ad un filo tremante dal vento.
La notte è buia e profonda:
le tenebre dominano senza sosta
e spingono gli esseri umani
ad un sonno menzognero e fugace.
La notte porta il sonno,
ma solo a chi dorme di giorno.
Al buio forse è meglio vegliare
e passare le consegne al pensiero.
Anche i ladri escono di notte.
Anche gli amanti escono di notte.
Anche i sonnambuli escono di notte.
Anche i topi dalle fogne escono di notte.
E’ un via vai di eterogenee attività
che se fossero produttive
eliminerebbero la fame dal mondo
ancora folto di assassini.
Di notte dormo e non dormo.
Di notte penso e non penso.
Di notte amo e non amo.
Di notte sono sempre sveglio.
Penso al malvagio che arranca nel buio,
al diverso che vorrebbe assopirsi,
all’amante che vorrebbe sfogarsi,
all’innamorato che vorrebbe volare.
E proprio sulle ali della fantasia
anch’io mi imbarco e dalla prua
della veloce nave del pensiero
m’illudo di essere il comandante.
Forse sbaglierò rotta,
m’infrangerò sugli scogli emergenti
dai flutti maestosi ed imperterriti:
ma devo continuare a navigare.
Devo trovare il porto della quiete
dove le onde del mare sono più blande,
e con la schiuma fugace che le accarezza
sembrano suonare a tempo di valzer.
Oramai il viaggio sta per finire.
Sovente ho intravisto all’orizzonte
il porto illuminato e stracolmo di navi:
ma non ho trovato mai il coraggio di attraccare.
Nuoto tra i marosi, relitto navigante,
superstite di una ciurma in ammutinamento,
e godo al volo vellutato e lieve
dei candidi gabbiani che volteggiano in cielo.
LA PACE
La pace non è un diploma:
se studi puoi conseguirlo.
La pace non è un lauto pranzo:
dopo ti senti sazio.
La pace non è un litro di vino:
all’ultimo bicchiere ti senti ebbro.
La pace non è la droga:
dopo la dose viaggi.
La pace non è la fuoriserie:
schiacci l’accelleratore e voli.
La pace non è la ricchezza:
puoi comperare tutto.
La pace non è una villa sontuosa:
ti senti un re nella sua reggia.
La pace non è una puttana:
l’orgasmo ti esalta.
La pace è alzarsi al mattino
e sorridere di gioia al mondo.
LA PREGO ,SIGNORA…
La prego, signora,
non venga a turbare
i miei sopiti pensieri
consunti dal tempo,
rosi dalle traversìe,
mutilati dagli affanni.
E’ tempo oramai,
di archiviare i ricordi,
di catalogare le immagini
su un meccanico cd,
di selezionare il colore
e di scaricare quelle sbiadite
che il cuore vuole cancellare
dalla memoria del proprio computer.
Addio, signora…
LE TENEBRE
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Non riesco più a dominare i pensieri
offuscati dall’ignoranza
di chi mi circonda
di chi ha abbordato la mia nave
già sconquassata dalle onde.
Anche la fantasia
è stata minacciata,
linciata, vituperata.
Sta per cedere alla violenza morale
di chi non riesce
a scrollarsi di dosso
la sua ciambella di merda
con la quale galleggia
in un lurido mare di piscio.
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Spero solo di affogare
in un mare cheto,senza onde.
Immergermi nel nulla
e ritornare mittente.
LEI ERA BELLA
Lei era bella, vestita di rosso,
nel galà dei poveri stronzi
che s’illudevano di essere nobili
alla tavola rotonda di re Artù.
Che squallore vedere degli esseri umani
atteggiarsi a paladini del mondo:
che tristezza notare il pallore del volto
di squallidi servi prezzolati della gleba.
Marmaglia indolente vestita a festa
in alto portata da un capovolgimento politico
che non aveva risparmiato nemmeno
gli innocenti clandestini.
Sparare a mitraglia, colpirli nel cuore,
sbarazzarsi delle carogne ingombranti,
evitare le putrefazione perpetrata nel tempo,
di una storia che spesso racconta bugie.
Solo lei era bella, vestita di rosso,
in un mondo cosparso di nebbia,
dove anche arrancare nel buio,
diventava un enigma conturbante.
La chimera, nascosta in un angolo della casa,
fugace, fa la sua apparizione:
notifica il suo atto di dualismo esistenziale,
e poi nel vicolo oscuro delle tenebre scompare.
Lei era bella, vestita di rosso:
lieve danzava tra le sue coetanee,
mi guardava, ed io la guardavo.
Alla fine della serata si dileguò nel corridoio.
NASCE IL SOLE
Guarda:
nasce il sole.
Illumina la terra
riscalda la fronte
sorride al mondo
si riflette sul mare
abbaglia i viandanti
illumina gli amanti
prepara le tenebre
da fiducia al domani
rinverdisce le foglie
carica i muscoli al lavoro
abbronza i corpi nudi
intiepidisce le acque
da tepore alle coltri
riavvicina gli innamorati.
Guarda:
nasce il sole.
Per tutti…
OMBRE
Strane ombre incombono
nella notte dei sogni sereni
e rattristano momenti incontrollati
dominati dalla fantasia.
Oscure nuvole dal colore grigio
minacciose di gravidi temporali
provocano sussulti al cuore
insonnolito nel tepore delle coltri.
Ma è la regina della notte
sovrana assoluta del fantasticare
dominatrice rasserenante dell’inconscio
che viene in soccorso agli umani.
E il contrasto s’affievolisce
ed il turbinìo dei cattivi pensieri
sprofonda nel cestino dell’oblio
e nelle tenebre appare la luce.
Ma all’alba il risveglio sarà reale
quando ci riporta in un mondo fallace
e ipocrita nel suo andazzo materialista
sicchè preferiresti tornare a sognare.
QUANDO BACI TUO FIGLIO
Quando baci tuo figlio
nel cuore della notte,
lievemente,
per paura di svegliarlo.
Quando poni la tua mano calda
sulle rosse guance
e sorridi
al tremolio del contatto.
Quando lo guardi per ore ed ore
e sorridi al suo notturno sorriso
ed il tuo cuore batte
coi battiti del suo cuore.
Quando ti verrebbe voglia di svegliarlo
e dialogare con lui
per far sentire la tua presenza
per far sentire il tuo amore.
Aspetta l’alba:sarà più radiosa;
dagli un bacio:sarà più dolce;
fagli una carezza:sarà più vellutata;
abbraccialo:abbraccerai il mondo.
E’ la presenza del padre,
è la presenza di Dio
che fa crescere i figli
nel rispetto dell’amore.
QUANDO CHIEDERANNO DI ME
Quando chiederanno di me
dirai che ho amato il mondo
che sono vissuto di vita
che ho fatto tante cose
inutili
ma tante cose
incomplete
ma tante cose
disordinate
ma tante cose.
Che ho amato l’amore
ed ho odiato l’odio
che ho amato il giorno
e contemplato la notte
che sono vissuto d’amore…
QUANDO RIVEDREMO LA VERA LUCE
Sarà la nuova alba
con nuovi colori
nuova visione della vita
nuova gioia
e ci ritroveremo tutti affratellati
abbracciati nel macrocosmo.
Abbandoneremo i vecchi rancori
gli inutili egoismi
le futili ire
le fallaci ricchezze terrene
i motivi di falso orgoglio
la ricchezza materiale
l’evanescente bellezza fisica
l’inutile fuoriserie.
Sarà la nuova alba
e ci risveglieremo
più leggeri
più eterei
più sani
più nobili
più vivi.
Sarà la nuova alba:
ma non aspettiamo
il Giudizio Universale
per farla sorgere.
QUESTA E’ L’ULTIMA SCENEGGIATA
Quando calerà il sipario
e le corde verranno tirate
e la scena non riprenderà più luce
e gli attori non calcheranno più il palco
ed il suggeritore chiuderà per sempre il copione
ed il teatro rimarrà per sempre deserto,
umilmente, Dio, mi presenterò al Tuo Giudizio.
Sarà l’ultima sceneggiata,
perdono, se agiterò le braccia,
perdono, se alzerò la voce,
perdono, se cercherò di farmi credere.
Ma la mia vita è stata sempre una commedia:
una sceneggiata, come si dice a Napoli.
Tutti hanno fatto finta di credermi,
tutti hanno accennato un sorriso,
alla fine tutti hanno applaudito.
Perdono, Signore, se ancora reciterò,
se ancora mi illuderò.
Questa è l’ultima sceneggiata:
ma stavolta l’attore è sincero…
RESTA
Ti prego: resta almeno nei sogni
fantastica illusione di un bene mai avuto
di un libro mai letto
di un bicchiere di vino mai bevuto.
Resta pure a confortare la fantasia
l’unica amica che non mi ha mai tradito
l’unico frutto che non ho mai colto
l’unica amante di sogni proibiti.
Non chiedo palazzi e nemmeno ricchezze
gioielli automobili o ville da re
e nemmeno titoli nobiliari
o primi premi in gare internazionali.
Non voglio salire sul podio
per presentarmi protagonista al mondo
superare i coetanei e umiliarli
raccogliendo gli applausi della gente.
Non chiedo un immeritato successo
non chiedo possessi di cose materiali:
lasciatemi solo a vagare nei sogni
in compagnia della signora fantasia.
SENZA TIMONE
Procedo passo dopo passo,
calpestando lentamente
il nero dell’asfalto
che imperterrito si ritrae
e caparbio si prolunga.
All’infinito scruto il quadrivio
ma non mi pongo quesiti
amletici conturbanti interrogativi
su probabili scelte da farsi
una volta raggiunta la meta.
Sono un vascello senza timone
che procede scivolando
sui marosi spumeggianti
per la brezza che incalza
e che incute imminenti naufragi.
Ma è la Stella Polare
alimentata dalla luce della Ragione
che illumina il mio percorso di Fede
e mi spinge imperterrito
ad arrivare al traguardo finale.
Ed alla prima pozzanghera
saltello e procedo al quadrivio.
UN’OMBRA LONTANA
E quando la terra
sarà solo un’ombra lontana
forse di me resteranno
versi sepolti
tumulati in una scatola di cartone
che ospitava allineati
detersivi biodegradabili.
Un sorriso alla vita…
Cin cin!!!
UN RELITTO
Come un relitto
dopo un naufragio
avvolto da tristi pensieri
mentre sinistri volatili
ombreggiano il cielo grigiastro
immenso scenario
dell’alternarsi delle vicende umane,
attracco all’imbarcadero della tua pazienza,
ormeggio al tuo affetto,
butto la cima al tuo amore.
Il porto della quiete…
CAVALCHEREMO GLI AQUILONI
Quando eravamo bambini
e i rumori della guerra,
gli echi dei bombardamenti,
i giochi infantili,
le ristrettezze e la paura
ci costringeva a restare richiusi
nei bassi popolari ed affollati,
sognavamo di cavalcare gli aquiloni.
E la fantasia ci portava nei cieli tersi,
a mirare il paesaggio sottostante,
ad ubriacarci dei raggi del sole,
ad illudere la fame incalzante,
a visitare il mondo dall’alto,
a guardare il mondo che annaspava,
le barche dei pescatori arrancare sul mare,
le zappe dei contadini affondare nei solchi.
I campi di grano sventrati dalla guerra,
con grossi crateri piangenti,
sostituito il moschetto alla vanga,
concimati col sudore della fronte
dei genitori motivati al lavoro
da imperterriti pianti di bimbi,
dopo mesi sorrisero grano.
E le mamme dimenticarono
il volto scarno dei figli,
ed i padri superstiti all’eccidio
vangarono giorno e notte
con risoluto e motivato vigore,
e le nonne continuarono a raccontare
agli innocenti nipoti con gli occhietti sbarrati
la solita storia del lupo cattivo.
NEL BUIO DELLA NOTTE
Come i sonnambuli
che vagano nell’inconscio
della notte buia e senza lumi,
come i topi che approfittano
dell’assenza di luce diurna
per intrufolarsi, sgraditi ospiti,
nelle dispense campagnole,
fornite di cibi sani e senza conservanti,
come i guardiani, che per quattro soldi,
difendono la ricchezza dei ricchi,
come le puttane, che vendono l’amore
offrendolo in offerta speciale
come un vile prodotto discount
non pubblicizzato in un supermercato
di estrema periferia frequentato
da vecchi con la pensione sociale
o da extracomunitari che devono risparmiare
anche sul cibo per mandare quattro soldi
al padre piangente o alla madre morente,
anch’io vago nel buio con la mente offuscata
da una incalzante miriade di pensieri
che coinvolgono uno sguardo, un sorriso,
ma anche il dramma del cosmo.
Vago, come uno sbandato, nel buio della notte,
aspettando che l’alba radiosa e gloriosa
lentamente s’avvicini e s’accorga di me.
POESIA ECOLOGICA
CATECATASCIE
“ Catecatascia scinne abbascie,
che ti do lo pan del re,
lo pan del re e de la regina,
catecatascia vieni vicina. “
…addio lucciola svolazzante
piccolo aereo, vivente, notturno,
rallegrante, luminoso, gioioso,
che i bimbi una volta amavano
un poco imprigionare sotto un bicchiere.
…addio lucciole volanti
prime vittime dei diserbanti!
Nella Piana del Sele avvelenata,
addio, pacifica banda sgominata!
FRASCINELLE
Amo la mia valle
col vento d’autunno
che spinge sui balconi
le foglie ingiallite
della quercia centenaria
che minacciano di tagliare.
Amo la mia valle
col freddo gelido d’inverno
che porta i passerotti sul davanzale
alla ricerca di briciole minuscole
cadute dalla tovaglia
della tavola imbandita.
Amo la mia valle
coi primi raggi del sole di primavera
che svegliano i rami dei mandorli,
dei peschi e dei ciliegi
e danno il via al concerto notturno
dei deliziosi usignoli maestri solisti.
Amo la mia valle
con la calura della rumorosa estate,
le discoteche assordanti,
le coppiette di innamorati appartati
ed il vecchietti al tramonto
che vengono a respirare
la frescura di alberi secolari.
GLI ASSASSINI DELLE FAVOLE
Il lupo è in estinzione:
hanno distrutto la favola
di Cappuccetto Rosso.
La balena è quasi scomparsa
dalla faccia della terra:
hanno distrutto la favola di Pinocchio.
Hanno rinchiuso il leone
dentro una gabbia angusta
di un circo di periferia:
hanno distrutto la favola
del Re della Giungla.
Hanno cacciato fino alla distruzione
l’elefante maestoso dalla sua foresta
per rubargli due zanne d’avorio:
hanno distrutto la favola
del Gigante con la Proboscide.
Anche l’asinello, arruolato
nell’esercito delle mortadelle
dal volto scuro al polifosfato,
è scomparso dai prati verdi:
hanno distrutto il Nostalgico Raglio,
potente ruggito di un nostrano
leone pacifista.
Cappuccetto Rosso con la minigonna,
Pinocchio su una moto di grossa cilindrata,
Sandokan con l’Elefante elaborato al computer
che barrisce in stereofonia,
il Lupo finito in una canzone di Lucio Dalla,
ed il più sfigato, come sempre, l’asinello,
ulteriormente declassato
a simbolo di politicanti nostrani.
IL MANDORLO IN FIORE
Quando osservo
per ore e per ore
affacciato al balcone
della casa di campagna
il giardino fiorito
col mandorlo in fiore,
don Peppo il vicino
mi accusa d’insania
dicendo sei scemo
che stai a guardare
un vegetale senz’anima.
O don Peppo don Peppo
lo scemo sono io che godo
d’amore per la primavera incipiente
le api gaudenti e gli uccelli felici
che svolazzano in festa sul mandorlo in fiore
o lo scemo sei tu
che godi indecente per uno spot sguaiato
o un programma cretino seduto all’oscuro
davanti alla stupida TV?
NEVE
E’ neve
sul davanzale della finestra.
candida, pura, bianca,
lieve, soffice, morbida.
E’ neve
che cade dal cielo
rattristato dalla cattiveria
di chi non ama.
E’ neve
che in un attimo verrà annerita
dallo smog delle industrie,
dagli scarichi delle automobili.
E’ neve
che presto perderà il candore
per colpa di chi non ha capito
l’essenza verace della vita.
POESIA SATIRICA
BALLA
Balla…
L’orchestra suona solo per te.
Balla…
Attiri gli sguardi degli uomini.
Balla…
Più godono e più godi.
Balla…
Qualcuno uscirà con te.
Balla…
Il sudore ti scioglie il trucco.
Balla…
La serata sta per finire.
Balla…
Domani potresti restare a casa.
LO ZOO
L’altro ieri ho incontrato
il direttore dello zoo di Berlino.
Era arrivato assieme alla sorella
anziana vedova da tempo convivente
con un metalmeccanico pensionato
invalido e nullatenente.
Il Mercedes era di modello vecchio
di quelli eleganti che somigliano
alla più nobile Jaguar del ’63,
argentata ma non metallizzata.
Gli animali in gabbia soffrono
- ha detto a Bruno Vespa a “Porta a Porta” –
mangiano troppo ed il colesterolo
è aumentato più della glicemia.
Nessuno pensa a loro perché non votano.
Ma in compenso non pagano le tasse
non sono considerati immigrati clandestini
ma piuttosto ospiti curiosi deportati.
Un bimbo elegante con la badante Filippina,
si fermò davanti alla gabbia di un orso bianco
e disse: - Il sono il figlio di un dottore luminare,
primario in una clinica per miliardari… -
L’orso sorridendo gli rispose: - Non credere…
Anche tu se tra le sbarre prigioniero.
Prima che l’uccidessero senza motivo
i bracconieri, mio padre era un Poeta… -
VORREI
Vorrei che il piccolo bastardo
divorasse il pitbull,
che la cicala di buon mattino
andasse al lavoro con la formica,
che il ricco mangiasse avidamente
le rimasuglie del povero barbone,
che la bella bionda provocante
si cospargesse i capelli di cenere,
che l’uomo sfortunato vincesse
il primo premio della lotteria,
che il ricco sfondato vedesse
le sue azioni crollare in borsa,
che la mucca pazza, ma innocente,
non fosse rinchiusa in manicomio,
che ai fautori della globalizzazione
ingiusta cadessero le palle,
che l’inquinatore dell’aria vivesse
con la puzza di merda sotto il naso,
che al contadino che usa troppi diserbanti
seccassero tutti i cavoli,
che il povero uccello superstite, in volo,
pisciasse in testa al cacciatore.
POESIA D’AMORE
E PACE SIA
Mi guardi
ti guardo.
Mi sorridi
ti sorrido.
Mi porgi la mano
ti porgo la mano.
Mi abbracci
ti abbraccio.
Mi bagni la spalla
con le tue lagrime.
Non parlare.
Ho capito.
E pace sia.
FILI D’ARGENTO (ricordando Torino)
Fili d’argento
adornano il capo
corollario a qualche incipiente ruga
ad un sorriso più sereno
ad un volto rigato dalla preoccupazioni
ad un animo meno ribelle.
Fili d’argento
prendono il posto
alla lunga chioma d’oro
rapita dal vento
all’ombra di un ciliegio
sulle colline astigiane.
Fili d’argento
ricordi di un passato
quando lottavi al mio fianco
nell’intemperie piemontese
e con me gioivi
nell’innalzare il vessillo della vittoria.
Fili d’argento
accarezzo mentre dormi
e sogni di un tempo
oramai passato.
FIORI DI CAMPO
Un fascio di rose rosse
comperate con la carta di credito
nel più costoso negozio Interflora
e recapitato dal mio maggiordomo in livrea.
Un pensiero d’amore
trascritto su una lamina d’oro
inciso a caratteri delicati
in un artistico corsivo.
Come cambio solo un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
nei quali rifulge il cristallino
reso ancora più vivo dall’emozione.
E poi fotografare l’attimo
del passaggio di mano
del fascio di rose rosse
illuminato dal tuo sguardo.
Un mazzolino di fiori di campo
a forza raccolti nel prato
chinando il busto del corpo
chiedendo il permesso all’artrosi incalzante.
Policrome figurine recise tra l’erbette
tra l’indice ed il pollice raccolte
a guisa di stelle acconciate,
nel cellofan dell’amore composte.
Anche questo è un messaggio d’amore,
un presente per dirti che t’amo,
per avere in cambio un sorriso,
in ricordo del tempo passato.
Anche se le rughe invadono il viso
e l’artrite non consente una fuga
ed il tempo ha spento la fiamma,
questo è solo per dirti che t’amo.
Che m’importa se il mare è in tempesta,
se in viaggio ho bucato una gomma,
se talvolta mi sono adirato
e ogni tanto non ci siamo capiti…
Ora è tardi per correre ai ripari,
per fare un’analisi degli errori passati,
per passare tristemente in rassegna
tutti gli errori che ho combinato.
Un modesto bouquet di fiori di campo,
animatore del monotono verde
rigoglioso nel giardino di casa,
per farti capire ancora che t’amo…
I TUOI OCCHI RISPLENDONO
Eppure incominciano
a calare le tenebre
e la luce, stanca,
ritorna a dormire
nel suo letto di sabbia fine
col capo appoggiato
alla verde collina
per cuscino le siepi odorose
di mirto e biancospino
coltri le nuvole leggere.
Ninna nanna melodica
un coro di usignoli
interrotto – nota stonata –
dal verso sinistro di una cornacchia
insonne da un ramo all’altro
di un triste albero semispoglio
pensile albergo dell’ilare pennuto
lugubre nunzio di tristi presagi.
Solo i tuoi occhi, mentre dormi,
risplendono illuminando i tuoi sogni.
IL CARRO DELL’ORSA MAGGIORE
Partiremo col carro dell’Orsa Maggiore
il litorale sarà la nostra autostrada
le onde del mare la propulsione
il cielo il nostro tetto
le stelle filanti i segnali di tappa
la brezza la nostra aria condizionata
l’autogrill la nostra piccola oasi di verde
il canto dei notturni usignoli l’autoradio
il casello la sosta per un sospiro
le coppie d’innamorati distesi sul lido
il parcheggio non custodito
la luna nel cielo il segnale di stop…
ed il risveglio al semaforo.
PAGINE SBIADITE ( verde età)
Sono solo pagine sbiadite dal tempo
consunte dai troppi ricordi
dagli spigoli consumati
per l’affannosa consultazione.
Sarà stato l’effetto del tempo
o dell’età che imperterrita avanza
dei ricordi che incombono grevi
o dell’amore che tarda a lasciarmi.
Eppure toccavo i capelli
soffici e scuri come una notte d’estate
e godevo al contatto della mano
che percorreva il tuo volto caldo e pudico.
Dove stai, adesso, Patrizia…
forse le rughe avranno invaso il tuo volto
e lo sguardo non sarà più intenso
ma proiettato in un passato lontano.
Torna, ti prego, ogni tanto,
a riempirmi i vuoti del cuore,
ad illuminare le grigi giornate
quando emigrante vagavo nella nebbia.
Lo so che è sera avanzata
che oramai siamo alle ultime battute
ed il sipario, alla fine del terzo atto,
inflessibile calerà sulla scena.
PETALI (ad una poetessa)
Una pioggia di petali
di rose scarlatte,
strappate dal vento
di tramontana
scendono
dal tuo balcone fiorito
eteree, leggere.
Alitano nell’aria
la vita del polline,
come fiocchi colorati,
deltaplani monocromatici
sospinti dalla magia
delle vaganti correnti
infinite nello spazio.
Solo le tua labbra
s’incontrano e si schiudono
seguendo le note di Mozart
ma restano immobili
senza sospiri,
senza promesse,
senza speranza.
Le rose rosse scarlatte
con lo stelo affievolito
si chinano al vento.
Ed io ti guardo,
sospiro e m’immergo
nel roseto
tra le tue spine…
RICORDO (ad una signora di Acerra)
Non ricordo
le sembianze del tuo volto
né l’espressione dei tuoi occhi
o il rosso delle tue guance
e l’oro dei capelli.
Ricordo solo
la dolcezza delle tue parole
quando mi parlavi
dei tuoi cari
ed io rimembravo
l’affetto dei miei.
STELLA ( a Rosa)
Tu
sei la stella
che mi guida al mattino.
Tu
sei la stella
che m’illumina il giorno.
Tu
sei la stella
che mi veglia di notte
mentre ti sogno
nel firmamento
la più splendente.
Tu
sei la stella:
la mia stella.
TELEFONARTI (ad una sconosciuta)
Telefonarti
da un oceano all’altro
e sentire la tua voce
varcare le nuvole
solcare il mare
attraversare l’aria
giungere al mio cuore.
Guardare nell’animo
e i tuoi occhi sorridere
le tue labbra socchiudersi
nelle affannose pausi
che permettono all’amore
di riflettere sulla lontananza
dei nostri sentimenti abbarbicati.
Noi…
Così lontani…
Così vicini…
UN SORRISO ( a Rosa)
Regalami un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
che mi riportano alla mente
l’azzurro del mare cheto.
Guardami negli occhi
con lo sguardo tuo pudico
e con le guance rosse
che sanno di primavera.
Sullo schermo del tuo volto
illuminato dalla gioia di vivere
nello specchio dei tuoi pensieri
si riflette la purezza del sorriso.
Profumo di primavera
cosparsa di petali di rose
rigogliose di rugiada
si espande nell’aria tersa.
E i tuoi occhi ora mi parlano
e mi comunicano del tempo passato
e mi invitano al ricordo
e mi portano nella verde vallata della giovinezza.
Non un poco di nostalgia
non un pizzico di tristezza
non un attimo di ripensamento
non un ricordo lacrimoso.
Ora che le foglie sono cadute
ed i rami sono rimasti orfani,
s’intravedono i nidi arrampicati
a ricordo dell’elaborazione di primavera.
Non importa se l’autunno pervade
se dagli alberi son cadute le foglie:
io ti guardo e più ti guardo
e più ricordo la primavera vissuta.
IL NOSTRO AMORE ( a mia moglie)
Il nostro amore antico
come i ruderi del castello
perennemente abbarbicato
sulla cima maestosa
del colle prospiciente
il mare di Agropoli.
Il nostro amore forte
come gli imperterriti scogli
a difesa della sabbia sottile
contrastanti le onde
musicalmente alternanti
nelle serate d’inverno.
Il nostro amore dolce
come le rosse ciliegie
del nostro giardino
raccolte dalla tua mano protesa
in alto, verso Dio, nell’azzurro
di primavera inoltrata.
Il nostro amore caldo
abbronzato dal sole d’agosto
infuocato sulle spiagge del Cilento
con le canzoni degli anni sessanta
che raccontavano storie d’amore
agli innamorati sul lido.
Il nostro amore ardente
appassionato dagli anni ruggenti
con sguardi comunicanti
infuocate passioni mai sopite
ristagna cenere ancora calda
in fondo al camino di fine autunno.
SALVE, REGINA ( a mia moglie)
Salve, regina
di un regno lontano
con ricordi sbiaditi nel tempo
consunti da pensieri recenti,
affievoliti col passare degli anni
con le foto appese alle pareti
in un museo di tempi felici.
Ora che le rughe ti solcano il viso,
e gli occhi una volta fulgenti
si nascondono sotto le lenti,
e l’incedere un tempo regale
conosce l’aritmia degli anni,
e l’oro dei lunghi capelli
ha lasciato il posto all’argento,
e le labbra in primavera purpuree
si screpolano all’assalto del maestrale,
e la fiamma che ardeva la passione
giace cenere in fondo al camino,
l’alba, una volta radiosa,
s’avvia al sereno tramonto.
Salve, regina
di un regno lontano
quando al mio fianco lottavi
per sconfiggere i giganti del bosco
e gioivi, fiera e sicura,
nel vedere il nemico fuggire.
Ora che anche il tuo re ha posato lo scettro
torniamo a dormire.
*******
Poesie di
Catello Nastro
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CINQUANTA ANNI DI POESIE
La prima poesia la composi nel 1957, appena sedicenne, per una mia compagna di scuola, al Liceo Classico, con sede sul porto di Agropoli, che allora comprendeva solo la “banchina” e proprio in quei tempi si incominciò a lavorare per ampliare la struttura per la sempre maggiore presenza di imbarcazioni turistiche. Più che la potenza della poesia potette quella di una motocicletta per cui la destinataria dei miei versi preferì cavalcare una volgarissima moto a danno delle mie inascoltate rime. Tenga conto il lettore che a quei tempi le poesie abbondavano ma le moto erano scarse: quasi rare! E siccome oggi stiamo nel 2007, è facilmente intuibile che scrivo poesie da ben mezzo secolo, cioè cinquanta anni. Agli inizi degli anni ’60 cominciai a partecipare a qualche concorso letterario e ricevetti i premi che mi attribuivano le varie giurìe. Questo mi inorgogliva. Ricevere un premio, anche se una semplice medaglia “vermeille”, o un cartaceo diploma di segnalazione, costituiva per me una enorme gratificazione non per il premio materiale, ma per aver constatato che qualcuno, presumibilmente competente, aveva letto i miei versi e li aveva ritenuti degni di segnalazione. Col passar del tempo più che trofei e coppe mi interessavano le motivazioni del premio scritte da persone di alta cultura che si degnavano di leggere i miei dattiloscritti. Per un certo periodo ho tralasciato la poesia perché, come dicevano gli antichi saggi, “non dat panem”, ed io, emigrante a Torino, che dovevo badare a moglie e figli, avevo ben altre cose a cui badare. Durante la mia permanenza in Piemonte ( 1969 – 1983) ho dato alle stampe vari libri. Il primo fu un libretto intitolato “Versi nella nebbia – poesie di un emigrante – 1969”. A contatto con ambienti culturali piemontesi ebbi modo di conoscere pittori, scultori, grafici, poeti e scrittori di altissimo livello. Agli inizi degli anni ’70 incominciò la mia carriera di critico d’arte. L’ultima pubblicazione di versi risale ad oltre dieci anni fa. Nel Terzo Millennio ho ripreso la passione a comporre versi sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano ed ho anche ricevuto significativi riconoscimenti che non sto ad elencare per non annoiare il lettore. I versi contenuti in questo “quaderno” sono stati scritti dal 2001 al 2007. Dall’inizio del millennio è iniziata la presenza di miei versi in vari siti internet che il lettore navigatore potrà facilmente selezionare sui vari motori di ricerca. Precedentemente la presenza su supporto cartaceo si è avuta in varie antologie. Naturalmente non su quelle a pagamento. Ho suddiviso le mie liriche in cinque sezioni: introspezione – ecologia – società – satira – amore. Ho proceduto a questa “schematizzazione” per favorire i giovani che si avvicinano per la prima volta alla poesia. Non dimentichi il lettore che sono stato professore di lettere ed anche se sono in pensione già da alcuni anni, mi ritengo un educatore permanente. Questo libretto, inoltre, sarà presente nelle biblioteche delle principali scuole del Cilento. E chissà che non riesca ad incentivare ed incoraggiare i giovani alla poesia… Aggiungo, concludendo, che amo l’arte figurativa, la musica classica e leggera ed in particolare modo le canzoni napoletane di un tempo, la musica popolare ed etnica e gli antichi canti cilentani. Ascolto volentieri la musica lirica ed il jazz. Dove c’è poesia c’è arte e dove c’è arte c’è poesia. Ma ve lo immaginate un mondo senza poesia???
IL CONCETTO DI POESIA
Rovistando recentemente nella mia biblioteca, nella quale certamente l’ordine non è di casa, mi è capitato di avere tra le mani un volumetto di circa sessanta anni fa, di Giuseppe Leoni ed Aurelio Petroni, dal titolo “LA POESIA E LA LETTERATURA” – preliminari metodici ad uso dei Licei Classici e Scientifici e degli Istituti Magistrali – editori Di Giacomo, Salerno, 1948, pagine 102. Ed è proprio la prima parte, l’introduzione, che mi ha colpito profondamente facendomi comprendere quel poco che mi mancava per definire il concetto di poesia. Gli autori così scrivono: “ Per intendere a pieno il significato del termine poesia, è opportuno stabilire fin dall’inizio, che ogni uomo è poeta in quanto dotato di una naturale capacità creativa di immagini, allo stesso modo che è anche filosofo, in quanto fornito di una originaria e normale capacità raziocinante. In questo senso soltanto si può dire abbia ancora un valido significato l’antico adagio del “poeta nascitur”. E’ vero che come il filosofo propriamente detto è poi solamente colui il quale, non appagandosi di saltuari giudizi, illuminanti come lampi fugaci il groviglio dei suoi umani problemi e solitamente legati tra loro con nessi di natura passionale, tenta di organizzare in un compiuto e coerente sistema di rapporti logici la sua interpretazione della realtà; - così il poeta, nel significato coerente della parola, è chi con più larga vena crea immagini ad esprimere il proprio sentimento…” Da questi concetti, espliciti e sintetici, gli autori passano alla trattazione, nei vari capitoli, dei seguenti argomenti: INTRODUZIONE – Il concetto di poesia nel tempo – La concezione moderna; I - LA POESIA – Intuizione e concetto – Carattere alogico della poesia – Carattere lirico – Carattere cosmico; II – LA POESIA, LE ALTRE ARTI, LA PROSA – La poesia e le altre arti – La poesia e la prosa; III – LA FORMA INDIVIDUALE E CREATIVA – Contenuto e forma. L’arte come creazione – I generi letterari; IV – IL LINGUAGGIO – Origine e natura fantastica del linguaggio – Gli elementi dell’espressione poetica verbale – Arte e tecnica – Le traduzioni; V – LA LETTERATURA – La letteratura di un popolo – Le forme dell’attività letteraria – Letteratura e poesia – La storia della letteratura ( e non della poesia); VI – LA CRITICA - Il gusto – Metodo storico e metodo estetico. In questo libro di poco più di cento pagine, gli autori ci fanno capire, quasi portandoci per mano, oltre il concetto di letteratura e di poesia, anche le “varianti” e le classificazioni che, se a primo acchito possono risultare al lettore sterili e poco interessanti, alla fine risultano preziosissime ai fini di una catalogazione schematica degli scritti, sia in versi, sia in prosa. Un libro veramente interessante che ho letto tutto di un fiato e che mi sarebbe piaciuto ricopiare integralmente per aiutare i miei lettori giovani che si accingono da poco a comporre versi, a capire meglio il cammino da percorrere.
POESIA E CULTURA
E’ cosa risaputa, oramai, che la poesia è cultura. Come la letteratura in genere, come le arti figurative, come la musica, come tante altre manifestazioni umane che escono un poco fuori dallo schema della lettera commerciale, delle opere architettoniche frutto della speculazione edilizia, dei libri di propaganda politica, dei documenti di adulazione, degli scritti, infine, che hanno infimi scopi che esulano in parte o in tutto dalla manifestazione di arte pura. Proprio a proposito di questo, riporto ancora una volta ciò che ha detto il solito bontempone di provincia, autore di opere agiografiche quasi sempre stampate con contributo pubblico, naturalmente politicizzato, con ampi riferimenti bibliografici, postille e rimandi. Secondo costui Catello Nastro fa bassa cultura…Ebbene, cari lettori, questa osservazioni in primo tempo mi ha irritato un poco, a dire il vero, ma riflettendoci, alla fine mi ha inorgoglito. Fare cultura bassa, o cultura popolare, forse come voleva intendere il più nobile interlocutore, potrebbe significare non essere uno storico. Ed io non mi sono mai definito uno storico, specialmente di quelli che seguono un determinato filone per così dire specialistico. Non sono un ricercatore perché da decenni non sono più un topo da biblioteca. Non sono un famoso ed emerito docente, ma un modesto ex insegnante di lettere di scuola media. Non sono Batman ma un invalido civile. Non sono più un aitante giovane, ma uno che ha già superato i due terzi del secolo, tra molte traversie. Non sono un frequentatore di vita mondana, ma un semplice animatore e collaboratore artistico culturale del Centro Sociale Polivalente locale. Non sono un collezionista di grossi riconoscimenti nazionali perché non frequento certi ambienti . Eccetera…A questo punto il lettore si chiederà: ma allora chi sei? Cosa vuoi? Come ti inserisci nel contesto culturale? Potrei rispondere con un “Lei non lo sa chi sono io!!!” come fanno altri. Ma la mia modestia mi fa divieto assoluto. La mia profonda umiltà mi consente di scrivere versi un poco fuori dagli schemi della metrica tradizionale, racconti demenziali al di fuori della realtà, storia che sa più di satira che di ricerca, paradossi ed assurdità, citazioni ed osservazioni gratuite, asserzioni che esulano spesso dalla logica umana, denunzie incredibili sovente non suffragate da testimonianze concrete… Spesso uso anche un linguaggio grasso, da buon partenopeo, ma certamente non volgare come fanno certi mass media per fare “audience”. Ma io scrivo, cari lettori, per comunicare con gli altri. Da alcuni anni anche su parecchi siti internet gratuiti, come già ho accennato precedentemente, nei quali lo scrittore ed il poeta ( o quanto meno presunti tali) si possono confrontare con lettori di tutte le parti del mondo ricevendo commenti “on line”, non sempre positivi e per di più leggibili da tutti i frequentatori dei siti internet da ogni parte d’Italia e del mondo. Forse sarà vero che faccio bassa cultura, ma non sono vincolato, legato, sottoposto, schiavizzato a nessuno. Scrivo in libertà. Sempre in libertà. Forse i miei versi non li leggerà nessuno… Ma, come scrisse un grande uomo: “ …Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!!!”.
POESIA E SOCIETA’
In un mondo dell’informazione televisiva che ci propina a più non posso programmi avulsi non solo dalla poesia, ma anche dalla realtà, ricercatezze del cosiddetto gossip, oppure una cronaca quasi morbosa di eventi drammatici e addirittura luttuosi che scavano nel dolore solo per fare ascolto, cronaca di vita politica di chiara impronta spettacolare, con scene, dibattiti ed incontri-scontri poco edificanti se non addirittura poco educativi, eventi scioccanti, al limite della vita reale, per non parlare poi di film violenti oppure volgari, come ad esempio i film pornografici, dove il sesso diventa oggetto ed ostentazione smodata privata da qualsiasi componente poetica. Ci sta pure il film cosiddetto “erotico” che raramente, però lascia denotare una componente poetica. Esiste anche una letteratura erotica, ma chi non ha mai visto le riviste erotiche esposte da giornalai compiacenti che poi in fondo altro non erano che volgari riviste porno? Ma il mondo della poesia – fortunatamente – non è completamente assente. Autori come Moravia o Bevilacqua, film come “La vita è bella”, di Benigni, autori di poesie bellissime che spesso leggiamo nei vari concorsi ai quali siamo stati invitati in giurìa, rappresentano la speranza che ancora non tutto è perduto. E poi esiste la poesia della vita… Il pianto di un bimbo che ha fame, il sorriso di una mamma, il canto dell’usignolo, il mandorlo in fiore nel giardino sotto casa, una carezza bonaria di un padre al figlio o di un nonno al nipotino, un tramonto, un bacio candido tra due fidanzatini, uno sguardo d’amore con occhi teneri e languidi… I siti internet che ospitano le mie composizioni in versi sono decine, forse centinaia. In un mondo culturale come quello del Cilento, che pur conta poeti eccelsi a validi – non cito nomi per non fare torto a nessuno – sovente artisti come pittori, scultori, grafici vengono considerati come persone quasi anormali, mentre il poeta viene tacciato quasi di insana pazzia. Questo, fortunatamente, solamente negli ambienti dove il dio danaro è considerato al primo posto nella scala di certi valori che investono solo il mondo materiale escludendo quasi totalmente quello spirituale. Nelle varie manifestazione poetiche alle quali ho presenziato come autore, oppure come membro della giurìa se non addirittura come organizzatore, quasi sempre assieme al mio amico poeta, scrittore e storico del Cilento Antonio Infante, ho avuto modo di conoscere poeti validissimi che, coi loro versi, mi hanno comunicato emozioni incommensurabili. Nella terza età, collaborando col “Centro Sociale Polivalente città di Agropoli”, con la “Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia”, con la Famiglia Cilentana, col giornale “Il Cilento nuovo”, ed inoltre con varie associazioni culturali, con giornali e riviste letterarie, con diecine di siti internet, di cui uno dedicato ai nuovi poeti del Cilento, ed avendo, come pensionato, maggiore disponibilità di tempo libero, mi sto dedicando maggiormente alla pubblicazione di libri. Pensi il lettore che questo è il terzo edito nel 2007. La visione personale di eventi e cose, il prolungato elemento di substrato culturale, la sensibilità nel cogliere fatti rilevanti da piccole manifestazioni naturali, sociali o culturali, l’amore e l’odio, la rabbia ed il compiacimento, l’attenta osservazione di piccoli-grandi protagonisti del Creato, la voglia di dare un messaggio ai giovani, molti dei quali completamente assenti da un contesto socio-culturale, proprio perché in passato protagonisti di una deleteria latitanza scolastica da me svariate volte denunziata attraverso i miei articoli, vittime di una società materialista che considera la validità delle persone dalla cilindrata della propria automobile oppure dal numero e dall’età delle amanti, oppure dall’abito griffato che costa varie centinaia di euro, dalla pelliccia di visone o anche dalla qualità e quantità di oro e gioielli platealmente ostentati in serate mondane che di cultura rappresentano ben poco, la ferma volontà di riportare le nuove generazioni agli “antichi valori cilentani”, valori distrutti dal consumismo ma non adeguatamente sostituiti da altri non meno validi di quelli dimenticati – insomma, e concludendo – anche come vecchio professore in pensione, dalla scuola ma non dalla vita – le mie composizioni poetiche investono vari “settori” che così potrei schematizzare:
* ricordi e antichi valori cilentani
* amore e famiglia
* società
* natura ed ecologia
* introspezione
* religione e libertà
* comunicazione ed educazione
* gioia e tristezza
* satira e paradossi.
Sia ben chiaro, per il lettore attento ed oculato, che tutti questi settori non sono a compartimento stagno, ma nei miei versi si integrano formando addirittura componimenti di insieme in cui gli elementi sono inscindibili. Un giudizio sull’editoria. In Giappone, ed in molti altri stati, esiste una commissione ministeriale che legge, seleziona e fa pubblicare libri di poeti ritenuti validi. In Italia è quasi impossibile trovare un editore che pubblichi versi di un poeta sconosciuto e per di più di periferia. I siti che ospitano miei versi li potete trovare sui vari motori di ricerca. Infine: perché POESIE DEL TERZO MILLENNIO??? Questo lo dovete scoprire voi…Grazie per la lettura.
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POESIA SOCIALE
BAMBINI DEL TERZO MONDO
Bambini senza favole
occhi senza sorrisi,
domani senza speranze,
apatia di un mondo crudele..
Ventri rigonfi di fame,
rattrappiti arti barcollanti,
volti scheletrici rinsecchiti
bagnati solo da lacrime.
E’ questa una vita di merda
di esseri umani definiti incivili
o forse è siffatto il nostro mondo
che consente consenzienti abbandoni.
Ed è l’iniqua globalizzazione,
percorso obbligato di una civiltà in declino
che mai potrà dirsi evoluta
finché ci sarà al mondo un bambino che ha fame.
CHI SARA’ IL PROSSIMO
Chi sarà il prossimo ad aprire le danze?
Chi avrà il piacere di ballare il primo valzer?
Chi abbraccerà la principessa
che sospira con le spalle appoggiate alla parete?
E’ il tempo di ballare l’ultimo valzer,
di ascoltare i tre quarti del tempo,
di stringersi tra le braccia
e fare finta ancora di amarsi.
E’ giunta l’ora di presentarsi,
di comunicare agli altri il proprio nome,
di far conoscere i propri titoli nobiliari,
che tutti sappiano del pedigrèe.
Nel camino un fuoco fatuo s’accende,
riscalda i talloni delle nobildonne
e le chiappe rattrappite delle antiche signore
che aspettano il cameriere per un goccio di grappa.
E’ la storia dell’antico drink
che sorbiva nelle sere d’inverno
quando nemmeno l’amore
serviva a riscaldare il suo cuore.
Ora tutto sul teleschermo
si presenta triste lo sceneggiato,
recita così bene la parte di troia:
l’attrice non finge: è reale.
S’abbassi la tenda:
che schifo appare sul palco
d’un teatro classico, serio,
da tutti ritenuto alla moda.
Ma l’attore protagonista
non riesce a togliersi di dosso
l’artefatto costume di scena:
e come un pagliaccio abbassa il sipario.
E MAIL
E spareranno messaggi di pace,
si conosceranno senza conoscersi,
si ameranno senza vedersi,
scruteranno nell’animo
senza guardarsi negli occhi,
si affratelleranno
nella comune origine,
si scambieranno valori,
si doneranno idee,
butteranno le fondamenta
per il grattacielo dell’avvenire.
Sapranno gestire la ricchezza spirituale
triplicata dalla tecnologia?
Sapranno cogliere i frutti più dolci
del terzo millennio?
Sapranno rivalutare l’amore? …
GIOVANNI
Giovanni aveva una salumeria
guadagnava abbastanza
per sfamare moglie e tre figli
e pagare le tasse ed il fitto.
Giovanni per risparmiare
aveva smesso pure di fumare
di comperarsi una camicia nuova
di prendere il caffè al bar con gli amici.
Un mattino, fuori pioveva a dirotto
ed i piedi nelle scarpe bagnate
sembravano quasi navigare
sottratte al calore umano.
Nella salumeria disertata dalla massaie
per l’inclemenza del tempo
entrarono due loschi figuri
dal volto triste e accigliato.
Giovanni li guardò e pensò
che non erano venuti per mezzo chilo di pane
e tre etti di mortadella affettata
di quella in offerta speciale.
Erano quelli della sorveglianza privata
- così loro chiamano la cosca del pizzo –
ed imposero la polizza e l’infausta tariffa
a Giovanni tremante che per poco non svenne.
Dopo tre mesi, non potendo pagare,
Giovanni fu costretto a cambiare mestiere.
Ora lavora in nero in un cantiere abusivo
dieci ore al giorno per un tozzo di pane.
HANNO RUBATO LA PENSIONE A NONNA GIUSEPPINA
Nonna Giuseppina era andata alla posta
come faceva da anni ogni cinque del mese.
Come sempre indossava l’abito nero
per la recente morte del marito Tonino.
Aveva novant’anni l’antico consorte
quando volò nel mondo dei giusti.
Qualcuno spiò la lenta vecchietta
mentre riponeva nella borsa i soldini.
Appena scesa dal marciapiedi
stava per attraversare sulle strisce pedonali.
Dal motorino che passava veloce
s’allungò un braccio livido al centro.
Nonna Giuseppina fu spinta a terra
mentre il motorino s’allontanava nel traffico.
I SOGNI DEI VECCHI
Volano i sogni dei vecchi
tra grigie nuvole
turgide di pioggia
nel cielo tempestoso
che cede il posto alla notte.
Arrancando si librano nell’aria
appesantiti dagli anni
e rovinosi acciacchi
forieri della fine del viaggio
una volta dismessi dal respiro.
Con ali di cartone tremolanti
sorvolano campi di grano
vigneti verdeggianti di ebbrezza
case rigogliose di vita novella
al dolce canto di gridi di bambini.
E volano su spiagge una volta assolate
turbolente di canzoni d’amore
di baci non pianificati
di sorrisi elargiti ai vicini d’ombrellone
di corpi grondanti acqua di mare.
E volano sui verdi ricordi della giovinezza,
alla prima raccolta di un bocciolo di rosa,
al primo sfogliare di una margherita,
al primo mazzolino di fiori di campo,
al primo bouquet di fiori della sposa.
E volano al crescere dei figli impegnati al lavoro,
all’impertinenza dei nipotini viziati,
alla raccolta di giocattoli abbandonati,
alla partita a carte nel circolo del rione,
alla gita in torpedone del centro sociale.
Lasciamoli sognare i vecchi.
Con le ali di cartone non voleranno lontano.
IL GALLETTO
Fai il galletto
perché la mamma cretina
ti ha comperato il fuoristrada
coi soldi della speculazione edilizia
di quel disonesto di papà.
Fai il galletto
perché hai il centone in tasca
la carta di credito
ed il pacchetto di Malboro.
Fai il galletto
perché stai alla Sapienza
ed ha fatto pure due esami
in quattro anni.
Fai il galletto
perché hai la ragazza coi capelli ossigenati
e la minigonna così corta
che lascia intravedere le mutande.
Fai il galletto…
Chicchirichì dalla tua collina:
ma non ti sei accorto
che stai su una collina di merda.
IL GATTO ED IL PITBULL
Il gatto prendeva il sole
sdraiato sul pavimento
di cotto fiorentino
sul pianerottolo della scala
che da ingresso alla sala
al primo piano della casa di campagna.
Il gatto sembrava quasi dormire
non gli fregava niente dei topi
ruspanti dalla coda lunga
e gli occhietti spiritosi
come si vedono spesso in TV
nei programmi di cartoni animati.
Il pitbull, infame cagnaccio
dell’impotente figlio dei vicini di casa
degno compare del suo violento padrone,
prepotente camorrista a quattro zampe,
educato alla lotta e ad una assurda barbarie
l’agguantò al collo e con forti mascelle lo strinse.
Il gatto rimase immobile a terra
il suo sangue tingeva di rosso le piastrelle
mentre l’assassino inveiva sul rassegnato corpo.
solo gli occhi sbarrati nel vuoto a guardare il giardino
sembravano quasi chiedere il perché dell’atroce delitto:
“ Perché uccidi per gioia, tu, che non sei un essere umano?”
L’ARCA DI NOE’
E giunse il momento dell’imbarco.
trovò posto l’uomo
trovò posto la donna
trovò posto il leone
trovò posto l’asino
trovò posto l’agnello
trovò posto il cane
trovò posto il gatto
trovò posto il cammello.
Giunse il pidocchio
ed il guardiano lo fermò.
“ Sei pidocchioso – disse –
non puoi entrare nell’Arca di Noè! “
Il vecchio nocchiero
dall’alto della prora
guardò la scena, sorrise
e disse al guardiano:
“ Lascialo passare.
Nel mondo del domani
troverà posto anche lui.
Se non ci sarà il pidocchio
con chi si confronterà il saggio?”
LA NUOVA RESISTENZA
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando un innocente verrà accusato
di aver rubato i soldi dello Stato
ed un colpevole riderà sdraiato
all’ombra di un palmizio ai Caraibi
con l’indigena che lo sollazza di notte
ed il conto in Banca Svizzera
che lo soddisfa di giorno.
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando il colpevole tace
e l’innocente va in galera
quando l’elettore corrotto
manda il candidato corrotto in Parlamento
ed il cittadino onesto non compete
per paura di essere fagocitato.
Inizia oggi la Nuova Resistenza:
quando anche tu alzerai il culo
dalla poltrona del tuo egoismo.
LA PANCHINA
Stanno abbracciati all’ombra
della verde giovinezza,
sulla panchina sgombra
nella deserta villa comunale.
Ogni tanto uno sguardo fugace
sugli arrancanti vecchietti
che vincendo l’antica artrosi
si riposano appoggiati agli eucaliptus.
Poi tornano a guardarsi negli occhi,
a scrutare ribollenti pensieri
imbarcandosi sul vascello della fantasia
per immense distese marine lontane.
E il sole controlla dall’alto
riscalda e illumina il sentimento,
e da una rara nuvola di zucchero filato,
Dio, compiacente, li osserva e sorride.
LA TV DEGLI STRONZI
La TV degli stronzi
fa vedere i bambini invalidi per la guerra,
le madri piangenti, i vecchi morenti,
le fanciulle straziate, le ragazze violentate,
le case sventrate, le strade deserte,
gli ospedali sfollati.
La TV degli stronzi fa vedere Beautiful
e la partita di pallone di piedi miliardari,
il film violento e lo sceneggiato cretino,
il film porno, il telefono erotico
ed il filo diretto con le puttane del 144.
La TV degli stronzi non fa vedere
chi vende le armi ai cecchini
chi violenta le donne indifese,
chi si arricchisce col 144,
chi si deforma il cervello
vedendo il film violento.
LUI E’ INNOCENTE
Se il politico specula,
il ladro ruba,
lo spacciatore spaccia,
il falso tifoso fa violenza allo stadio.
Se il commerciante non fa lo scontrino,
la globalizzazione è iniqua,
i seni sono al silicone
e pure l’amore, spesso è recitato.
Se la ricca signora ama gli animali
e indossa una pelliccia assassina,
se compra la bistecca al suo cane di razza
e prende a calci il bastardo affamato.
Se la scuola non educa i giovani,
se la televisione fa programmi sguaiati,
se le istituzioni non funzionano,
se siamo tutti un poco sbandati.
Se sulla terra c’è chi muore di fame,
ed esiste ancora la guerra,
se viviamo in un mondo di merda,
il culo non c’entra: lui è innocente.
PEZZI DI RICAMBIO
Bambini abbandonati,
estirpati alle radici violenti,
trasbordati su una carretta del mare,
trapiantati a forza in un suolo non proprio,
schiavizzati dalle famiglie e dai compaesani,
venduti a trance al mercato dei trapianti,
vivisezionati, espiantati, violentati
nelle viscere più recondite,
privati dei polmoni, del cuore, dei reni,
della cornea.
Dottori di merda, traditori
del Sacro Giuramento di Esculapio
macellai di carne umana,
prostituti della loro professione.
La vita di un ricco vale di più
di quella di due poveri.
Una mamma sorriderà
al figlio che ritorna alla vita,
una madre piangerà
al figlio smontato, squartato, sezionato…
Pezzi di ricambio.
POVERUOMO
Non hai capito,
niente della vita
dell’illuso poeta
che incurante
delle fatue sollecitazioni
che fallaci lo attraggono
cammina quasi volando
a venti centimetri dal suolo.
Poveruomo
che t’affanni
a cumulare ricchezze
che i tuoi stupidi eredi
sperpereranno in gioco,
lussuose automobili,
alcol e puttane.
Guardati
allo specchio della coscienza:
fai schifo…
SALVATE IL MONDO
Salvate il mondo
dai guerrafondai
dagli speculatori
dagli imperialisti
dai menefreghisti.
Salvate il mondo
da coloro che inquinano il pianeta,
da coloro che affamano i popoli
da coloro che si arricchiscono
passeggiando sulla schiena dei poveri.
Salvate il mondo
dai mass media disonesti
da chi semina zizzania
da chi predica bene e razzola male
dai falsi preti e dai camaleonti.
Salvate il mondo
dalla cattiva globalizzazione
da chi vuole dominare
dai maniaci, dai pazzi,
dai falsi storici.
SIGNORE DAMMI LA FORZA
Signore, dammi la forza
di sopportare un uomo meschino,
una donna volgare,
di ascoltare un amico noioso,
di passeggiare con un tale presuntuoso,
di soccombere talvolta a un violento,
di subire un discorso offensivo,
di soggiacere per forza ad un compromesso,
di essere attore di una scena non mia.
Signore, dammi la forza
di poter vivere al sereno,
di godere della tua pace,
di poter praticare l’amore per gli altri,
di non dover calpestare le schiene dei poveri,
di non innalzarmi abbassando gli altri,
di cantare le tue lodi,
di vivere con dignità.
SULLE ALI DI UNA NUVOLA
Volteggiando
sulle ali di una nuvola
il cielo terso
e guardare in basso
il mondo che s’affanna,
che corre veloce
che prepara la guerra
che da solo
si butta nel baratro
della violenza
della speculazione
dell’ inquinamento
dell’autodistruzione.
Dovrò scendere
abitare tra i cosiddetti umani
spartire le loro usanze
i loro costumi
le loro cattive abitudini
le loro ipocrisie.
Dovrò scendere:
questo è anche il mio mondo.
TEMA.
IL MESTIERE DEL TUO BABBO.
SVOLGIMENTO.
Il mio babbo fa il pescatore.
E’ povero.
Non può comperarsi nemmeno
Il motore per la barca.
Quando torna a casa puzza di pesce.
Il mio babbo fa il contadino.
E’ povero.
Zappa dieci ore al giorno
ed è sempre stanco.
Quando torna a casa è pieno di terra.
Il mio babbo fa il falegname.
E’ povero.
Le tasse si mangiano tutto il suo guadagno.
Quando torna a casa porta un sacco di segatura.
Il mio babbo fa il muratore.
E’ povero.
Lavora in nero
e non è nemmeno assicurato.
Quando torna a casa ha sempre paura del licenziamento.
Il mio babbo fa il cravattaro.
E’ ricco.
Non lavora.
Vive col lavoro degli altri.
Quando torna a casa non porta mai la cravatta.
TERRA SANTA
Scannarsi nel nome di dio!!!
Ma quale dio ha detto scannatevi???
Contesa nel nome del temporaneo
movente pretestuoso il divino.
Giovani agonizzanti, vittime innocenti…
Chi sobilla la rivolta, chi cosparge di violenza la pace?
E cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte…
Ed il rito sacrilego si rinnovella ad ogni scontro:
e un padre che piange il figlio colpito
da uno scellerato proiettile vagante,
e un giovane che giace a terra.
…………………………………….
…………………………………….
…………………………………….
…..dio non c’entra!!!
Basta ! posate i fucili ed afferrate la vanga.
Il terreno ha bisogno di essere rimosso.
Domani, concimato dalla pace, darà buoni frutti
e non chiederà di che religione siete.
‘O VASCIO
Quando sei nato in un basso
e vuoi salire più in alto;
quando sei nato povero
ed aspiri all’agiatezza;
quando sei nato morto di fame
e vorresti azzannare tre panini
traboccanti di fette di prosciutto;
quando sei nato nell’ignoranza
ed aspiri alla cultura, alla laurea;
quando sei nato lento
ed aspiri a correre nello stadio;
quando sei nato prigioniero
ed aspiri ad una dignitosa libertà;
quando sei nato in un basso
in un vicolo di Castellammare di Stabia
ed aspiri a comporre poesie,
lo puoi fare solo se tuo padre
ti ha lasciato in eredità
un grande insegnamento d’amore.
C’ERO ANCH’IO
C’ero anch’io
quando le bombe alleate
luttuosamente cadevano
da un cielo scuro e minaccioso.
C’ero anch’io
quando s’incominciò
a fare il pane
con la farina alleata.
C’ero anch’io
quando si iniziò
a dissodare il terreno
con le mani sanguinanti.
C’ero anch’io
quando i ricchi si arricchirono
ed i poveri diventarono più poveri
perché vivevano in cristiana comunione.
C’ero anch’io nel ’68,
quando si incominciò
a contestare uno stato
di ingiustizia propinata legalizzata.
C’ero anch’io
quando assassinarono
l’onorevole Moro
con dirette televisive.
C’ero anch’io
quando eliminarono Falcone
gareggiando allo stremo
le istituzioni traballanti.
Ci sono ancora…
per difendere i diritti dei nonni,
costituire nuovi centri sociali
aiutare i coetanei a concludere…
POESIA INTROSPETTIVA
ATTRACCHERA’
Attraccherà la nave della vita
al porto ultimo della quiete,
al bacino di carenaggio
per le unità marittime dismesse.
Getterà l’ancora
nei sabbiosi fondali,
bisunti da chiazze oleose,
pesanti, inquinanti, oscuranti.
Il capitano scenderà dalla scaletta
e come Wanda Osiris troneggiante
saluterà il corpo di ballo
e congederà il nostromo.
L’equipaggio già penserà
ad un altro imbarco
per mari lontani oltre l’equatore
per mete distanti ed infinite.
Dal molo il capitano triste
saluterà il fumoso futuro relitto
e penserà alle eterogenee traversate
ora col mare in quiete, ora in tempesta.
Un ultimo sorriso illuminerà
il solitario pensionato battello
dai fianchi arrugginiti
dall’elica stanca e consunta.
Quanti viaggi, quanti ricordi,
quante onde, quanta calma,
quanti porti, quanti marinai,
quante puttane agli ormeggi.
Un bambino scruta l’orizzonte,
quasi alla ricerca di un infinito lontano,
di mete misteriose, di porti stranieri,
di antichi vascelli a vapore.
Il capitano saluta e va via…
COSI’ SIA
Così sia, questa tua richiesta…
Hai voluto venire a cercarmi
nel bosco dei pensieri cattivi
come il lupo Cappuccetto Rosso.
Ed io ignaro ho atteso il tuo arrivo
sperando in un mondo migliore:
in un barlume di fiducia cosparso di nafta
già pronta a prendere fuoco.
Ma perché vieni ogni sera,
alla stessa ora al solito posto?
Forse speri di trovare il supplente
di questo essere umano indifeso.
E’ l’ultimo anelito di speranza,
impregnato di fede e fiducia,
che tiene a galla in questo mare
burrascoso, cosparso di merda.
Non sperare di portarmi a fondo,
non t’illudere di schiacciare
la mia testa caparbia nel flutto:
respiro e so ancora nuotare.
E allora va, e comunica il messaggio
al demone che qui ti ha mandata:
fagli sapere che io non m’arrendo
e che tengo la spada sguainata.
L’aspetto al varco l’infame,
che venga armato di lance e pugnali:
l’ucciderò, inesorabilmente, senza pietà,
con la residua forza del solo pensiero.
FORSE
Forse la gente come me
non ha più il diritto di vivere
perché non trova il coraggio
di continuare a vivere.
Forse nella tempesta
si scoraggia e s’abbandona
senza nemmeno avere la forza
di attaccarsi ad un relitto della nave.
Ma…mentre tutto già sembra perduto,
mentre le onde già incombono,
minacce terribili alla dignità dell’uomo,
ecco di lontano la barca delle fede.
Le onde s’abbattono sul relitto indifeso,
l’amletico dilemma si pone profondo:
essere o non essere:qui sta il problema.
Si riprende a nuotare tra le onde.
Non tutto è perduto: un sorriso d’amore
canotto di salvataggio afferri a forza
tra la schiuma delle onde:
all’orizzonte la quiete ecco appare.
Ti domandi chi sei, che fai,
in questo tragitto che è la vita.
E poi riprendi la spada dal fodero
e incominci a combattere.
Ma le onde son chete
chi sarà il prossimo nemico?
Quello che t’aspetta tra l’onde
o quello appostato sulla nave?
Ed ecco tra i marosi apparire,
lei, la sirena, la chimera fantastica,
l’illusione, la fantasia, l’amore,
l’orgoglio di essere ancora vivi.
GESU’ BAMBINO E’ TRA NOI
Gesù Bambino è tra noi!
Tra i ragazzi mutilati dalle bombe,
tra i profughi perseguitati,
tra le bambine prostitute,
tra i ragazzini stuprati dai pedofili,
tra i minori innocenti uccisi dalle faide,
tra i rapiti ai loro giochi dalla mafia,
tra gli asportati indifesi
dall’anonima sequestri,
tra i desaparesidos ,
tra i rapiti scomparsi
per i trapianti d’organi,
tra i “chi li ha visti”
dei mercanti di carne umana,
tra i poveri abbandonati dall’indifferenza,
tra gli indifesi della metropoli,
tra gli handicappati,
i figli dei carcerati,
i malati di AIDS.
Uno sguardo, un sorriso, un pezzo di pane…
Gesù Bambino è tra noi!
IL GRANDE TEMPIO
E pregheranno tutti nel Grande Tempio,
Cristiani e Musulmani, Ebrei e Buddisti,
Ortodossi ed Anglicani,Protestanti e Taoisti.
Fianco a fianco mescoleranno gli aliti,
al fumo dell’incenso, al profumo di preghiera.
Anche gli Atei pregheranno un dio
nel quale non credono e che non ascoltano.
Ed i cuori di tutti si solleveranno
e gli animi si innalzeranno al Massimo Creatore.
E tutti
- senza curarsi del colore della pelle –
- senza chiedere il perché del proprio credo –
- senza richiedere la provenienza culturale -
- senza guardarsi nel portafogli o nel conto in banca –
sorrideranno al Sole, alla Luna, al Vento,
all’Aria, alla Luce, al Calore, alla Fratellanza.
E Dio dal cielo sorriderà;
e Frate Francesco sorriderà;
e Padre Pio sorriderà;
e San Giuseppe sorriderà;
e Padre Giacomo sorriderà.
E Gabriele annuncerà al mondo
la nascita della tolleranza.
IL SECOLO CHE MUORE
Cosa ci ha portato
Il secolo che muore?
I film della guerra in Vietnam,
i nonni di Vittorio Veneto,
i pensionati della Seconda Guerra,
il morbo dell’AIDS, gli schiavi della droga,
i figli in provetta, computers ed internet,
la fame nel mondo, l’integralismo,
l’insofferenza, la guerra fredda,
i morti del sabato sera,
gli scandali rosa dei regnanti,
le scappatelle dei potenti,
le nefandezze dei pedofili,
i mariuoli di tangentopoli.
E poi…
Il Piccolo Grande Papa,
il volontariato, le grandi scoperte della medicina,
l’aiuto della scienza, la lotta alla sofferenza,
la ricerca della giustizia,
la globalizzazione,
la volontà di pace, l’unificazione dei popoli,
la riscoperta degli antichi valori,
l’ecologia, l’avvicinarsi della gente,
la partecipazione al dolore cosmico,
la riconversione morale dell’individuo,
la presa di coscienza dei cittadini del mondo.
E poi…
Cosa ci porterà
Il secolo che viene?...
IL TRESSETTE
Me ne andrò come Gianni,
seduto ad un tavolo antico
consunto dal tempo e dall’usura
di pugni sbattuti per rabbia
per una carta giocata male
per una svista compromettente
quattro amici in competizione
in attesa della chiamata definitiva.
Me ne andrò come Gianni,
senza un gemito, discretamente,
senza imprecare alla sorte,
senza tirare in ballo il destino,
chiamando il due di coppe,
una carta bistrattata, umile,
ma risolutiva di situazioni
compromissive, in attesa del trentuno.
Me ne andrò come Gianni,
tra il pianto degli amici,
lo sgomento dei cari,
la disperazione di chi l’amava,
il compianto dei compagni di gioco,
che gioivano ai suoi richiamo,
che godevano nella vittoria,
godevano nella sconfitta.
Me ne andrò come Gianni,
sorridendo alla vita che va via,
al sorriso dei cari, al compianto degli amici,
alla costernazione degli occasionali,
alla morbosa curiosità dei passanti,
alle lagrime versate dai compagni di tressette:
di quelli che prevalevano
e di quelli che soccombevano.
Me ne andrò in silenzio,
con dignità, vivendo,
una vita vissuta d’errori,
di fatua gloria frutto della poesia,
appendice fantasiosa
ad una vita fantastica.
Con tante sconfitte…
Con tante vittorie!!!
(15 giugno 2006 ore 23,24)
LA NOTTE E’ BUIA
La notte incombe sul mondo
che non ancora ha apprezzato la luce
e s’illude con una fioca e instabile lampadina
appesa ad un filo tremante dal vento.
La notte è buia e profonda:
le tenebre dominano senza sosta
e spingono gli esseri umani
ad un sonno menzognero e fugace.
La notte porta il sonno,
ma solo a chi dorme di giorno.
Al buio forse è meglio vegliare
e passare le consegne al pensiero.
Anche i ladri escono di notte.
Anche gli amanti escono di notte.
Anche i sonnambuli escono di notte.
Anche i topi dalle fogne escono di notte.
E’ un via vai di eterogenee attività
che se fossero produttive
eliminerebbero la fame dal mondo
ancora folto di assassini.
Di notte dormo e non dormo.
Di notte penso e non penso.
Di notte amo e non amo.
Di notte sono sempre sveglio.
Penso al malvagio che arranca nel buio,
al diverso che vorrebbe assopirsi,
all’amante che vorrebbe sfogarsi,
all’innamorato che vorrebbe volare.
E proprio sulle ali della fantasia
anch’io mi imbarco e dalla prua
della veloce nave del pensiero
m’illudo di essere il comandante.
Forse sbaglierò rotta,
m’infrangerò sugli scogli emergenti
dai flutti maestosi ed imperterriti:
ma devo continuare a navigare.
Devo trovare il porto della quiete
dove le onde del mare sono più blande,
e con la schiuma fugace che le accarezza
sembrano suonare a tempo di valzer.
Oramai il viaggio sta per finire.
Sovente ho intravisto all’orizzonte
il porto illuminato e stracolmo di navi:
ma non ho trovato mai il coraggio di attraccare.
Nuoto tra i marosi, relitto navigante,
superstite di una ciurma in ammutinamento,
e godo al volo vellutato e lieve
dei candidi gabbiani che volteggiano in cielo.
LA PACE
La pace non è un diploma:
se studi puoi conseguirlo.
La pace non è un lauto pranzo:
dopo ti senti sazio.
La pace non è un litro di vino:
all’ultimo bicchiere ti senti ebbro.
La pace non è la droga:
dopo la dose viaggi.
La pace non è la fuoriserie:
schiacci l’accelleratore e voli.
La pace non è la ricchezza:
puoi comperare tutto.
La pace non è una villa sontuosa:
ti senti un re nella sua reggia.
La pace non è una puttana:
l’orgasmo ti esalta.
La pace è alzarsi al mattino
e sorridere di gioia al mondo.
LA PREGO ,SIGNORA…
La prego, signora,
non venga a turbare
i miei sopiti pensieri
consunti dal tempo,
rosi dalle traversìe,
mutilati dagli affanni.
E’ tempo oramai,
di archiviare i ricordi,
di catalogare le immagini
su un meccanico cd,
di selezionare il colore
e di scaricare quelle sbiadite
che il cuore vuole cancellare
dalla memoria del proprio computer.
Addio, signora…
LE TENEBRE
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Non riesco più a dominare i pensieri
offuscati dall’ignoranza
di chi mi circonda
di chi ha abbordato la mia nave
già sconquassata dalle onde.
Anche la fantasia
è stata minacciata,
linciata, vituperata.
Sta per cedere alla violenza morale
di chi non riesce
a scrollarsi di dosso
la sua ciambella di merda
con la quale galleggia
in un lurido mare di piscio.
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Spero solo di affogare
in un mare cheto,senza onde.
Immergermi nel nulla
e ritornare mittente.
LEI ERA BELLA
Lei era bella, vestita di rosso,
nel galà dei poveri stronzi
che s’illudevano di essere nobili
alla tavola rotonda di re Artù.
Che squallore vedere degli esseri umani
atteggiarsi a paladini del mondo:
che tristezza notare il pallore del volto
di squallidi servi prezzolati della gleba.
Marmaglia indolente vestita a festa
in alto portata da un capovolgimento politico
che non aveva risparmiato nemmeno
gli innocenti clandestini.
Sparare a mitraglia, colpirli nel cuore,
sbarazzarsi delle carogne ingombranti,
evitare le putrefazione perpetrata nel tempo,
di una storia che spesso racconta bugie.
Solo lei era bella, vestita di rosso,
in un mondo cosparso di nebbia,
dove anche arrancare nel buio,
diventava un enigma conturbante.
La chimera, nascosta in un angolo della casa,
fugace, fa la sua apparizione:
notifica il suo atto di dualismo esistenziale,
e poi nel vicolo oscuro delle tenebre scompare.
Lei era bella, vestita di rosso:
lieve danzava tra le sue coetanee,
mi guardava, ed io la guardavo.
Alla fine della serata si dileguò nel corridoio.
NASCE IL SOLE
Guarda:
nasce il sole.
Illumina la terra
riscalda la fronte
sorride al mondo
si riflette sul mare
abbaglia i viandanti
illumina gli amanti
prepara le tenebre
da fiducia al domani
rinverdisce le foglie
carica i muscoli al lavoro
abbronza i corpi nudi
intiepidisce le acque
da tepore alle coltri
riavvicina gli innamorati.
Guarda:
nasce il sole.
Per tutti…
OMBRE
Strane ombre incombono
nella notte dei sogni sereni
e rattristano momenti incontrollati
dominati dalla fantasia.
Oscure nuvole dal colore grigio
minacciose di gravidi temporali
provocano sussulti al cuore
insonnolito nel tepore delle coltri.
Ma è la regina della notte
sovrana assoluta del fantasticare
dominatrice rasserenante dell’inconscio
che viene in soccorso agli umani.
E il contrasto s’affievolisce
ed il turbinìo dei cattivi pensieri
sprofonda nel cestino dell’oblio
e nelle tenebre appare la luce.
Ma all’alba il risveglio sarà reale
quando ci riporta in un mondo fallace
e ipocrita nel suo andazzo materialista
sicchè preferiresti tornare a sognare.
QUANDO BACI TUO FIGLIO
Quando baci tuo figlio
nel cuore della notte,
lievemente,
per paura di svegliarlo.
Quando poni la tua mano calda
sulle rosse guance
e sorridi
al tremolio del contatto.
Quando lo guardi per ore ed ore
e sorridi al suo notturno sorriso
ed il tuo cuore batte
coi battiti del suo cuore.
Quando ti verrebbe voglia di svegliarlo
e dialogare con lui
per far sentire la tua presenza
per far sentire il tuo amore.
Aspetta l’alba:sarà più radiosa;
dagli un bacio:sarà più dolce;
fagli una carezza:sarà più vellutata;
abbraccialo:abbraccerai il mondo.
E’ la presenza del padre,
è la presenza di Dio
che fa crescere i figli
nel rispetto dell’amore.
QUANDO CHIEDERANNO DI ME
Quando chiederanno di me
dirai che ho amato il mondo
che sono vissuto di vita
che ho fatto tante cose
inutili
ma tante cose
incomplete
ma tante cose
disordinate
ma tante cose.
Che ho amato l’amore
ed ho odiato l’odio
che ho amato il giorno
e contemplato la notte
che sono vissuto d’amore…
QUANDO RIVEDREMO LA VERA LUCE
Sarà la nuova alba
con nuovi colori
nuova visione della vita
nuova gioia
e ci ritroveremo tutti affratellati
abbracciati nel macrocosmo.
Abbandoneremo i vecchi rancori
gli inutili egoismi
le futili ire
le fallaci ricchezze terrene
i motivi di falso orgoglio
la ricchezza materiale
l’evanescente bellezza fisica
l’inutile fuoriserie.
Sarà la nuova alba
e ci risveglieremo
più leggeri
più eterei
più sani
più nobili
più vivi.
Sarà la nuova alba:
ma non aspettiamo
il Giudizio Universale
per farla sorgere.
QUESTA E’ L’ULTIMA SCENEGGIATA
Quando calerà il sipario
e le corde verranno tirate
e la scena non riprenderà più luce
e gli attori non calcheranno più il palco
ed il suggeritore chiuderà per sempre il copione
ed il teatro rimarrà per sempre deserto,
umilmente, Dio, mi presenterò al Tuo Giudizio.
Sarà l’ultima sceneggiata,
perdono, se agiterò le braccia,
perdono, se alzerò la voce,
perdono, se cercherò di farmi credere.
Ma la mia vita è stata sempre una commedia:
una sceneggiata, come si dice a Napoli.
Tutti hanno fatto finta di credermi,
tutti hanno accennato un sorriso,
alla fine tutti hanno applaudito.
Perdono, Signore, se ancora reciterò,
se ancora mi illuderò.
Questa è l’ultima sceneggiata:
ma stavolta l’attore è sincero…
RESTA
Ti prego: resta almeno nei sogni
fantastica illusione di un bene mai avuto
di un libro mai letto
di un bicchiere di vino mai bevuto.
Resta pure a confortare la fantasia
l’unica amica che non mi ha mai tradito
l’unico frutto che non ho mai colto
l’unica amante di sogni proibiti.
Non chiedo palazzi e nemmeno ricchezze
gioielli automobili o ville da re
e nemmeno titoli nobiliari
o primi premi in gare internazionali.
Non voglio salire sul podio
per presentarmi protagonista al mondo
superare i coetanei e umiliarli
raccogliendo gli applausi della gente.
Non chiedo un immeritato successo
non chiedo possessi di cose materiali:
lasciatemi solo a vagare nei sogni
in compagnia della signora fantasia.
SENZA TIMONE
Procedo passo dopo passo,
calpestando lentamente
il nero dell’asfalto
che imperterrito si ritrae
e caparbio si prolunga.
All’infinito scruto il quadrivio
ma non mi pongo quesiti
amletici conturbanti interrogativi
su probabili scelte da farsi
una volta raggiunta la meta.
Sono un vascello senza timone
che procede scivolando
sui marosi spumeggianti
per la brezza che incalza
e che incute imminenti naufragi.
Ma è la Stella Polare
alimentata dalla luce della Ragione
che illumina il mio percorso di Fede
e mi spinge imperterrito
ad arrivare al traguardo finale.
Ed alla prima pozzanghera
saltello e procedo al quadrivio.
UN’OMBRA LONTANA
E quando la terra
sarà solo un’ombra lontana
forse di me resteranno
versi sepolti
tumulati in una scatola di cartone
che ospitava allineati
detersivi biodegradabili.
Un sorriso alla vita…
Cin cin!!!
UN RELITTO
Come un relitto
dopo un naufragio
avvolto da tristi pensieri
mentre sinistri volatili
ombreggiano il cielo grigiastro
immenso scenario
dell’alternarsi delle vicende umane,
attracco all’imbarcadero della tua pazienza,
ormeggio al tuo affetto,
butto la cima al tuo amore.
Il porto della quiete…
CAVALCHEREMO GLI AQUILONI
Quando eravamo bambini
e i rumori della guerra,
gli echi dei bombardamenti,
i giochi infantili,
le ristrettezze e la paura
ci costringeva a restare richiusi
nei bassi popolari ed affollati,
sognavamo di cavalcare gli aquiloni.
E la fantasia ci portava nei cieli tersi,
a mirare il paesaggio sottostante,
ad ubriacarci dei raggi del sole,
ad illudere la fame incalzante,
a visitare il mondo dall’alto,
a guardare il mondo che annaspava,
le barche dei pescatori arrancare sul mare,
le zappe dei contadini affondare nei solchi.
I campi di grano sventrati dalla guerra,
con grossi crateri piangenti,
sostituito il moschetto alla vanga,
concimati col sudore della fronte
dei genitori motivati al lavoro
da imperterriti pianti di bimbi,
dopo mesi sorrisero grano.
E le mamme dimenticarono
il volto scarno dei figli,
ed i padri superstiti all’eccidio
vangarono giorno e notte
con risoluto e motivato vigore,
e le nonne continuarono a raccontare
agli innocenti nipoti con gli occhietti sbarrati
la solita storia del lupo cattivo.
NEL BUIO DELLA NOTTE
Come i sonnambuli
che vagano nell’inconscio
della notte buia e senza lumi,
come i topi che approfittano
dell’assenza di luce diurna
per intrufolarsi, sgraditi ospiti,
nelle dispense campagnole,
fornite di cibi sani e senza conservanti,
come i guardiani, che per quattro soldi,
difendono la ricchezza dei ricchi,
come le puttane, che vendono l’amore
offrendolo in offerta speciale
come un vile prodotto discount
non pubblicizzato in un supermercato
di estrema periferia frequentato
da vecchi con la pensione sociale
o da extracomunitari che devono risparmiare
anche sul cibo per mandare quattro soldi
al padre piangente o alla madre morente,
anch’io vago nel buio con la mente offuscata
da una incalzante miriade di pensieri
che coinvolgono uno sguardo, un sorriso,
ma anche il dramma del cosmo.
Vago, come uno sbandato, nel buio della notte,
aspettando che l’alba radiosa e gloriosa
lentamente s’avvicini e s’accorga di me.
POESIA ECOLOGICA
CATECATASCIE
“ Catecatascia scinne abbascie,
che ti do lo pan del re,
lo pan del re e de la regina,
catecatascia vieni vicina. “
…addio lucciola svolazzante
piccolo aereo, vivente, notturno,
rallegrante, luminoso, gioioso,
che i bimbi una volta amavano
un poco imprigionare sotto un bicchiere.
…addio lucciole volanti
prime vittime dei diserbanti!
Nella Piana del Sele avvelenata,
addio, pacifica banda sgominata!
FRASCINELLE
Amo la mia valle
col vento d’autunno
che spinge sui balconi
le foglie ingiallite
della quercia centenaria
che minacciano di tagliare.
Amo la mia valle
col freddo gelido d’inverno
che porta i passerotti sul davanzale
alla ricerca di briciole minuscole
cadute dalla tovaglia
della tavola imbandita.
Amo la mia valle
coi primi raggi del sole di primavera
che svegliano i rami dei mandorli,
dei peschi e dei ciliegi
e danno il via al concerto notturno
dei deliziosi usignoli maestri solisti.
Amo la mia valle
con la calura della rumorosa estate,
le discoteche assordanti,
le coppiette di innamorati appartati
ed il vecchietti al tramonto
che vengono a respirare
la frescura di alberi secolari.
GLI ASSASSINI DELLE FAVOLE
Il lupo è in estinzione:
hanno distrutto la favola
di Cappuccetto Rosso.
La balena è quasi scomparsa
dalla faccia della terra:
hanno distrutto la favola di Pinocchio.
Hanno rinchiuso il leone
dentro una gabbia angusta
di un circo di periferia:
hanno distrutto la favola
del Re della Giungla.
Hanno cacciato fino alla distruzione
l’elefante maestoso dalla sua foresta
per rubargli due zanne d’avorio:
hanno distrutto la favola
del Gigante con la Proboscide.
Anche l’asinello, arruolato
nell’esercito delle mortadelle
dal volto scuro al polifosfato,
è scomparso dai prati verdi:
hanno distrutto il Nostalgico Raglio,
potente ruggito di un nostrano
leone pacifista.
Cappuccetto Rosso con la minigonna,
Pinocchio su una moto di grossa cilindrata,
Sandokan con l’Elefante elaborato al computer
che barrisce in stereofonia,
il Lupo finito in una canzone di Lucio Dalla,
ed il più sfigato, come sempre, l’asinello,
ulteriormente declassato
a simbolo di politicanti nostrani.
IL MANDORLO IN FIORE
Quando osservo
per ore e per ore
affacciato al balcone
della casa di campagna
il giardino fiorito
col mandorlo in fiore,
don Peppo il vicino
mi accusa d’insania
dicendo sei scemo
che stai a guardare
un vegetale senz’anima.
O don Peppo don Peppo
lo scemo sono io che godo
d’amore per la primavera incipiente
le api gaudenti e gli uccelli felici
che svolazzano in festa sul mandorlo in fiore
o lo scemo sei tu
che godi indecente per uno spot sguaiato
o un programma cretino seduto all’oscuro
davanti alla stupida TV?
NEVE
E’ neve
sul davanzale della finestra.
candida, pura, bianca,
lieve, soffice, morbida.
E’ neve
che cade dal cielo
rattristato dalla cattiveria
di chi non ama.
E’ neve
che in un attimo verrà annerita
dallo smog delle industrie,
dagli scarichi delle automobili.
E’ neve
che presto perderà il candore
per colpa di chi non ha capito
l’essenza verace della vita.
POESIA SATIRICA
BALLA
Balla…
L’orchestra suona solo per te.
Balla…
Attiri gli sguardi degli uomini.
Balla…
Più godono e più godi.
Balla…
Qualcuno uscirà con te.
Balla…
Il sudore ti scioglie il trucco.
Balla…
La serata sta per finire.
Balla…
Domani potresti restare a casa.
LO ZOO
L’altro ieri ho incontrato
il direttore dello zoo di Berlino.
Era arrivato assieme alla sorella
anziana vedova da tempo convivente
con un metalmeccanico pensionato
invalido e nullatenente.
Il Mercedes era di modello vecchio
di quelli eleganti che somigliano
alla più nobile Jaguar del ’63,
argentata ma non metallizzata.
Gli animali in gabbia soffrono
- ha detto a Bruno Vespa a “Porta a Porta” –
mangiano troppo ed il colesterolo
è aumentato più della glicemia.
Nessuno pensa a loro perché non votano.
Ma in compenso non pagano le tasse
non sono considerati immigrati clandestini
ma piuttosto ospiti curiosi deportati.
Un bimbo elegante con la badante Filippina,
si fermò davanti alla gabbia di un orso bianco
e disse: - Il sono il figlio di un dottore luminare,
primario in una clinica per miliardari… -
L’orso sorridendo gli rispose: - Non credere…
Anche tu se tra le sbarre prigioniero.
Prima che l’uccidessero senza motivo
i bracconieri, mio padre era un Poeta… -
VORREI
Vorrei che il piccolo bastardo
divorasse il pitbull,
che la cicala di buon mattino
andasse al lavoro con la formica,
che il ricco mangiasse avidamente
le rimasuglie del povero barbone,
che la bella bionda provocante
si cospargesse i capelli di cenere,
che l’uomo sfortunato vincesse
il primo premio della lotteria,
che il ricco sfondato vedesse
le sue azioni crollare in borsa,
che la mucca pazza, ma innocente,
non fosse rinchiusa in manicomio,
che ai fautori della globalizzazione
ingiusta cadessero le palle,
che l’inquinatore dell’aria vivesse
con la puzza di merda sotto il naso,
che al contadino che usa troppi diserbanti
seccassero tutti i cavoli,
che il povero uccello superstite, in volo,
pisciasse in testa al cacciatore.
POESIA D’AMORE
E PACE SIA
Mi guardi
ti guardo.
Mi sorridi
ti sorrido.
Mi porgi la mano
ti porgo la mano.
Mi abbracci
ti abbraccio.
Mi bagni la spalla
con le tue lagrime.
Non parlare.
Ho capito.
E pace sia.
FILI D’ARGENTO (ricordando Torino)
Fili d’argento
adornano il capo
corollario a qualche incipiente ruga
ad un sorriso più sereno
ad un volto rigato dalla preoccupazioni
ad un animo meno ribelle.
Fili d’argento
prendono il posto
alla lunga chioma d’oro
rapita dal vento
all’ombra di un ciliegio
sulle colline astigiane.
Fili d’argento
ricordi di un passato
quando lottavi al mio fianco
nell’intemperie piemontese
e con me gioivi
nell’innalzare il vessillo della vittoria.
Fili d’argento
accarezzo mentre dormi
e sogni di un tempo
oramai passato.
FIORI DI CAMPO
Un fascio di rose rosse
comperate con la carta di credito
nel più costoso negozio Interflora
e recapitato dal mio maggiordomo in livrea.
Un pensiero d’amore
trascritto su una lamina d’oro
inciso a caratteri delicati
in un artistico corsivo.
Come cambio solo un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
nei quali rifulge il cristallino
reso ancora più vivo dall’emozione.
E poi fotografare l’attimo
del passaggio di mano
del fascio di rose rosse
illuminato dal tuo sguardo.
Un mazzolino di fiori di campo
a forza raccolti nel prato
chinando il busto del corpo
chiedendo il permesso all’artrosi incalzante.
Policrome figurine recise tra l’erbette
tra l’indice ed il pollice raccolte
a guisa di stelle acconciate,
nel cellofan dell’amore composte.
Anche questo è un messaggio d’amore,
un presente per dirti che t’amo,
per avere in cambio un sorriso,
in ricordo del tempo passato.
Anche se le rughe invadono il viso
e l’artrite non consente una fuga
ed il tempo ha spento la fiamma,
questo è solo per dirti che t’amo.
Che m’importa se il mare è in tempesta,
se in viaggio ho bucato una gomma,
se talvolta mi sono adirato
e ogni tanto non ci siamo capiti…
Ora è tardi per correre ai ripari,
per fare un’analisi degli errori passati,
per passare tristemente in rassegna
tutti gli errori che ho combinato.
Un modesto bouquet di fiori di campo,
animatore del monotono verde
rigoglioso nel giardino di casa,
per farti capire ancora che t’amo…
I TUOI OCCHI RISPLENDONO
Eppure incominciano
a calare le tenebre
e la luce, stanca,
ritorna a dormire
nel suo letto di sabbia fine
col capo appoggiato
alla verde collina
per cuscino le siepi odorose
di mirto e biancospino
coltri le nuvole leggere.
Ninna nanna melodica
un coro di usignoli
interrotto – nota stonata –
dal verso sinistro di una cornacchia
insonne da un ramo all’altro
di un triste albero semispoglio
pensile albergo dell’ilare pennuto
lugubre nunzio di tristi presagi.
Solo i tuoi occhi, mentre dormi,
risplendono illuminando i tuoi sogni.
IL CARRO DELL’ORSA MAGGIORE
Partiremo col carro dell’Orsa Maggiore
il litorale sarà la nostra autostrada
le onde del mare la propulsione
il cielo il nostro tetto
le stelle filanti i segnali di tappa
la brezza la nostra aria condizionata
l’autogrill la nostra piccola oasi di verde
il canto dei notturni usignoli l’autoradio
il casello la sosta per un sospiro
le coppie d’innamorati distesi sul lido
il parcheggio non custodito
la luna nel cielo il segnale di stop…
ed il risveglio al semaforo.
PAGINE SBIADITE ( verde età)
Sono solo pagine sbiadite dal tempo
consunte dai troppi ricordi
dagli spigoli consumati
per l’affannosa consultazione.
Sarà stato l’effetto del tempo
o dell’età che imperterrita avanza
dei ricordi che incombono grevi
o dell’amore che tarda a lasciarmi.
Eppure toccavo i capelli
soffici e scuri come una notte d’estate
e godevo al contatto della mano
che percorreva il tuo volto caldo e pudico.
Dove stai, adesso, Patrizia…
forse le rughe avranno invaso il tuo volto
e lo sguardo non sarà più intenso
ma proiettato in un passato lontano.
Torna, ti prego, ogni tanto,
a riempirmi i vuoti del cuore,
ad illuminare le grigi giornate
quando emigrante vagavo nella nebbia.
Lo so che è sera avanzata
che oramai siamo alle ultime battute
ed il sipario, alla fine del terzo atto,
inflessibile calerà sulla scena.
PETALI (ad una poetessa)
Una pioggia di petali
di rose scarlatte,
strappate dal vento
di tramontana
scendono
dal tuo balcone fiorito
eteree, leggere.
Alitano nell’aria
la vita del polline,
come fiocchi colorati,
deltaplani monocromatici
sospinti dalla magia
delle vaganti correnti
infinite nello spazio.
Solo le tua labbra
s’incontrano e si schiudono
seguendo le note di Mozart
ma restano immobili
senza sospiri,
senza promesse,
senza speranza.
Le rose rosse scarlatte
con lo stelo affievolito
si chinano al vento.
Ed io ti guardo,
sospiro e m’immergo
nel roseto
tra le tue spine…
RICORDO (ad una signora di Acerra)
Non ricordo
le sembianze del tuo volto
né l’espressione dei tuoi occhi
o il rosso delle tue guance
e l’oro dei capelli.
Ricordo solo
la dolcezza delle tue parole
quando mi parlavi
dei tuoi cari
ed io rimembravo
l’affetto dei miei.
STELLA ( a Rosa)
Tu
sei la stella
che mi guida al mattino.
Tu
sei la stella
che m’illumina il giorno.
Tu
sei la stella
che mi veglia di notte
mentre ti sogno
nel firmamento
la più splendente.
Tu
sei la stella:
la mia stella.
TELEFONARTI (ad una sconosciuta)
Telefonarti
da un oceano all’altro
e sentire la tua voce
varcare le nuvole
solcare il mare
attraversare l’aria
giungere al mio cuore.
Guardare nell’animo
e i tuoi occhi sorridere
le tue labbra socchiudersi
nelle affannose pausi
che permettono all’amore
di riflettere sulla lontananza
dei nostri sentimenti abbarbicati.
Noi…
Così lontani…
Così vicini…
UN SORRISO ( a Rosa)
Regalami un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
che mi riportano alla mente
l’azzurro del mare cheto.
Guardami negli occhi
con lo sguardo tuo pudico
e con le guance rosse
che sanno di primavera.
Sullo schermo del tuo volto
illuminato dalla gioia di vivere
nello specchio dei tuoi pensieri
si riflette la purezza del sorriso.
Profumo di primavera
cosparsa di petali di rose
rigogliose di rugiada
si espande nell’aria tersa.
E i tuoi occhi ora mi parlano
e mi comunicano del tempo passato
e mi invitano al ricordo
e mi portano nella verde vallata della giovinezza.
Non un poco di nostalgia
non un pizzico di tristezza
non un attimo di ripensamento
non un ricordo lacrimoso.
Ora che le foglie sono cadute
ed i rami sono rimasti orfani,
s’intravedono i nidi arrampicati
a ricordo dell’elaborazione di primavera.
Non importa se l’autunno pervade
se dagli alberi son cadute le foglie:
io ti guardo e più ti guardo
e più ricordo la primavera vissuta.
IL NOSTRO AMORE ( a mia moglie)
Il nostro amore antico
come i ruderi del castello
perennemente abbarbicato
sulla cima maestosa
del colle prospiciente
il mare di Agropoli.
Il nostro amore forte
come gli imperterriti scogli
a difesa della sabbia sottile
contrastanti le onde
musicalmente alternanti
nelle serate d’inverno.
Il nostro amore dolce
come le rosse ciliegie
del nostro giardino
raccolte dalla tua mano protesa
in alto, verso Dio, nell’azzurro
di primavera inoltrata.
Il nostro amore caldo
abbronzato dal sole d’agosto
infuocato sulle spiagge del Cilento
con le canzoni degli anni sessanta
che raccontavano storie d’amore
agli innamorati sul lido.
Il nostro amore ardente
appassionato dagli anni ruggenti
con sguardi comunicanti
infuocate passioni mai sopite
ristagna cenere ancora calda
in fondo al camino di fine autunno.
SALVE, REGINA ( a mia moglie)
Salve, regina
di un regno lontano
con ricordi sbiaditi nel tempo
consunti da pensieri recenti,
affievoliti col passare degli anni
con le foto appese alle pareti
in un museo di tempi felici.
Ora che le rughe ti solcano il viso,
e gli occhi una volta fulgenti
si nascondono sotto le lenti,
e l’incedere un tempo regale
conosce l’aritmia degli anni,
e l’oro dei lunghi capelli
ha lasciato il posto all’argento,
e le labbra in primavera purpuree
si screpolano all’assalto del maestrale,
e la fiamma che ardeva la passione
giace cenere in fondo al camino,
l’alba, una volta radiosa,
s’avvia al sereno tramonto.
Salve, regina
di un regno lontano
quando al mio fianco lottavi
per sconfiggere i giganti del bosco
e gioivi, fiera e sicura,
nel vedere il nemico fuggire.
Ora che anche il tuo re ha posato lo scettro
torniamo a dormire.
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