Le poesie del Terzo Millennio di Catello Nastro, in italiano e dialetto cilentano.
sabato 18 dicembre 2010
venerdì 10 dicembre 2010
PERSONAGGI E PAESAGGI DEL CILENTO CHE FU
“Personaggi e paesaggi del Cilento che fu”
NEL SALONE D’INGRESSO DEL
CENTRO SOCIALE DI AGROPOLI
Giovedì 9 dicembre 2010, , nel salone d’ingresso del Centro Sociale Polivalente “Città di Agropoli”, in piazza Mons. Merola n.7, alle ore 18, verrà inaugurata la mostra “ PERSONAGGI E PAESAGGI DEL CILENTO CHE FU”. Circa quaranta pannelli riproducenti alcuni paesi del Cilento agli inizi del ‘900, ricavati da antiche cartoline e foto della collezione del prof. Catello Nastro ed alcuni ritratti di patrioti e martiri cilentani offerti dalla collezione del prof. Antonio Infante, storico del Cilento. Nella mostra faranno spicco anche dei pannelli riproducenti i simboli della Carboneria cilentana. La mostra rientra nel programma delle festività natalizie per il 2010. Interessante un ritratto dell’eroe garibaldino Filippo Patella, che seguì l’Eroe dei due mondi col grado di colonnello, nella Spedizione dei Mille in Sicilia. La mostra ha avuto il patrocinio della città di Agropoli, sindaco avv.Franco Alfieri, dell’Assessore alla Solidarietà Sociale dott. Angelo Coccaro, della Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia, onlus, di Agropoli, che ha come Presidente lo storico e studioso del Cilento Antonio Infante dello Studio d’arte e cultura del prof. Catello Nastro, e dello scrivente, giornalista Lorenzo Barone in qualità di Presidente del Centro Sociale della cittadina capoluogo del Cilento. La mostra, con ingresso libero, si potrà visitare dalle ore 9 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18 di tutti i giorni. Chiuderà i battenti il 6 gennaio 2011, anno in cui si programmerà per i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Lorenzo Barone
NEL SALONE D’INGRESSO DEL
CENTRO SOCIALE DI AGROPOLI
Giovedì 9 dicembre 2010, , nel salone d’ingresso del Centro Sociale Polivalente “Città di Agropoli”, in piazza Mons. Merola n.7, alle ore 18, verrà inaugurata la mostra “ PERSONAGGI E PAESAGGI DEL CILENTO CHE FU”. Circa quaranta pannelli riproducenti alcuni paesi del Cilento agli inizi del ‘900, ricavati da antiche cartoline e foto della collezione del prof. Catello Nastro ed alcuni ritratti di patrioti e martiri cilentani offerti dalla collezione del prof. Antonio Infante, storico del Cilento. Nella mostra faranno spicco anche dei pannelli riproducenti i simboli della Carboneria cilentana. La mostra rientra nel programma delle festività natalizie per il 2010. Interessante un ritratto dell’eroe garibaldino Filippo Patella, che seguì l’Eroe dei due mondi col grado di colonnello, nella Spedizione dei Mille in Sicilia. La mostra ha avuto il patrocinio della città di Agropoli, sindaco avv.Franco Alfieri, dell’Assessore alla Solidarietà Sociale dott. Angelo Coccaro, della Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia, onlus, di Agropoli, che ha come Presidente lo storico e studioso del Cilento Antonio Infante dello Studio d’arte e cultura del prof. Catello Nastro, e dello scrivente, giornalista Lorenzo Barone in qualità di Presidente del Centro Sociale della cittadina capoluogo del Cilento. La mostra, con ingresso libero, si potrà visitare dalle ore 9 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18 di tutti i giorni. Chiuderà i battenti il 6 gennaio 2011, anno in cui si programmerà per i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Lorenzo Barone
martedì 30 novembre 2010
Nuove strategie nel Cilento
Nuove strategie nel Cilento
PSICANALISI E TRANQUILLITA’ SOCIALE
Oggi la psicanalisi riveste un ruolo di grande importanza per la tranquillità sociale. Tra la prevenzione e la punizione esiste una entità intermedia che potremmo definire “educazione”. Una seconda entità è rappresentata dalla “rieducazione”. La prima avviene nella famiglia, nella scuola, sul luogo di lavoro, nelle strutture del tempo libero e degli hobby vari: siano essi sportivi, culturali, di passatempo o di qualsiasi altro genere. Sia ben chiaro che la psicanalisi, unitamente ad altre discipline similari, può interagire fino ad un certo punto. Quando il suo processo è senza risultati positivi bisogna per forza procedere alla repressione e quindi alla punizione. In altre parole chi mostra la chiara intenzione di non gradire la redenzione deve per forza di cose subire una giusta repressione. A questo punto il compito non diventa più oggetto dello psicanalista, ma passa nelle mani del giudice che emette il suo verdetto per una adeguata punizione da scontare nelle patrie galere. I risultati ottenuti dalla psicanalisi nel tema sono comunque degni di rilievo. Molti crimini, come quelli sessuali ad esempio, possono trovare immenso ausilio in questa disciplina. Arrivare alla radice del perché di un crimine è importante. Per una giustizia più giusta ma anche perché, scavando in profondità nella psiche del reo, si può arrivare facilmente alla motivazione del comportamento anomalo dell’individuo, comunque essere umano. In termine generico vengono chiamati “complessi”. Dal primo, forse quello più studiato e più antico della storia troviamo il complesso di Edipo. Ma anche i complessi che portano alla omosessualità, sia maschile che femminile, hanno radici profonde e quindi sono difficili da sradicare. Queste “devianze”, che non costituiscono crimine, vengono comunque accettate da una società evoluta come la nostra. Lo scorso anno nella nostra cittadina si è verificato un atto di intolleranza sul litorale di S.Marco. Ma chi l’ha commesso era il vero colpevole e quindi andava punito. Anche l’intolleranza verso gli anziani, gli immigrati, i diversamente abili è, a mio avviso, un grosso atto di inciviltà che va represso e punito adeguatamente. Da ex studioso di psicanalisi non mi voglio certamente trasformare in giudice. Non mi vedo assolutamente con la toga addosso. Un altro significativo fenomeno è la fobia. Una rivalsa psicologica da ripescare nella memoria, anche della prima fanciullezza, verso il buio, una strada in salita o in discesa, oppure verso un animale, come un cane, un gatto o addirittura piccolo ed innocuo come una formica. Quando insegnavo in Piemonte, ad esempio, conobbi un collega molto disgustoso che addirittura odiava i meridionali. Psicanalisi spicciola ed elementare: la moglie lo tradiva con un meridionale. Certamente non c’è bisogno di scomodare la psicanalisi per spiegare certe reazioni umane. Anche lo scrivente, nato durante la seconda guerra mondiale, ad ogni allarme veniva ficcato sotto il letto, al buio, per trovare un minimo di protezione. Fino a dieci anni quando passava un aereo ero terrorizzato. Il destino ha voluto che iniziassi la mia carriera di docente nella scuola media di S.Francesco al Campo, situata proprio sotto la pista di decollo dell’aeroporto di Caselle Torinese. Comunque mi abituai…In un recente articolo ho trattato di “lesionismo” ed “autolesionismo”. In altre parole omicidio e suicidio. Togliere la vita ad un altro essere umano, magari per fregargli la fuoriserie o il portafogli, e senza dubbio un crimine atroce e punibile. Togliere la vita a se stesso, anche se non è punibile, è senza dubbio un atto terribile che può destare nell’uomo di studio solo un senso di cristiana pietà. Ebbene io penso che anche quest’ultimo tipo di crimine, fa traballare la tranquillità sociale, fa intasare le coscienze non solo delle persone a lui vicine, ma anche alla società cosiddetta civile. E casi del genere sono aumentati in questi ultimi anni. Molto dipende anche dal substrato culturale e da quello ambientale. In confronto ad altre realtà sociali di altre aree geografiche, la nostra, Agropoli e Cilento, è senza dubbio preferibile ad altre aree della regione in notevole degrado. In talune zone la tranquillità sociale è quasi latitante. Basta parlare di camorra, spaccio di stupefacenti, furti e rapine, malcostume politico, traffici illeciti, e l’elenco potrebbe anche continuare… La tranquillità sociale va innanzitutto ricercata ed equilibrata nell’area vicina, prossima alla nostra famiglia ed alla nostra attività lavorativa per poi espandersi al condominio, alla scuola, al traffico, al commercio, al tempo libero ed infine ai mass media che spesso pur di fare “audience” propongono per mesi addirittura, modelli negativi. Anche l’alcolismo e la droga, in ultima analisi, rientrano in questo breve enunciato. Intorno ad essi gravita un mondo che certamente la psicanalisi non può molto. Ma può, per quello che è possibile, sperimentare nuove strategie grazie anche alla nuova e moderna tecnologia. Lascio agli specialisti la continuazione di questo scritto.
Catello Nastro
PSICANALISI E TRANQUILLITA’ SOCIALE
Oggi la psicanalisi riveste un ruolo di grande importanza per la tranquillità sociale. Tra la prevenzione e la punizione esiste una entità intermedia che potremmo definire “educazione”. Una seconda entità è rappresentata dalla “rieducazione”. La prima avviene nella famiglia, nella scuola, sul luogo di lavoro, nelle strutture del tempo libero e degli hobby vari: siano essi sportivi, culturali, di passatempo o di qualsiasi altro genere. Sia ben chiaro che la psicanalisi, unitamente ad altre discipline similari, può interagire fino ad un certo punto. Quando il suo processo è senza risultati positivi bisogna per forza procedere alla repressione e quindi alla punizione. In altre parole chi mostra la chiara intenzione di non gradire la redenzione deve per forza di cose subire una giusta repressione. A questo punto il compito non diventa più oggetto dello psicanalista, ma passa nelle mani del giudice che emette il suo verdetto per una adeguata punizione da scontare nelle patrie galere. I risultati ottenuti dalla psicanalisi nel tema sono comunque degni di rilievo. Molti crimini, come quelli sessuali ad esempio, possono trovare immenso ausilio in questa disciplina. Arrivare alla radice del perché di un crimine è importante. Per una giustizia più giusta ma anche perché, scavando in profondità nella psiche del reo, si può arrivare facilmente alla motivazione del comportamento anomalo dell’individuo, comunque essere umano. In termine generico vengono chiamati “complessi”. Dal primo, forse quello più studiato e più antico della storia troviamo il complesso di Edipo. Ma anche i complessi che portano alla omosessualità, sia maschile che femminile, hanno radici profonde e quindi sono difficili da sradicare. Queste “devianze”, che non costituiscono crimine, vengono comunque accettate da una società evoluta come la nostra. Lo scorso anno nella nostra cittadina si è verificato un atto di intolleranza sul litorale di S.Marco. Ma chi l’ha commesso era il vero colpevole e quindi andava punito. Anche l’intolleranza verso gli anziani, gli immigrati, i diversamente abili è, a mio avviso, un grosso atto di inciviltà che va represso e punito adeguatamente. Da ex studioso di psicanalisi non mi voglio certamente trasformare in giudice. Non mi vedo assolutamente con la toga addosso. Un altro significativo fenomeno è la fobia. Una rivalsa psicologica da ripescare nella memoria, anche della prima fanciullezza, verso il buio, una strada in salita o in discesa, oppure verso un animale, come un cane, un gatto o addirittura piccolo ed innocuo come una formica. Quando insegnavo in Piemonte, ad esempio, conobbi un collega molto disgustoso che addirittura odiava i meridionali. Psicanalisi spicciola ed elementare: la moglie lo tradiva con un meridionale. Certamente non c’è bisogno di scomodare la psicanalisi per spiegare certe reazioni umane. Anche lo scrivente, nato durante la seconda guerra mondiale, ad ogni allarme veniva ficcato sotto il letto, al buio, per trovare un minimo di protezione. Fino a dieci anni quando passava un aereo ero terrorizzato. Il destino ha voluto che iniziassi la mia carriera di docente nella scuola media di S.Francesco al Campo, situata proprio sotto la pista di decollo dell’aeroporto di Caselle Torinese. Comunque mi abituai…In un recente articolo ho trattato di “lesionismo” ed “autolesionismo”. In altre parole omicidio e suicidio. Togliere la vita ad un altro essere umano, magari per fregargli la fuoriserie o il portafogli, e senza dubbio un crimine atroce e punibile. Togliere la vita a se stesso, anche se non è punibile, è senza dubbio un atto terribile che può destare nell’uomo di studio solo un senso di cristiana pietà. Ebbene io penso che anche quest’ultimo tipo di crimine, fa traballare la tranquillità sociale, fa intasare le coscienze non solo delle persone a lui vicine, ma anche alla società cosiddetta civile. E casi del genere sono aumentati in questi ultimi anni. Molto dipende anche dal substrato culturale e da quello ambientale. In confronto ad altre realtà sociali di altre aree geografiche, la nostra, Agropoli e Cilento, è senza dubbio preferibile ad altre aree della regione in notevole degrado. In talune zone la tranquillità sociale è quasi latitante. Basta parlare di camorra, spaccio di stupefacenti, furti e rapine, malcostume politico, traffici illeciti, e l’elenco potrebbe anche continuare… La tranquillità sociale va innanzitutto ricercata ed equilibrata nell’area vicina, prossima alla nostra famiglia ed alla nostra attività lavorativa per poi espandersi al condominio, alla scuola, al traffico, al commercio, al tempo libero ed infine ai mass media che spesso pur di fare “audience” propongono per mesi addirittura, modelli negativi. Anche l’alcolismo e la droga, in ultima analisi, rientrano in questo breve enunciato. Intorno ad essi gravita un mondo che certamente la psicanalisi non può molto. Ma può, per quello che è possibile, sperimentare nuove strategie grazie anche alla nuova e moderna tecnologia. Lascio agli specialisti la continuazione di questo scritto.
Catello Nastro
giovedì 25 novembre 2010
UN VIAGGIO NEL PASSATO
UN VIAGGIO NEL PASSATO
Arrivati oramai alla soglia di settanta anni, peraltro vissuti intensamente, con interessi molteplici, si ha molto da raccontare. E Catello Nastro, giunto al suo 41° libro, anche se breve e coinciso, come d’altro canto almeno l’80% della sua produzione letteraria, ci narra delle vicende e delle esperienze vissute negli anni ’50 e ’60, in quel di San Marco di Agropoli, ancora non invasa dalla speculazione edilizia. Gli “Antichi mestieri del Cilento scomparsi” fanno oramai parte della nostra storia e della nostra cultura. Non esiste niente di più bello, per uno scrittore, che narrare delle vicende vissute o di avvenimenti dei quali è stato testimone. D’altro canto anche le più antiche vestigia del passato ci vengono tramandate dagli scrittori o dagli artisti in genere. La cultura in genere, ha contribuito a fare da collante tra un epoca e l’altra, le guerre, al contrario, hanno sempre costituito gli intervalli, più o meno disastrosi, per fare svoltare pagina alla storia. Più in senso negativo che positivo. Ancora una volta Catello Nastro, con questa sua opera, anche se di piccole dimensioni, ci presenta uno spaccato della vita e del mondo contadino della prima metà del secolo scorso toccando anche i primi due decenni. Giustamente egli si definisce uno “scrittore popolare”, prima perché viene dal popolo, secondo perché non si è mai definito uno storico, terzo perché ama la vita semplice e senza troppe complicazioni. Vederlo in giacca, camicia e cravatta, anche durante grossi eventi culturali, è alquanto difficile. Quello che colpisce, in questo suo quarantunesimo lavoro, è anche la sintesi dei concetti e la semplicità del linguaggio. Ma l’elemento più importante, è, a mio avviso, il messaggio educativo, che egli, vecchio professore in pensione, vuole lasciare ai giovani: conoscere il passato per vivere meglio il presente e progettare con coraggio il futuro. Sarà il suo un sassolino buttato nel mare, ma tanti sassolini possono anche creare un promontorio, una isola, una insenatura, un luogo di attracco e di ormeggio per giovani che spesso perdono la bussola in vista dei troppi orientamenti e della carenza di basi di lancio… In conclusione, ancora un libro per i giovani, affinché imparino come vivevano i loro nonni ed i loro bisnonni, come si sacrificavano per il lavoro e per la famiglia e per la casetta che li ospitava. Un vecchio professore può anche diventare un educatore permanente.
Renato Volpi
Arrivati oramai alla soglia di settanta anni, peraltro vissuti intensamente, con interessi molteplici, si ha molto da raccontare. E Catello Nastro, giunto al suo 41° libro, anche se breve e coinciso, come d’altro canto almeno l’80% della sua produzione letteraria, ci narra delle vicende e delle esperienze vissute negli anni ’50 e ’60, in quel di San Marco di Agropoli, ancora non invasa dalla speculazione edilizia. Gli “Antichi mestieri del Cilento scomparsi” fanno oramai parte della nostra storia e della nostra cultura. Non esiste niente di più bello, per uno scrittore, che narrare delle vicende vissute o di avvenimenti dei quali è stato testimone. D’altro canto anche le più antiche vestigia del passato ci vengono tramandate dagli scrittori o dagli artisti in genere. La cultura in genere, ha contribuito a fare da collante tra un epoca e l’altra, le guerre, al contrario, hanno sempre costituito gli intervalli, più o meno disastrosi, per fare svoltare pagina alla storia. Più in senso negativo che positivo. Ancora una volta Catello Nastro, con questa sua opera, anche se di piccole dimensioni, ci presenta uno spaccato della vita e del mondo contadino della prima metà del secolo scorso toccando anche i primi due decenni. Giustamente egli si definisce uno “scrittore popolare”, prima perché viene dal popolo, secondo perché non si è mai definito uno storico, terzo perché ama la vita semplice e senza troppe complicazioni. Vederlo in giacca, camicia e cravatta, anche durante grossi eventi culturali, è alquanto difficile. Quello che colpisce, in questo suo quarantunesimo lavoro, è anche la sintesi dei concetti e la semplicità del linguaggio. Ma l’elemento più importante, è, a mio avviso, il messaggio educativo, che egli, vecchio professore in pensione, vuole lasciare ai giovani: conoscere il passato per vivere meglio il presente e progettare con coraggio il futuro. Sarà il suo un sassolino buttato nel mare, ma tanti sassolini possono anche creare un promontorio, una isola, una insenatura, un luogo di attracco e di ormeggio per giovani che spesso perdono la bussola in vista dei troppi orientamenti e della carenza di basi di lancio… In conclusione, ancora un libro per i giovani, affinché imparino come vivevano i loro nonni ed i loro bisnonni, come si sacrificavano per il lavoro e per la famiglia e per la casetta che li ospitava. Un vecchio professore può anche diventare un educatore permanente.
Renato Volpi
sabato 6 novembre 2010
I grappoli d'uva
I GRAPPOLI D’UVA
Pendenti dal pergolato,
dorati dai raggi del sole,
o vestiti a lutto da madre natura
per il disastro ecologico,
sopravvivono, bianchi e neri,
come gli antichi Guelfi
imbottigliati nella sotterranea
cantina di un vecchio cascinale
impolverati in pagine in disuso.
Molti soccomberanno,
altri continueranno imperterriti
a fornire nuovi argomenti
al disorientato scibile umano
inquinato dai diserbanti morali,
rarefatti nelle pagine dei poeti.
Staccati dalla vite e dalla vita,
altri, cadendo a terra, marciranno,
vittime di una politica sbagliata.
Catello Nastro
Radici cilentane
RADICI CILENTANE
Una vanga antica abbandonata,
appoggiata ad un muro esterno
di un vecchio casolare
isolato nel mare verde
delle colline cilentane,
dallo stelo scheletrito
rosicchiato da famelici tarli,
dalla staffa consumata
dai poderosi scarponi
di contadini non sindacalizzati,
riporta alla mente del poeta
le forti e motivate
radici cilentane.
Narrerebbe – forse –
storie semplici
di pane condito di sudore,
di sforzi inumani
per dissodare l’avara terra
sovente pronta a negare
quanto dall’uomo programmato,
nel corso dei giorni,
nello scorrere dei mesi,
nel passare degli anni.
Le radici cilentane
sono dure a morire.
Catello Nastro
Una vanga antica abbandonata,
appoggiata ad un muro esterno
di un vecchio casolare
isolato nel mare verde
delle colline cilentane,
dallo stelo scheletrito
rosicchiato da famelici tarli,
dalla staffa consumata
dai poderosi scarponi
di contadini non sindacalizzati,
riporta alla mente del poeta
le forti e motivate
radici cilentane.
Narrerebbe – forse –
storie semplici
di pane condito di sudore,
di sforzi inumani
per dissodare l’avara terra
sovente pronta a negare
quanto dall’uomo programmato,
nel corso dei giorni,
nello scorrere dei mesi,
nel passare degli anni.
Le radici cilentane
sono dure a morire.
Catello Nastro
mercoledì 3 novembre 2010
recensione
LA POESIA SEMPLICE DI SILVIA DEL GALDO
La poesia di Silvia Del Galdo, che vive in provincia di Milano già da alcuni anni, è semplice e genuina, quasi una lirica naive proprio per i temi attuali descritti in maniera chiara ma incisiva.
Il dolore, l’amore, ma anche la compartecipazione all’evolversi del mondo morale e spirituale sono temi frequenti nelle sue liriche. Tra queste spicca la poesia “14 AGOSTO 1999” che riportiamo integralmente non far torto all’autrice ed anche al fruitore della composizione.
14 AGOSTO 1999
Il viso sofferente
E gli occhi ormai velati
Non brillan più d’amore
Ma si legge il dolore,
e mentre io ti guardo,
il cuore mi si stringe
e il viso mio tirato
di lagrime si tinge.
Ormai più non respiri
Al Padre sei tornata
E nello stesso istante
Il cuore è lacerato.
Silvia De Galdo
Da notare in questi versi la drammaticità del tema trattato, la rassegnazione cristiana e la compartecipazione dignitosa al dolore per la dipartita di una persona cara. Inoltre, noti bene il lettore, che Silvia Del Galdo scrive in maniera incisiva. Ogni suo verso è quasi un capitolo di un lungo diario. Un’altra composizione semplice e senza ricercatezza di astrusi vocaboli è “IL PAESAGGIO”.
IL PAESAGGIO
Com’è bello il paesaggio
Dalla macchina l’osservo,
sembra quello del Presepe
con le capre e l’asinello
con le luci piccoline
come fossero stelline
e di notte è illuminato
come mai l’ho immaginato
con i boschi e con le siepi
con i campi coltivati
con le pinte di limoni
e il profumo di lamponi:
Silvia Del Galdo
La chiara ispirazione cristiana, la semplicità dell’esposizione, sebbene con un vocabolario non molto forbito e pregno di ricercatezza, spingono il critico a prendere in considerazione i versi di Silvia Del Galdo e proporli al lettore spesso sbandato in un clima di apatia o l contrario, di un novello barocchismo linguistico atto a meravigliare più per la forma che per il contenuto.
Catello Nastro
agropolicultura.blogspot.com
La poesia di Silvia Del Galdo, che vive in provincia di Milano già da alcuni anni, è semplice e genuina, quasi una lirica naive proprio per i temi attuali descritti in maniera chiara ma incisiva.
Il dolore, l’amore, ma anche la compartecipazione all’evolversi del mondo morale e spirituale sono temi frequenti nelle sue liriche. Tra queste spicca la poesia “14 AGOSTO 1999” che riportiamo integralmente non far torto all’autrice ed anche al fruitore della composizione.
14 AGOSTO 1999
Il viso sofferente
E gli occhi ormai velati
Non brillan più d’amore
Ma si legge il dolore,
e mentre io ti guardo,
il cuore mi si stringe
e il viso mio tirato
di lagrime si tinge.
Ormai più non respiri
Al Padre sei tornata
E nello stesso istante
Il cuore è lacerato.
Silvia De Galdo
Da notare in questi versi la drammaticità del tema trattato, la rassegnazione cristiana e la compartecipazione dignitosa al dolore per la dipartita di una persona cara. Inoltre, noti bene il lettore, che Silvia Del Galdo scrive in maniera incisiva. Ogni suo verso è quasi un capitolo di un lungo diario. Un’altra composizione semplice e senza ricercatezza di astrusi vocaboli è “IL PAESAGGIO”.
IL PAESAGGIO
Com’è bello il paesaggio
Dalla macchina l’osservo,
sembra quello del Presepe
con le capre e l’asinello
con le luci piccoline
come fossero stelline
e di notte è illuminato
come mai l’ho immaginato
con i boschi e con le siepi
con i campi coltivati
con le pinte di limoni
e il profumo di lamponi:
Silvia Del Galdo
La chiara ispirazione cristiana, la semplicità dell’esposizione, sebbene con un vocabolario non molto forbito e pregno di ricercatezza, spingono il critico a prendere in considerazione i versi di Silvia Del Galdo e proporli al lettore spesso sbandato in un clima di apatia o l contrario, di un novello barocchismo linguistico atto a meravigliare più per la forma che per il contenuto.
Catello Nastro
agropolicultura.blogspot.com
giovedì 28 ottobre 2010
Casa di tolleranza (2007)
CASA DI TOLLERANZA
La casa dei tortellini, la casa vinicola, la casa del buongustaio, la casa dei salumi e dei formaggi, la casa del pane, la casa del pesce, eccetera, eccetera. Ci sta pure la casa in città, la casa in montagna, la casa al mare, la casa in campagna, la casa di riposo, la casa di villeggiatura, la casa mobile, la casa di cura, eccetera, eccetera. La casa del fascio, la casa del popolo, la casa delle libertà… In un’altra casistica troviamo anche la casa di piacere, la casa chiusa, la casa di tolleranza. Ma in questo scritto, dopo cinque mesi di “silenzio stampa”, non tratterò dei vari tipi di casa, né tantomeno della casa di tolleranza, ma… solo di tolleranza. Tolleranza verso gli anziani, verso chi crede ancora in certi valori ritenuti da altri preistorici, verso chi crede nella poesia che segue ancora schemi classici pur usando linguaggio e tematiche diverse, verso chi crede nel valore sociale della comunicazione, in questi ultimi tempi facilitata dai nuovi mezzi informatici, quasi gratuiti, mentre, al contrario, il vecchio supporto cartaceo è aumentato di costo a dismisura rendendo quasi impossibile ad un pensionato dello stato dare alle stampe una propria silloge. Sì, ci sono gli editori…ma quale editore pubblicherebbe, a proprie spese, una raccolta di versi di un poeta di periferia, anzi della periferia della provincia, come lo scrivente? Ed ecco, allora, che imbocchiamo, senza nemmeno pagare il fitto ad equo canone, la porta della casa dei poeti. Qui conosciamo gli altri condomini. Gente come noi, che ama scrivere ( in versi o in prosa), che ama ricevere commenti (positivi o negativi), che ama commentare ciò che scrivono gli altri, che ama addirittura dialogare pubblicamente tramite i commenti o privatamente tramite le e-mail, che ama esternare i propri sentimenti, gli stati d’animo, le emozioni, le visioni personali e le considerazioni su un episodio di vita vissuta o immaginaria, come la nascita di un figlio o la perdita della madre, un imprevisto incontro d’amore o la morte del gatto. Sono momenti, questi, che vanno rivisitati in un’ottica diversa: per chi scrive e per chi legge e diversa, ancora, per chi commenta. Per circa cinque mesi, volutamente, non ho commentato, pur avendo sovente letto, le pubblicazioni dei poeti e degli scrittori de un sito validissimo. L’ho fatto come pausa di riflessione, come sciopero( anche se nessuno se ne sarà accorto!), per rispetto verso coloro che mi hanno degnato di un loro commento positivo, per rispetto verso coloro che mi hanno degnato di un loro commento negativo, e, a tal proposito, per la paura di incorrere nel cosiddetto improperio di ritorno ( tu offendi me ed io offendo te…). E’ probabile, anzi è perfettamente naturale che, a questo punto, qualcuno pensi che mi sia adirato per commenti negativi ricevuti nelle ultime “esternazioni” . Assolutamente!!! Se riprendo a scrivere su questo sito dopo cinque mesi significa solamente che credo nell’alto valore della comunicazione, del confronto onesto e sincero, nel dialogo. Ma quando si afferma che io abbia approfittato per fare propaganda politica, o addirittura di essere un inquisitore di stampo medioevale o di essere in mala fede, non lo accetto. Come pure non accetto giudizi e sentenze sommarie da chi non è riuscito a leggere appieno il mio messaggio perché talvolta ermetico. Quando non me la sento di dare un oculato giudizio, contenutistico o formale, su uno scritto di altri ospiti di questo sito, scrivo “No comment!” proprio per indicare che ho letto con interesse una poesia o un racconto, ma non me la sento di fare un commento obiettivo. In altro loco ( o sito) mi è capitato che, avendo scritto dei versi contro i “cravattari”, un tizio mi ha riempito di improperi, ritenendosi offeso perché portava sempre la cravatta. Il tizio (ignorante) ignorava che il cravattaro non è l’uomo che porta la cravatta, ma lo strozzino, l’usuraio, quello che arricchisce sulle disgrazie degli altri, quello che presta i soldi ad usura con interessi del cento per cento non all’anno, ma al mese. Anche io, come voi, ho il diritto di esprimere attraverso questo o quel sito , altri o miei siti, le mie idee. Voi potete commentarle, anche negativamente come fanno molti, ma non avete nessun diritto di offendere non solo me, ma anche gli altri frequentatori del sito: primo perché ho il coraggio di sottopormi al vostro giudizio; secondo perchè ho il coraggio di presentarmi col mio nome e cognome reale; terzo perché sono anziano; quarto perché ultrasessantenne mi sono adeguato a internet; quinto perché non ho mai offeso nessuno. TOLLERANZA! Amici del sito…TOLLERANZA! Penso che se, nel mondo, si aumentasse la dose di tolleranza verso chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra, chi ha un Dio diverso dal nostro, chi ha una visione politica diversa dalla nostra, chi tifa per una squadra di calcio diversa dalla nostra, chi è diverso perché è diverso, potremmo convivere, su questa casa immensa che si chiama “terra”, pacificamente, senza discriminazioni razziali, senza guerre, senza inutili diatribe politiche, senza violenza negli stadi, senza soprusi, in una “globalizzazione geneticamente modificata”, in un mondo senza dubbio migliore. Sono scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ad un infarto ad appena trent’anni, ad una operazione alle coronarie a sessanta, a minacce di morte per i miei articoli contro la speculazione edilizia degli anni ’70, a tentativi di estorsione, truffa, pizzo, eccetera, eccetera. Sono cinquant’anni che scrivo poesie. “ MEGLIO UN POETA SENZA LETTORI CHE UN POPOLO SENZA POETI”. P.S. Scusate il disturbo! A voi i commenti, ma…tolleranza!!!
Catello Nastro
La casa dei tortellini, la casa vinicola, la casa del buongustaio, la casa dei salumi e dei formaggi, la casa del pane, la casa del pesce, eccetera, eccetera. Ci sta pure la casa in città, la casa in montagna, la casa al mare, la casa in campagna, la casa di riposo, la casa di villeggiatura, la casa mobile, la casa di cura, eccetera, eccetera. La casa del fascio, la casa del popolo, la casa delle libertà… In un’altra casistica troviamo anche la casa di piacere, la casa chiusa, la casa di tolleranza. Ma in questo scritto, dopo cinque mesi di “silenzio stampa”, non tratterò dei vari tipi di casa, né tantomeno della casa di tolleranza, ma… solo di tolleranza. Tolleranza verso gli anziani, verso chi crede ancora in certi valori ritenuti da altri preistorici, verso chi crede nella poesia che segue ancora schemi classici pur usando linguaggio e tematiche diverse, verso chi crede nel valore sociale della comunicazione, in questi ultimi tempi facilitata dai nuovi mezzi informatici, quasi gratuiti, mentre, al contrario, il vecchio supporto cartaceo è aumentato di costo a dismisura rendendo quasi impossibile ad un pensionato dello stato dare alle stampe una propria silloge. Sì, ci sono gli editori…ma quale editore pubblicherebbe, a proprie spese, una raccolta di versi di un poeta di periferia, anzi della periferia della provincia, come lo scrivente? Ed ecco, allora, che imbocchiamo, senza nemmeno pagare il fitto ad equo canone, la porta della casa dei poeti. Qui conosciamo gli altri condomini. Gente come noi, che ama scrivere ( in versi o in prosa), che ama ricevere commenti (positivi o negativi), che ama commentare ciò che scrivono gli altri, che ama addirittura dialogare pubblicamente tramite i commenti o privatamente tramite le e-mail, che ama esternare i propri sentimenti, gli stati d’animo, le emozioni, le visioni personali e le considerazioni su un episodio di vita vissuta o immaginaria, come la nascita di un figlio o la perdita della madre, un imprevisto incontro d’amore o la morte del gatto. Sono momenti, questi, che vanno rivisitati in un’ottica diversa: per chi scrive e per chi legge e diversa, ancora, per chi commenta. Per circa cinque mesi, volutamente, non ho commentato, pur avendo sovente letto, le pubblicazioni dei poeti e degli scrittori de un sito validissimo. L’ho fatto come pausa di riflessione, come sciopero( anche se nessuno se ne sarà accorto!), per rispetto verso coloro che mi hanno degnato di un loro commento positivo, per rispetto verso coloro che mi hanno degnato di un loro commento negativo, e, a tal proposito, per la paura di incorrere nel cosiddetto improperio di ritorno ( tu offendi me ed io offendo te…). E’ probabile, anzi è perfettamente naturale che, a questo punto, qualcuno pensi che mi sia adirato per commenti negativi ricevuti nelle ultime “esternazioni” . Assolutamente!!! Se riprendo a scrivere su questo sito dopo cinque mesi significa solamente che credo nell’alto valore della comunicazione, del confronto onesto e sincero, nel dialogo. Ma quando si afferma che io abbia approfittato per fare propaganda politica, o addirittura di essere un inquisitore di stampo medioevale o di essere in mala fede, non lo accetto. Come pure non accetto giudizi e sentenze sommarie da chi non è riuscito a leggere appieno il mio messaggio perché talvolta ermetico. Quando non me la sento di dare un oculato giudizio, contenutistico o formale, su uno scritto di altri ospiti di questo sito, scrivo “No comment!” proprio per indicare che ho letto con interesse una poesia o un racconto, ma non me la sento di fare un commento obiettivo. In altro loco ( o sito) mi è capitato che, avendo scritto dei versi contro i “cravattari”, un tizio mi ha riempito di improperi, ritenendosi offeso perché portava sempre la cravatta. Il tizio (ignorante) ignorava che il cravattaro non è l’uomo che porta la cravatta, ma lo strozzino, l’usuraio, quello che arricchisce sulle disgrazie degli altri, quello che presta i soldi ad usura con interessi del cento per cento non all’anno, ma al mese. Anche io, come voi, ho il diritto di esprimere attraverso questo o quel sito , altri o miei siti, le mie idee. Voi potete commentarle, anche negativamente come fanno molti, ma non avete nessun diritto di offendere non solo me, ma anche gli altri frequentatori del sito: primo perché ho il coraggio di sottopormi al vostro giudizio; secondo perchè ho il coraggio di presentarmi col mio nome e cognome reale; terzo perché sono anziano; quarto perché ultrasessantenne mi sono adeguato a internet; quinto perché non ho mai offeso nessuno. TOLLERANZA! Amici del sito…TOLLERANZA! Penso che se, nel mondo, si aumentasse la dose di tolleranza verso chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra, chi ha un Dio diverso dal nostro, chi ha una visione politica diversa dalla nostra, chi tifa per una squadra di calcio diversa dalla nostra, chi è diverso perché è diverso, potremmo convivere, su questa casa immensa che si chiama “terra”, pacificamente, senza discriminazioni razziali, senza guerre, senza inutili diatribe politiche, senza violenza negli stadi, senza soprusi, in una “globalizzazione geneticamente modificata”, in un mondo senza dubbio migliore. Sono scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ad un infarto ad appena trent’anni, ad una operazione alle coronarie a sessanta, a minacce di morte per i miei articoli contro la speculazione edilizia degli anni ’70, a tentativi di estorsione, truffa, pizzo, eccetera, eccetera. Sono cinquant’anni che scrivo poesie. “ MEGLIO UN POETA SENZA LETTORI CHE UN POPOLO SENZA POETI”. P.S. Scusate il disturbo! A voi i commenti, ma…tolleranza!!!
Catello Nastro
sabato 16 ottobre 2010
Costituito il comitato "Amici di Francesco Scarpa" ad Agropoli
Agropoli
COSTITUITO IL COMITATO “AMICI DI FRANCESCO SCARPA”
Agropoli – Si è costituito il comitato culturale “Gli amici di Francesco Scarpa” lo studente prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1996, dopo una lunga ed intraprendente lotta per la costruzione del nuovo edificio del Liceo Scientifico di Agropoli. Il comitato, guidato dal collega Lorenzo Barone nella veste di presidente e in quella di coordinatori il professore Catello Nastro ed il professore Rosario Scarpa, questo ultimo papà del compianto giovane, la cui anima “benedetta” ebbe a volare in Paradiso, quando non aveva ancora raggiunto l’età maggiorenne, ossia quella del diciottesimo anno. Il sopra citato comitato “Gli amici di Francesco Scarpa”ha lo scopo di chiedere all’Amministrazione Comunale della Città, alla cui guida ben si distingue l’avvocato Franco Alfieri, l’intitolazione del plesso scolastico in via di ultimazione, alla memoria di Francesco Scarpa. I promotori della richiesta, hanno conosciuto a suo tempo il giovane rappresentante d’istituto ed apprezzate le sue doti morali ed umanitarie, nonché la nobiltà dei suoi ideali sul cammino della legalità e del diritto degli studenti. In alternativa della richiesta di cui sopra i firmatari della presente petizione desidererebbero l’assegnazione della biblioteca oppure, in alternativa, l’Aula Magna. Tra i sottoscrittori della petizione abbiamo personaggi illustri del mondo della scuola, dell’arte, della letteratura, dell’imprenditoria, dell’informazione e di altre importantissime sfere culturali. Questi alcuni dei nomi che hanno apposto la firma al margine del documento: Domenico Chieffallo, scrittore e storico meridionalista – Francesco Bruno, dirigente scolastico – Antonio Infante, scrittore e storico del Cilento – Germano Bonora, già professore nei Licei – Luciano Castellano, docente e scrittore – Antonio Iorio, professore – Gennaro De Marco, vice dirigente – Mario Pesca, avvocato – Antonio Domini, già Sindaco di Agropoli – Paolo Serra, già Sindaco di Agropoli e dirigente scolastico dell’Istituto Nobel – Cristoforo Cappetta, professore – Salvatore Cantalupo, medico, cultore – Pasquale Volpe, già vicesindaco di Agropoli – Nicola Di Luccio, ufficiale in pensione – Nicola Iannuzzi, ingegnere – Giancarlo Giannella, avvocato - Giulio Cantalupo, ex direttore bancario. A questi nomi, naturalmente, se ne aggiungeranno altri per rendere dovuto e meritato omaggio alla memoria di un giovane altruista a cui non è stato concesso di diventare adulto.
Lorenzo Barone
COSTITUITO IL COMITATO “AMICI DI FRANCESCO SCARPA”
Agropoli – Si è costituito il comitato culturale “Gli amici di Francesco Scarpa” lo studente prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1996, dopo una lunga ed intraprendente lotta per la costruzione del nuovo edificio del Liceo Scientifico di Agropoli. Il comitato, guidato dal collega Lorenzo Barone nella veste di presidente e in quella di coordinatori il professore Catello Nastro ed il professore Rosario Scarpa, questo ultimo papà del compianto giovane, la cui anima “benedetta” ebbe a volare in Paradiso, quando non aveva ancora raggiunto l’età maggiorenne, ossia quella del diciottesimo anno. Il sopra citato comitato “Gli amici di Francesco Scarpa”ha lo scopo di chiedere all’Amministrazione Comunale della Città, alla cui guida ben si distingue l’avvocato Franco Alfieri, l’intitolazione del plesso scolastico in via di ultimazione, alla memoria di Francesco Scarpa. I promotori della richiesta, hanno conosciuto a suo tempo il giovane rappresentante d’istituto ed apprezzate le sue doti morali ed umanitarie, nonché la nobiltà dei suoi ideali sul cammino della legalità e del diritto degli studenti. In alternativa della richiesta di cui sopra i firmatari della presente petizione desidererebbero l’assegnazione della biblioteca oppure, in alternativa, l’Aula Magna. Tra i sottoscrittori della petizione abbiamo personaggi illustri del mondo della scuola, dell’arte, della letteratura, dell’imprenditoria, dell’informazione e di altre importantissime sfere culturali. Questi alcuni dei nomi che hanno apposto la firma al margine del documento: Domenico Chieffallo, scrittore e storico meridionalista – Francesco Bruno, dirigente scolastico – Antonio Infante, scrittore e storico del Cilento – Germano Bonora, già professore nei Licei – Luciano Castellano, docente e scrittore – Antonio Iorio, professore – Gennaro De Marco, vice dirigente – Mario Pesca, avvocato – Antonio Domini, già Sindaco di Agropoli – Paolo Serra, già Sindaco di Agropoli e dirigente scolastico dell’Istituto Nobel – Cristoforo Cappetta, professore – Salvatore Cantalupo, medico, cultore – Pasquale Volpe, già vicesindaco di Agropoli – Nicola Di Luccio, ufficiale in pensione – Nicola Iannuzzi, ingegnere – Giancarlo Giannella, avvocato - Giulio Cantalupo, ex direttore bancario. A questi nomi, naturalmente, se ne aggiungeranno altri per rendere dovuto e meritato omaggio alla memoria di un giovane altruista a cui non è stato concesso di diventare adulto.
Lorenzo Barone
lunedì 11 ottobre 2010
sabato 9 ottobre 2010
HANNO UCCISO IL PESCATORE
HANNO UCCISO IL PESCATORE
Hanno ucciso il pescatore
che solcava le onde del mare
solcate da Ernest Emingway,
mentre tornava alla sua famiglia,
a notte fonda pregno di impegno civico.
I novelli saraceni,
contemporanei pirati
della Costa del Cilento,
autori di misfatti paesaggistici,
avidi divoratori del verde della terra
e dell’azzurro del mare,
nel grigiore di sete di denaro
spremuto dal sangue degli onesti,
hanno ammutolito con la morte
il novello Carlo Pisacane.
Anche San Francesco dal suo scoglio
da dove predicò ai pesci
bagna il mare con le sue lagrime.
Domani tornerà il silenzio
e se ne andrà con la barca dell’oblio.
Solo la voce del poeta,
- anche se senza lettori -
declamerà l’ultimo requiem.
Catello Nastro
Hanno ucciso il pescatore
che solcava le onde del mare
solcate da Ernest Emingway,
mentre tornava alla sua famiglia,
a notte fonda pregno di impegno civico.
I novelli saraceni,
contemporanei pirati
della Costa del Cilento,
autori di misfatti paesaggistici,
avidi divoratori del verde della terra
e dell’azzurro del mare,
nel grigiore di sete di denaro
spremuto dal sangue degli onesti,
hanno ammutolito con la morte
il novello Carlo Pisacane.
Anche San Francesco dal suo scoglio
da dove predicò ai pesci
bagna il mare con le sue lagrime.
Domani tornerà il silenzio
e se ne andrà con la barca dell’oblio.
Solo la voce del poeta,
- anche se senza lettori -
declamerà l’ultimo requiem.
Catello Nastro
sabato 11 settembre 2010
IL PORCINO DEL BOSCO DI NOVI
RINT’A ‘LU BOSCO RE
LU MONTE RE NOVI
Rint’à ‘nu bosco
re lu Celiento antico,
chino re verde,
re fraule e mirtiddi
pigliao lu sule ‘na funghetta
cu’ lu’ cappedduzzo ‘ngapo.
Quanno verette aspuntà ra’ luntano
nu’ fungio re bosco
auto e cu’ male intinzioni.
Lu puverieddo nun facette
a tiempo manco a arapi’ la vocca
che chera arraggiata subbito l’alluccau:
“ Givinò, lu ssaccio ca’ vulite fa lu purcino,
ma livateve ra nanti a chesti spore
si nò chiammo a Genuveffa la vipera
e ve fazzo muzzecà ‘nzimma a ‘sta ponta
re sta cappedda moscia…”.
Aroppa a st’incontro sfurtunato
cu la purcina lercia,
s’avetta accuntentà
cu’ ‘na fongia arrepecchiata
re ‘n’antica vuercia.
Catello Nastro
TRADUZIONE DAL DIALETTO CILENTANO
Nel bosco che porta al bellissimo e suggestivo Santuario della Madonna di Novi Velia, oltre m.1.700 s.l,m., meta di frequenti pellegrinaggi durante la stagione estiva, un porcino vuole fare all’amore con una porcina, ma lei non ci sta e lo minaccia di allontanarsi altrimenti chiamerò una sua amica vipera e lo farà mordere sulla cappella. Sconfitto il porcino si allontana e si consola con una funghetta di quercia già in età avanzata.
LU MONTE RE NOVI
Rint’à ‘nu bosco
re lu Celiento antico,
chino re verde,
re fraule e mirtiddi
pigliao lu sule ‘na funghetta
cu’ lu’ cappedduzzo ‘ngapo.
Quanno verette aspuntà ra’ luntano
nu’ fungio re bosco
auto e cu’ male intinzioni.
Lu puverieddo nun facette
a tiempo manco a arapi’ la vocca
che chera arraggiata subbito l’alluccau:
“ Givinò, lu ssaccio ca’ vulite fa lu purcino,
ma livateve ra nanti a chesti spore
si nò chiammo a Genuveffa la vipera
e ve fazzo muzzecà ‘nzimma a ‘sta ponta
re sta cappedda moscia…”.
Aroppa a st’incontro sfurtunato
cu la purcina lercia,
s’avetta accuntentà
cu’ ‘na fongia arrepecchiata
re ‘n’antica vuercia.
Catello Nastro
TRADUZIONE DAL DIALETTO CILENTANO
Nel bosco che porta al bellissimo e suggestivo Santuario della Madonna di Novi Velia, oltre m.1.700 s.l,m., meta di frequenti pellegrinaggi durante la stagione estiva, un porcino vuole fare all’amore con una porcina, ma lei non ci sta e lo minaccia di allontanarsi altrimenti chiamerò una sua amica vipera e lo farà mordere sulla cappella. Sconfitto il porcino si allontana e si consola con una funghetta di quercia già in età avanzata.
venerdì 10 settembre 2010
VERSI NELLA NEBBIA (1969)
VERSI NELLA NEBBIA
NON PIU'
Non più
il dolce suono delle cicale,
non più
il notturno chiarore delle lucciole
non più
il pianto di un bambino che ha fame.
Che squallore!
Tra tanta ricchezza
mi hanno immiserito!
Che rumore!
Tra tanto benessere
mi hanno frastornato!
Che delusione!
Tra tante speranze
sono l'ultimo anello
della catena di montaggio...
_________________________
COME LA SABBIA
Come un granello di sabbia
alabastrina del mio paese,
dispersa a miriade sul lido
deserto di una notte d'inverno
quando cala la caliginosa sera
di un gelido autunno continentale
mi rattrista il pensiero
di essere simile ai miei simili.
Fratelli, siamo soli!
Amici, siamo derelitti!
Compagni, siamo abbandonati!
Ed il mare...
continua a percuoterci.
________________________
RUGIADA
Rugiada campestre
che sgocciolavo
fanciullo
nelle mattinate
di primavera.
Or corrotta
anche tu
hai chinato
il capo
al comando.
E giaci
lì a terra
annerita.
________________________
AL PO
Nerastro fiume
senza vita:
mi sembri l'Acheronte.
________________________
AVVIZZITO
Avvizzito
dal lavoro e dal tempo
mi guardo allo specchio
e rivedo te:
dolce immagine
di candido fanciullo
che solevi giocare
nei boschi silvani
all'ombra di fronzuti castagni
o sull'arena cristallina
tra il luccicare delle conchiglie.
________________________
TRISTO DESTINO
Tristo destino
che ‘si lontano
mi hai portato
da mia madre
e dal tetto natìo.
Ah! Forse un di'
pietoso alfine,
volgerai il tuo sguardo
e ti accorgerai di me.
________________________
HO PENSATO ALLE RONDINI
Ho pensato alle rondini
che stanche in primavera
ritornavano al nido
sotto la grondaia
della casetta di campagna.
Ho pensato al risveglio
di primavera precoce
che copre i campi
di variopinte creaturine.
Ho pensato al fervore mattutino
del pollaio novello
ai colombi innamorati
svolazzanti tra i tetti.
Ho pensato a te, Padre,
che t'aggiravi tra le gemme, felice,
e con paterno amore
rialzavi i ramoscelli riottosi.
Sembrava la tua mano pietosa
rialzare me, fanciullo piangente
su un sasso non visto,
piegato sulle ginocchia
a guisa di preghiera.
________________________
SQUARCI DI SOLE
Squarci di sole
illuminano
il triste giorno
d'inverno.
Scure nubi
s'addensano
nel cielo
già cupo:
e cala
la tenebra.
________________________
TRASPIRATO
Traspirato
nell'arida nebbia
ho sentito il suono
di una chitarra.
Suonava,
piangeva.
Note tristi,
note gaie:
il cuore
lontano.
Volava
nell'aere cupo
un sentimento nascosto.
Suonava,
piangeva.
________________________
A MIA MOGLIE
Paziente compagna
della mia illusione
itinerante e fallace.
Provvida
telepatica
serena
rasserenante.
Alle antiche promesse
non hai avuto
che nuove promesse.
________________________
VECCHIA NAPOLI
Vecchia Napoli,
col tuo rumore umano,
mi torni al cuore
sempre quando piove.
E vivo e spero
di tornar da te,
quando un di' goliardo
ti godetti tutta.
Ma or sei lungi,
cara Partenopea:
m'assordavi, sì...
ma di rumori umani.
________________________
LAMPARE
Lucciole marine
diffuse sul tavolato
animate
da braccia poderose.
Scintille
di vita umana sul mare
d'autunno
placido
cheto.
________________________
LONTANO
Voci
di un fanciullo
innocente
su una spiaggia
deserta
triste
autunnale.
Voci
nel frastuono
dell'onde...
Ahimé...
lontano.
________________________
A PORTA NUOVA
Fermi!
Pazzi!
Dove andate
coi vostri scatoloni
pieni di pane raffermo,
lardo, uova sode,
una bottiglia di olio
due di vino
ed arance
da portare al paesano.
Credete d'andare a teatro...
Ma i posti a sedere
sono esauriti...
...e lo spettacolo è già finito.
________________________
SICCOME
Siccome
una rosa appassita
pallida
smorta
discinta
cadente.
m'appari:
gelida notte del nord.
________________________
UN FIORE DAL SUD
Fratello
quando torni
col Treno del Sole
portami un fiore
un fiore dal Sud.
________________________
L'INDIFFERENZA
Non un volto
che chiede amore
non una mano
che chiede passione
non un corpo
che ti chiama vicino
non un viso che t'ispira rancore
nulla rimane
l'indifferenza...
________________________
Catello Nastro
NON PIU'
Non più
il dolce suono delle cicale,
non più
il notturno chiarore delle lucciole
non più
il pianto di un bambino che ha fame.
Che squallore!
Tra tanta ricchezza
mi hanno immiserito!
Che rumore!
Tra tanto benessere
mi hanno frastornato!
Che delusione!
Tra tante speranze
sono l'ultimo anello
della catena di montaggio...
_________________________
COME LA SABBIA
Come un granello di sabbia
alabastrina del mio paese,
dispersa a miriade sul lido
deserto di una notte d'inverno
quando cala la caliginosa sera
di un gelido autunno continentale
mi rattrista il pensiero
di essere simile ai miei simili.
Fratelli, siamo soli!
Amici, siamo derelitti!
Compagni, siamo abbandonati!
Ed il mare...
continua a percuoterci.
________________________
RUGIADA
Rugiada campestre
che sgocciolavo
fanciullo
nelle mattinate
di primavera.
Or corrotta
anche tu
hai chinato
il capo
al comando.
E giaci
lì a terra
annerita.
________________________
AL PO
Nerastro fiume
senza vita:
mi sembri l'Acheronte.
________________________
AVVIZZITO
Avvizzito
dal lavoro e dal tempo
mi guardo allo specchio
e rivedo te:
dolce immagine
di candido fanciullo
che solevi giocare
nei boschi silvani
all'ombra di fronzuti castagni
o sull'arena cristallina
tra il luccicare delle conchiglie.
________________________
TRISTO DESTINO
Tristo destino
che ‘si lontano
mi hai portato
da mia madre
e dal tetto natìo.
Ah! Forse un di'
pietoso alfine,
volgerai il tuo sguardo
e ti accorgerai di me.
________________________
HO PENSATO ALLE RONDINI
Ho pensato alle rondini
che stanche in primavera
ritornavano al nido
sotto la grondaia
della casetta di campagna.
Ho pensato al risveglio
di primavera precoce
che copre i campi
di variopinte creaturine.
Ho pensato al fervore mattutino
del pollaio novello
ai colombi innamorati
svolazzanti tra i tetti.
Ho pensato a te, Padre,
che t'aggiravi tra le gemme, felice,
e con paterno amore
rialzavi i ramoscelli riottosi.
Sembrava la tua mano pietosa
rialzare me, fanciullo piangente
su un sasso non visto,
piegato sulle ginocchia
a guisa di preghiera.
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SQUARCI DI SOLE
Squarci di sole
illuminano
il triste giorno
d'inverno.
Scure nubi
s'addensano
nel cielo
già cupo:
e cala
la tenebra.
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TRASPIRATO
Traspirato
nell'arida nebbia
ho sentito il suono
di una chitarra.
Suonava,
piangeva.
Note tristi,
note gaie:
il cuore
lontano.
Volava
nell'aere cupo
un sentimento nascosto.
Suonava,
piangeva.
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A MIA MOGLIE
Paziente compagna
della mia illusione
itinerante e fallace.
Provvida
telepatica
serena
rasserenante.
Alle antiche promesse
non hai avuto
che nuove promesse.
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VECCHIA NAPOLI
Vecchia Napoli,
col tuo rumore umano,
mi torni al cuore
sempre quando piove.
E vivo e spero
di tornar da te,
quando un di' goliardo
ti godetti tutta.
Ma or sei lungi,
cara Partenopea:
m'assordavi, sì...
ma di rumori umani.
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LAMPARE
Lucciole marine
diffuse sul tavolato
animate
da braccia poderose.
Scintille
di vita umana sul mare
d'autunno
placido
cheto.
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LONTANO
Voci
di un fanciullo
innocente
su una spiaggia
deserta
triste
autunnale.
Voci
nel frastuono
dell'onde...
Ahimé...
lontano.
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A PORTA NUOVA
Fermi!
Pazzi!
Dove andate
coi vostri scatoloni
pieni di pane raffermo,
lardo, uova sode,
una bottiglia di olio
due di vino
ed arance
da portare al paesano.
Credete d'andare a teatro...
Ma i posti a sedere
sono esauriti...
...e lo spettacolo è già finito.
________________________
SICCOME
Siccome
una rosa appassita
pallida
smorta
discinta
cadente.
m'appari:
gelida notte del nord.
________________________
UN FIORE DAL SUD
Fratello
quando torni
col Treno del Sole
portami un fiore
un fiore dal Sud.
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L'INDIFFERENZA
Non un volto
che chiede amore
non una mano
che chiede passione
non un corpo
che ti chiama vicino
non un viso che t'ispira rancore
nulla rimane
l'indifferenza...
________________________
Catello Nastro
venerdì 3 settembre 2010
lunedì 23 agosto 2010
VERSI AVVERSI - senza rima nè poesia
Catello Nastro
VERSI AVVERSI
senza rima né poesia
Libera Università Internazionale di arte, lettere,
musica e storia onlus del Cilento e Vallo di Diano
MI PRESENTO DA SOLO! GRAZIE PER LA LETTURA.
Scrivere poesie oggi, è mantenere la propria libertà. Certo che anche il poeta, quello mercenario, naturalmente, può essere asservito a questa o quella parte politica o, peggio ancora, politicizzata. Ma siccome del poeta nessuno se ne frega, i casi sono sporadici. VERSI AVVERSI…Perché? Contro chi? Per quale motivo? Per cogliere quali risultati? Niente di tutto questo. Solo per dimostrare la libertà di chi scrive versi per comunicare pensieri, idee, emozioni, stati d’animo, progetti virtuali talvolta realizzabili, talvolta irrealizzabili. Ma sempre frutto del pensiero del poeta che vuole esternare agli altri le proprie idee in versi. Quando questi versi non sono in rima può anche significare che il poeta vuole liberarsi anche degli schemi tradizionali per comunicare. Quello che ne viene fuori certamente non tocca al poeta giudicare, ma al lettore. Mi spiego meglio. Nel momento in cui il poeta costruisce il suo progetto poetico, naturalmente, ha intenzione anche di liberarsi della metrica e dell’alternanza dei versi tradizionale ed, oserei dire, quasi classica. In altre parole: libertà totale. Sia ben chiaro che i confini della poesia sono imperscrutabili,cioè non si sa qual’è il limite dell’orizzonte e dove incomincia o finisce l’universo poetico. Un risultato del tutto insignificante e banale? Forse! Fatti della propria vita, del proprio percorso umano di essere singolo ed unico, possono anche identificarsi col percorso collettivo di tutta l’umanità. Di qualsiasi popolo, di qualsiasi razza, di qualsiasi religione. Certamente i componimenti poetici ( o quanto meno presunti tali) contenuti in “VERSI AVVERSI” sono di epoca varia, di fattura varia, provenienti da stati d’animo vari, composti in momenti vari, assemblati in altrettanti momenti vari, raffiguranti stati d’animo vari con una progettualità varia. Certo, per cogliere un risultato positivo o quanto meno soddisfacente, si dovrebbe ripercorrere un itinerario poetico di quasi una vita. Ma il compito potrebbe risultare arduo. Molte raccolte sono state pubblicate su supporto cartaceo, molte su siti internet, molte su blog vari, molte su giornali e riviste, molte sono andate perdute irrimediabilmente. Per il disordine dell’autore, molte sono state cancellate perché ritenute – ad una prima ed approssimativa lettura – non idonee alla diffusione. Un quadro poliedrico, come poliedrico è l’autore, oramai settantenne, che scrive poesie da oltre mezzo secolo e che ama sovente riportare in caratteri cubitali il motto:” Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!”.
Catello Nastro
12 FEBBRAIO 1941
(data di nascita)
Salve, sono arrivato!
Cos’è questo rumore?
Sono le bombe alleate!
Perché è venuta tanta gente?
Stiamo nel ricovero!
Quando si mangia?
Forse domani!
Ma che fanno fuori?
Una terribile guerra!
E cos’è la guerra?
Lo ignoro: è cosa di potenti!
E perché si ammazzano lì fuori?
Perché non hanno capito un cacchio…
LE FOGLIE DELLE QUERCE CENTENARIE
(A Rosa)
Sorrideranno al tuo passare
i rami delle querce centenarie
quando calpesti
le foglie ingiallite d’autunno
e crei musica celestiale
con lo scricchiolio del tuo incedere.
Sorrideranno i rami spogli
di umido umore inoltrato
mentre si intravedono
i cespugliosi nidi
ricolmi di vita cinguettante
per l’incipiente primavera.
E il tuo sguardo ora si posa
sul finocchietto selvatico,
sulle autonome cicorie
in attesa di essere raccolte
dalla tua delicata mano
protesa verso il manto erboso
a godere dei prodotti spontanei
della terra dei padri.
Ti sorrideranno gli uccelli
svolazzanti alla ricerca di cibo,
le ipovedenti talpe
impellicciate in nostalgico frak,
i verdi ramarri usciti dalle fessure
per portare il loro contributo
alle quattro stagioni dell’anno.
E solo allora mi accorgerò
del tuo partecipare al mondo
alla vita della campagna
che tanto amavi vivendo in città
e che ora godi ampiamente
respirando il suo respiro.
BUON NATALE
Buon Natale, passero solitario
alla ricerca affannosa ed insoluta
di un nido protetto
da maestosi rami di quercia.
Buon Natale a te, cane randagio
disperso sull’autostrada
da un superbo padrone che non sa più
propinare coccole ai derelitti.
Buon Natale a te, candido agnello,
immolato per deliziare il palato
alla ricca tavola imbandita a festa
del miliardario speculatore indifferente.
Buon Natale a te,esotico canarino,
musicale appendice ad una nobile sala,
ingabbiato come un popolo una volta libero,
vessato, sfruttato, affamato, denigrato.
Buon Natale a te, miserabile pidocchio,
immondo nella maestosità della sua ignoranza,
incattivito dalla sua cosmica pochezza culturale,
che succhi il sangue anche ad un bimbo che ha fame.
Buon Natale a te, nobile Sole, astro del cielo nascente,
che riscaldi ritmicamente anche i cuori dei viventi,
che hanno compreso, con la sofferenza ed il sacrificio,
l’incommensurabile, infinito, insostituibile dono di Dio.
La vita…
LE RADICI
E le radici continueranno a produrre propaggini
apportatrici di succulenti frutti, foglie, rami, fiori,
in un concerto di forme e colori, proporzioni
incommensurabili in un musicale concerto.
E tutti ascolteranno le note diffuse da impianti hi-fi,
ad alta risoluzione sonora, in perfetta stereofonia,
riproducenti antiche sinfonie di ataviche melodie,
come protagonisti altisonanti personaggi del Creato.
Gli assoli dei notturni usignoli, quasi scomparsi,
dall’antico conservatorio dei protagonisti della natura,
rinnovelleranno un sindacale cachet, - chicchi di grano –
per tenere concerti sempre più radi e più rari.
E le associazione ecologiste predicheranno bene,
ma razzoleranno in maniera imperfetta,
ordinando cacciagione minuscola alla sagra del paese,
rinnegando principi all’origine dei tempi giustificate.
Anche i passeri, renitenti ai diserbanti assassini,
frotte insignificanti per la civiltà del progresso,
per la corsa affannosa a sempre maggiori capitali,
soccomberanno ai nuovi tiranni dell’economia.
E i cardellini con canteranno più,
le stesse civette, simbolo di un territorio ingrato,
non arrecheranno più tristi presagi,
ululando in notturni lugubri concerti.
Ed il cemento coprirà i boschi, le case, le aiuole,
i condomini sostituiranno i parchi del paese natìo,
i grattacieli le spiagge assolate per frotte di bambini festanti
per la calura dell’incipiente stagione balneare.
Ed i vecchi, soffocati dall’afa, sotto l’ombrellone
forgiato da mani artigianali con debole cartapesta,
arrancheranno sulla sabbia infuocata
alla ricerca di una momentanea frescura.
E fameliche donne, sconce indossatrici in provocanti costumi,
attireranno sguardi peccaminosi, fautori di insane passioni
all’ombra della sera dietro ai bagni dello stabilimento
o all’interno del minuscolo camerino con un solo attaccapanni.
Solo le meduse, danzatrici melodiche in un marino concerto,
annunceranno un mare non inquinato, ancora libero
da intromissioni di speculatori strafottenti
miseramente riversi in lidi già contaminati in prossima rovina.
Nettuno, col suo tridente, stretto nella viscida mano destra,
uscirà dai marosi, riluttante alle telecamere mercenarie
delle TV di partito o di parte, miseramente salariate,
e minaccerà i mortali in un tremendo monito di strage.
Aumenteranno i convegni di ecologia, di difesa della natura,
lo stato sborserà milioni di euro per stupidi studi e ricerche,
che non approderanno mai in un porto quiete e sicuro,
insano frutto di novelli e moderni pirati informatici.
Solo le radici, imperterriti, continueranno a produrre
rami, foglie, fiori e frutta di una stagione oramai al tramonto.
L’ULTIMO FILO D’ERBA
(credere)
L’orrida calura, rinsecchendo,
indora le verdeggianti creature
del prato all’inglese davanti casa.
Si arrendono gli steli dell’erbetta
e, chinando il capo, issano bandiera bianca.
Una resa incondizionata,
stilata dai vincitori del consumismo,
dai produttori dei diserbanti,
dai nuovi untori di antiche pestilenze,
dai folli scienziati di cosmiche catastrofi.
Sopravvissuto unico, nel prato all’inglese,
ritto, a guisa di guerriero superstite,
ignorato persino dalla strage,
l’ultimo filo d’erba rimane fiero
e respira aria di fede convinta.
METAFORE
Mi propini solo metafore sbiadite,
logorate dal tempo e dall’usura,
ipocrite immagini fatue, retoriche,
alternanti pensieri dubbi ed inquieti,
trappole linguistiche per imprigionare
sentimenti alternanti, nebbiose passioni,
stati d’animo volutamente sospinti nel baratro.
Non noti nei miei occhi il rosso del fuoco,
ardenti passioni mai sopite,
sofferenze oramai lastricate,
barcollanti pensieri emarginati,
speranze appiattite ed appassite,
sentimenti partoriti dalla poesia
ingannata e delusa dalle tue metafore.
SORRIDO A STENTO
Sorrido a stento,
guardando il mondo che arranca,
alla ricerca di un euro in più,
ad una situazione più favorevole
atta solo a soddisfare
brame materiali,
sovente miserabile frutto
di un iniquo confronto.
Sorrido a stento,
nel vedere miei simili,
brancolare nel buio
di misteri irrisolti,
compiacenti complici
di misfatti perpetrati
allontanando la coscienza
dalla poetica interpretazione.
Ed allora che fare???
Si domanderà il saggio
in un attimo di lucidità mentale…
Forse sorridere,
oppure criticare,
o anche verosimilmente piangere
lagrime sincere cosparse di rimmel,
bagnando le innocenti guance
inorridite a tale misfatto,
insulso, inutile, cosmico.
E solo allora arriverà all’orizzonte,
vestita di bianco antico, Lei,
la regina della fantasia.
Colei che ci invita a sorridere,
anche al tramonto della nostra esistenza,
al ritmo brioso, ma quasi lento,
della poesia degli anni fuggenti.
SPEGNI LA TV
Per piacere, spegni la TV.
Donne rifatte che sanno di antiquariato,
uomini incravattati che sanno di falso,
giovani acefali ma esteticamente in forma,
presentatori politicizzati che attizzano il fuoco.
Si sta mescolando la politica col cabaret,
di quello pesante che profuma di merda
ogni qualvolta gli astanti esprimono pareri
avulsi da una realtà sociale non inquadrata
nemmeno per sogno dalle telecamere.
Tanto il normale ragionare non fa “audience”,
la gente è abituata a sentire volgarissimi
battibecchi con parolacce conditi.
Con questo nuovo tipo di spettacolo
hanno distrutto anche la vecchia sceneggiata.
SVEGLIA!
(partecipare)
Sulle orme degli antichi padri,
che scacciarono i Borboni,
che costrinsero illusi guerrafondai
a sedere al tavolo della pace,
che si diedero la Costituzione,
che crearono posti di lavoro,
che li protessero con sindacati onesti,
che gestirono il benessere
affinché tutti avessero un tozzo di pane.
Sveglia, alza il culo dalla poltrona
davanti alla prezzolata TV,
partecipa al coro per una nuova classe
che segua le orme degli avi.
Qui la voce del poeta è labile:
quella del salariato sempre roboante!
Abbandona la fatua ricchezza
della falsa illusione del gratta e vinci!
Condiamo di sudore la pagnotta…
VIA !!!
Via! Vai via di qui!
Lascia stare questo essere indifeso
colpevole solo di essere un poeta.
Che sorride al mondo
ed al mondo piange,
che guarda l’infinito
e cerca di risolvere l’enigma,
che soffre col soffrire del cosmo,
che ama come chi ha sofferto d’amore.
Via! Virus immondo!
Abbandona, sconfitto,
il mondo della poesia e
su una collina di merda
continua a sciare.
Ricevi pure gli applausi
di una platea prezzolata,
di gente incravattata e precaria,
pronta a salire sul carro del vincitore,
a condividere, strisciante, il premio
insignificante di una giurìa corrotta.
LA CORNACCHIA
(ipocrisia)
T’affacci al balcone
e sguaiatamente sorridi.
Non c’è musica nel tuo sguardo,
non c’è luce sul tuo volto,
non c’è poesia sulle tue guance,
non c’è pudore nei tuoi occhi.
La tua ostentazione
non merita nemmeno
fugaci interventi visivi
che offenderebbero le palpebre
che si rinchiudono per la vergogna.
Rintana.
Priva il sole
del grigiore delle visioni
peccaminose ed improprie
che propini agli innocenti viandanti.
Ed a guisa di cornacchia
ritorna sul tuo notturno ramo.
IL BALLO LISCIO DEI RICORDI
(agli amici anziani)
Il tango appassionato
ripescato nel verde
mondo dei ricordi del liceo,
il lento ballo del mattone
consumato nelle notti d’estate
sulle mitiche spiagge
di Paestum e Palinuro,
lo sconvolgente rok
nell’immenso, mitico
“’U Saracino” di Agropoli.
Sabato sera un liscio di gruppo
al Centro Sociale
mentre la fisarmonica
ripercorre antichi motivi.
L’ALBERO DI LIMONE E’ SECCATO
Che te ne fotte
se nel mio giardino
l’albero di limone è seccato.
Sarà stato il gelo tremendo,
o la grandine copiosa,
o il vento caldo di scirocco,
o l’ignoranza di chi l’ha piantato,
o di chi non l’ha annaffiato,
o forse di chi l’ha potato.
Ma l’albero di limone
del mio giardino
è irrimediabilmente seccato.
Le foglie dismesse e staccate
giacciono al suolo
sbiadite, fra poco ingiallite.
Domani ne pianterò un altro
e rispetterò la sua poesia.
LE FOGLIE
Calpesto le foglie ingiallite
delle centenarie querce
del lungo viale affianco
alla paterna casa di campagna.
Una musica preistorica,
leggera e monotona,
sale lungo i polpacci
ed arriva fino ai sentimenti
evocando antiche emozioni,
fanciulleschi ricordi
quando si giocava senza giocattoli
e s’illudeva la fame
mangiando more e mirtilli
asportati agli incontaminati cespugli,
incautamente incespicando
in spine nascoste dalle foglie.
Ritorneranno gli alberi,
in primavera,
a ricoprirsi di verde novello.
Forse calpesterò ancora
le foglie ingiallite d’autunno…
IL TESTENE
(ecologia)
Osservo per attimi interi,
dal ponte recentemente restaurato,
le acque del Testene
che fra poco confluiranno nel mare.
Ricordo gli anni ’50,
ancora bambini,
congiunte le mani a coppo
attingevamo il puro liquido
che integro scendeva a valle
percorrendo immense distese
verdeggianti di secolari querce
di fertile erbetta gradita ai caprini
naturali concimatori della valle.
Il Testene scorre ora come allora,
dalla verde collina al mare
affollato di palazzoni
stracolmi di abitatori strafottenti,
di inquinatori del pianeta,
di gente che sversa nel fiume
inquinanti liquami morali.
E accanto al giocattolo di plastica,
scende al mare una barchetta di carta
di un bambino futuro poeta.
HOMO SAPIENS
Ritto sulle gambe
procede con la civiltà.
Un percorso obbligato,
con stragi programmate,
guerre computerizzate,
stermini giustificati,
popoli mortificati,
ricchi sempre più sfondati,
donne rifatte e siliconate.
Ipocriti viandanti
di un percorso zigzagante,
delimitato da strisce gialle
che nessuno rispetta
ed usa come legale pattumiera
di una società produttrice di escrementi,
che nemmeno la raccolta differenziata,
capillarmente selezionando,
raccoglie e trasporta in discariche.
E l’homo sapiens
procede ancora una volta
a quattro zampe
nel resto del viaggio.
ELUCUBRAZIONI
Revivals notturni,
con attori assenti
spettatori indegni,
scena cadente,
produttore perdente,
regista indignato,
protagonista stralunato.
Ma che te ne fotte:
qua tutto è finto.
Anche il bacio finale
della protagonista
fortemente arrapata.
Anche la scena artistica
è di duttile cartapesta.
Questo è un mondo
ritenuto a te indegno
perchè non rispetta
gli inflessibili canoni
di una commedia lieta
esclusivamente alla fine:
quasi come una tragedia greca.
Non resta da fare altro,
che staccare la spina
al roboante cervello,
che macina pensieri,
scruta orizzonti grigiastri,
all’affannosa ricerca
di un punto esclamativo.
Le elucubrazioni notturne
sono prive di luce,
proiettate nelle tenebre,
con insoluti enigmi amletici,
punti interrogativi
saettanti nella cervice,
assillanti, feroci, insoluti.
Solo allora, frammisto
alle onde magnetiche
del cosmo infuocato,
ravvisi, a milioni di anni luce,
una fioca lampadina
che ti invita a percorrere
l’insidioso cammino
dell’essere raziocinante.
ASCOLTANDO LA MUSICA CLASSICA
Sono tre ore che ascolto
in silenzio religioso,
interi brani di musica classica.
E le note salgono al cielo
lentamente e inesorabilmente
sfottendosene degli attenti uditori.
Sono tre ore che ascolto:
ma il concerto non finisce mai.
Molti già dormono sonni profondi.
Il maestro – insigne musicista internazionale –
dirige una orchestra di esimi luminari
selezionati da Conservatori di grido.
Alla mia amica la musica classica attizza:
a me non piace e preferisco Celentano.
Ma lei comanda ed io ascolto.
Che rottura di palle…
AUGURI AD UN AVVOCATO DISONESTO
(il fuoco amico)
Auguro ai tuoi figli
di trovare sempre
il tipo di giustizia
che non hai applicato tu.
Quando hai fatto condannare
un povero diavolo innocente,
reo solamente di non avere i soldi
per pagare la parcella.
Quando hai fatto assolvere,
sconvolgendo la giustizia,
un bruto incallito colpevole
di molteplici crimini atroci.
Quando solo per bieco interesse,
hai complicato istanze semplici,
di rapida soluzione,
accumulando disonesti milioni.
Infine auguro ai tuoi figli,
un mondo senza false promesse,
senza ipocriti paglietta,
senza burocrati o indifesi.
IL SORRISO DELL’IGNORANZA
Gioiosi eventi rischiarano il volto,
dilatano la bocca, rattrappiscono le guance,
illuminano gli occhi, rallegrano il cuore,
trasmettono emozioni vergini e spesso fatue.
E il sorriso dei bimbi si colora d’azzurro,
quello delle fanciulle di rosa delicato,
quello degli amanti di rosso porporino,
quello delle spose di candido bianco.
Il sorriso dei vecchi al tramonto,
tristemente si tinge di grigio
e con passi lenti si avvia al traguardo.
Solo il sorriso dell’ignoranza resta immobile…
IL CUORE DI UN VECCHIO
Il cuore di un vecchio pulsa forte,
come quello di un bambino,
come quello di un gabbiano
che si libra nell’aria
sfruttando correnti favorevoli.
Ora volteggiando da un lato,
ora lievemente dall’altro.
E’ una danza antica,
che si ripete nei secoli,
abbarbicata ad ataviche convinzioni,
consapevole dei limiti imposti,
dalle impossibilità, dalle dighe
erette matematicamente
a proteggere dalla siccità dell’anima.
Il vecchio arranca nelle tenebre:
il tramonto è più scuro.
Solo un raggio di sole cocente,
filtrato da nubi scoscese nel tempo,
con ricordi lontani nel firmamento,
quando il fuoco ardeva nel camino
e riscaldava gli animi protesi
verso nuovi illimitati orizzonti
appare ora cosparso di cenere.
Ed il cuore del vecchio
continua forte a pulsare…
I SOGNI
I sogni hanno le ali
di una tortora candida
quando si libra nel cielo
che si spalanca al suo volo.
Una piccola virgola
nell’immensa pagina del Creato,
a significare il passaggio
dello stacco creativo.
I sogni sono la realtà
dei poeti viandanti
nelle strade affollate
della metropoli materialista.
Eterei pensieri non prezzati
che mai un registratore di cassa
porterà in scontrino
al supermercato della poesia.
I sogni fanno infinite crociere
sulle navi della fantasia
e ad ogni attracco svaniscono
avvinghiati dalla realtà.
I sogni sono l’hotel dei poeti,
la Ferrari in pole position
della rima baciata,
i versi sciolti della libertà.
FILASTROCCA ALLA VITA
Continua tu la nostra filastrocca,
perché io sono stanco
ed a tratti fortemente annoiato.
Il fuoco sembra spegnersi,
dopo ogni rossa lingua
che si erge minacciosa
dalla base del camino.
Eppure tu gioisci
nel vagliare certe situazioni
che sanno di ridicolo,
che non hanno senso comune
nemmeno nel discorso tra sordomuti,
nemmeno tra esseri che condividono
languide o infuocate passioni.
Continua tu la nostra filastrocca.
Io sono stanco e torno a dormire,
abbracciato al cuscino consunto
di finti abbracci, di ritorte passioni
di liquide lagrime invano versate.
CHE NE SARA’ DI NOI
(vecchi… anagrafici)
Che ne sarà di noi,
nati sotto le bombe,
cresciuti con la farina alleata,
svezzati col latte condensato,
col pane nero di fave e piselli.
Che ne sarà di noi,
alimentati dalla corruzione
degli anni ’60,
sezionati da ideologie trasversali,
terrorizzati dagli anni del terrore,
convinti di convinzioni fallaci.
Che ne sarà di noi,
guerrieri sconfitti sul campo
dagli eventi del ’68,
eroi di cartone stropicciato
alimentati da false promesse.
Che ne sarà di noi,
oramai settantenni
vittime della politicizzazione
anche dei Centri Sociali.
Combatteremo la nostra guerra,
brandendo un bastone da passeggio,
chiedendo il permesso all’artrosi,
pensando al futuro dei giovani.
DERIDI LA POESIA
Tu deridi la poesia,
l’origine del mondo,
ora potente ora succube,
di marosi sconvolgenti
un’anima sensibile
e pronta ad immergersi
alla prima ondata d’autunno.
Cosa risponderanno
gli abitatori del mare,
intervistati da Pippo Baudo,
in un programma fatuo,
ma con notevole “audience”
quando leggeranno
versi incontaminati e genuini?
Sorgeranno dalle onde,
alzeranno il capo dal liquido azzurro
minacciato dalla speculazione edilizia,
dai liquami della città consumista
e rideranno, rideranno, rideranno…
E solo allora l’uomo contabile
prenderà visione di un conto in passivo,
fatto di cifre, ma non di parole,
fatto di soldi meschini
avulsi dalla pura poesia.
E il novello San Francesco
ripeterà la sua predica ai pesci…
CHI SARA’
(la politica)
Chi sarà che verrà,
a ficcarci la zolletta di zucchero in bocca,
a guardarci con ipocrito sorriso,
a blandirci con false promesse.
E i giorni verranno,
verranno i mesi verranno gli anni,
ed il circolo vichiano
ritornerà imperterrito
a mostrare la forza incontaminata
del libero arbitrio rafforzato.
Ed allora grideremo,
urleremo ai potenti
la nostra rabbia infinita,
mostreremo i denti,
difenderemo la nostra libertà.
DOMANI E’ AUTUNNO
Mi affaccerò al balcone
della casa di campagna,
ringrazierò Dio
per il nuovo sole,
saluterò gli alberi
spogli d’autunno inoltrato,
coi rami che osservano
le ultime foglie
intercalate nel verde del prato,
scruterò il cielo,
sia terso che cosparso
di eteree nuvole ovattate,
o grigie e turgide
di pioggia imminente,
ascolterò il valzer silenzioso
del volo delle tortore
e continuerò imperterrito
a comporre versi
trascritti sul pentagramma
dei miei pensieri.
Domani è autunno…
VERSI AVVERSI
SENZA RIMA NE’ POESIA
Io…
Chi sono io?
Penso storto,
ma penso.
Nessuno tocchi
la mia libertà di pensare
e di esternare i pensieri.
A tratti la poesia non conta:
conta solo il pensiero libero.
Non sono un servo della gleba,
politica o sociale che sia.
Sono vecchio e valgo poco:
ma non sono in vendita
nemmeno in offerta speciale…
VERSI AVVERSI
senza rima né poesia
Libera Università Internazionale di arte, lettere,
musica e storia onlus del Cilento e Vallo di Diano
MI PRESENTO DA SOLO! GRAZIE PER LA LETTURA.
Scrivere poesie oggi, è mantenere la propria libertà. Certo che anche il poeta, quello mercenario, naturalmente, può essere asservito a questa o quella parte politica o, peggio ancora, politicizzata. Ma siccome del poeta nessuno se ne frega, i casi sono sporadici. VERSI AVVERSI…Perché? Contro chi? Per quale motivo? Per cogliere quali risultati? Niente di tutto questo. Solo per dimostrare la libertà di chi scrive versi per comunicare pensieri, idee, emozioni, stati d’animo, progetti virtuali talvolta realizzabili, talvolta irrealizzabili. Ma sempre frutto del pensiero del poeta che vuole esternare agli altri le proprie idee in versi. Quando questi versi non sono in rima può anche significare che il poeta vuole liberarsi anche degli schemi tradizionali per comunicare. Quello che ne viene fuori certamente non tocca al poeta giudicare, ma al lettore. Mi spiego meglio. Nel momento in cui il poeta costruisce il suo progetto poetico, naturalmente, ha intenzione anche di liberarsi della metrica e dell’alternanza dei versi tradizionale ed, oserei dire, quasi classica. In altre parole: libertà totale. Sia ben chiaro che i confini della poesia sono imperscrutabili,cioè non si sa qual’è il limite dell’orizzonte e dove incomincia o finisce l’universo poetico. Un risultato del tutto insignificante e banale? Forse! Fatti della propria vita, del proprio percorso umano di essere singolo ed unico, possono anche identificarsi col percorso collettivo di tutta l’umanità. Di qualsiasi popolo, di qualsiasi razza, di qualsiasi religione. Certamente i componimenti poetici ( o quanto meno presunti tali) contenuti in “VERSI AVVERSI” sono di epoca varia, di fattura varia, provenienti da stati d’animo vari, composti in momenti vari, assemblati in altrettanti momenti vari, raffiguranti stati d’animo vari con una progettualità varia. Certo, per cogliere un risultato positivo o quanto meno soddisfacente, si dovrebbe ripercorrere un itinerario poetico di quasi una vita. Ma il compito potrebbe risultare arduo. Molte raccolte sono state pubblicate su supporto cartaceo, molte su siti internet, molte su blog vari, molte su giornali e riviste, molte sono andate perdute irrimediabilmente. Per il disordine dell’autore, molte sono state cancellate perché ritenute – ad una prima ed approssimativa lettura – non idonee alla diffusione. Un quadro poliedrico, come poliedrico è l’autore, oramai settantenne, che scrive poesie da oltre mezzo secolo e che ama sovente riportare in caratteri cubitali il motto:” Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!”.
Catello Nastro
12 FEBBRAIO 1941
(data di nascita)
Salve, sono arrivato!
Cos’è questo rumore?
Sono le bombe alleate!
Perché è venuta tanta gente?
Stiamo nel ricovero!
Quando si mangia?
Forse domani!
Ma che fanno fuori?
Una terribile guerra!
E cos’è la guerra?
Lo ignoro: è cosa di potenti!
E perché si ammazzano lì fuori?
Perché non hanno capito un cacchio…
LE FOGLIE DELLE QUERCE CENTENARIE
(A Rosa)
Sorrideranno al tuo passare
i rami delle querce centenarie
quando calpesti
le foglie ingiallite d’autunno
e crei musica celestiale
con lo scricchiolio del tuo incedere.
Sorrideranno i rami spogli
di umido umore inoltrato
mentre si intravedono
i cespugliosi nidi
ricolmi di vita cinguettante
per l’incipiente primavera.
E il tuo sguardo ora si posa
sul finocchietto selvatico,
sulle autonome cicorie
in attesa di essere raccolte
dalla tua delicata mano
protesa verso il manto erboso
a godere dei prodotti spontanei
della terra dei padri.
Ti sorrideranno gli uccelli
svolazzanti alla ricerca di cibo,
le ipovedenti talpe
impellicciate in nostalgico frak,
i verdi ramarri usciti dalle fessure
per portare il loro contributo
alle quattro stagioni dell’anno.
E solo allora mi accorgerò
del tuo partecipare al mondo
alla vita della campagna
che tanto amavi vivendo in città
e che ora godi ampiamente
respirando il suo respiro.
BUON NATALE
Buon Natale, passero solitario
alla ricerca affannosa ed insoluta
di un nido protetto
da maestosi rami di quercia.
Buon Natale a te, cane randagio
disperso sull’autostrada
da un superbo padrone che non sa più
propinare coccole ai derelitti.
Buon Natale a te, candido agnello,
immolato per deliziare il palato
alla ricca tavola imbandita a festa
del miliardario speculatore indifferente.
Buon Natale a te,esotico canarino,
musicale appendice ad una nobile sala,
ingabbiato come un popolo una volta libero,
vessato, sfruttato, affamato, denigrato.
Buon Natale a te, miserabile pidocchio,
immondo nella maestosità della sua ignoranza,
incattivito dalla sua cosmica pochezza culturale,
che succhi il sangue anche ad un bimbo che ha fame.
Buon Natale a te, nobile Sole, astro del cielo nascente,
che riscaldi ritmicamente anche i cuori dei viventi,
che hanno compreso, con la sofferenza ed il sacrificio,
l’incommensurabile, infinito, insostituibile dono di Dio.
La vita…
LE RADICI
E le radici continueranno a produrre propaggini
apportatrici di succulenti frutti, foglie, rami, fiori,
in un concerto di forme e colori, proporzioni
incommensurabili in un musicale concerto.
E tutti ascolteranno le note diffuse da impianti hi-fi,
ad alta risoluzione sonora, in perfetta stereofonia,
riproducenti antiche sinfonie di ataviche melodie,
come protagonisti altisonanti personaggi del Creato.
Gli assoli dei notturni usignoli, quasi scomparsi,
dall’antico conservatorio dei protagonisti della natura,
rinnovelleranno un sindacale cachet, - chicchi di grano –
per tenere concerti sempre più radi e più rari.
E le associazione ecologiste predicheranno bene,
ma razzoleranno in maniera imperfetta,
ordinando cacciagione minuscola alla sagra del paese,
rinnegando principi all’origine dei tempi giustificate.
Anche i passeri, renitenti ai diserbanti assassini,
frotte insignificanti per la civiltà del progresso,
per la corsa affannosa a sempre maggiori capitali,
soccomberanno ai nuovi tiranni dell’economia.
E i cardellini con canteranno più,
le stesse civette, simbolo di un territorio ingrato,
non arrecheranno più tristi presagi,
ululando in notturni lugubri concerti.
Ed il cemento coprirà i boschi, le case, le aiuole,
i condomini sostituiranno i parchi del paese natìo,
i grattacieli le spiagge assolate per frotte di bambini festanti
per la calura dell’incipiente stagione balneare.
Ed i vecchi, soffocati dall’afa, sotto l’ombrellone
forgiato da mani artigianali con debole cartapesta,
arrancheranno sulla sabbia infuocata
alla ricerca di una momentanea frescura.
E fameliche donne, sconce indossatrici in provocanti costumi,
attireranno sguardi peccaminosi, fautori di insane passioni
all’ombra della sera dietro ai bagni dello stabilimento
o all’interno del minuscolo camerino con un solo attaccapanni.
Solo le meduse, danzatrici melodiche in un marino concerto,
annunceranno un mare non inquinato, ancora libero
da intromissioni di speculatori strafottenti
miseramente riversi in lidi già contaminati in prossima rovina.
Nettuno, col suo tridente, stretto nella viscida mano destra,
uscirà dai marosi, riluttante alle telecamere mercenarie
delle TV di partito o di parte, miseramente salariate,
e minaccerà i mortali in un tremendo monito di strage.
Aumenteranno i convegni di ecologia, di difesa della natura,
lo stato sborserà milioni di euro per stupidi studi e ricerche,
che non approderanno mai in un porto quiete e sicuro,
insano frutto di novelli e moderni pirati informatici.
Solo le radici, imperterriti, continueranno a produrre
rami, foglie, fiori e frutta di una stagione oramai al tramonto.
L’ULTIMO FILO D’ERBA
(credere)
L’orrida calura, rinsecchendo,
indora le verdeggianti creature
del prato all’inglese davanti casa.
Si arrendono gli steli dell’erbetta
e, chinando il capo, issano bandiera bianca.
Una resa incondizionata,
stilata dai vincitori del consumismo,
dai produttori dei diserbanti,
dai nuovi untori di antiche pestilenze,
dai folli scienziati di cosmiche catastrofi.
Sopravvissuto unico, nel prato all’inglese,
ritto, a guisa di guerriero superstite,
ignorato persino dalla strage,
l’ultimo filo d’erba rimane fiero
e respira aria di fede convinta.
METAFORE
Mi propini solo metafore sbiadite,
logorate dal tempo e dall’usura,
ipocrite immagini fatue, retoriche,
alternanti pensieri dubbi ed inquieti,
trappole linguistiche per imprigionare
sentimenti alternanti, nebbiose passioni,
stati d’animo volutamente sospinti nel baratro.
Non noti nei miei occhi il rosso del fuoco,
ardenti passioni mai sopite,
sofferenze oramai lastricate,
barcollanti pensieri emarginati,
speranze appiattite ed appassite,
sentimenti partoriti dalla poesia
ingannata e delusa dalle tue metafore.
SORRIDO A STENTO
Sorrido a stento,
guardando il mondo che arranca,
alla ricerca di un euro in più,
ad una situazione più favorevole
atta solo a soddisfare
brame materiali,
sovente miserabile frutto
di un iniquo confronto.
Sorrido a stento,
nel vedere miei simili,
brancolare nel buio
di misteri irrisolti,
compiacenti complici
di misfatti perpetrati
allontanando la coscienza
dalla poetica interpretazione.
Ed allora che fare???
Si domanderà il saggio
in un attimo di lucidità mentale…
Forse sorridere,
oppure criticare,
o anche verosimilmente piangere
lagrime sincere cosparse di rimmel,
bagnando le innocenti guance
inorridite a tale misfatto,
insulso, inutile, cosmico.
E solo allora arriverà all’orizzonte,
vestita di bianco antico, Lei,
la regina della fantasia.
Colei che ci invita a sorridere,
anche al tramonto della nostra esistenza,
al ritmo brioso, ma quasi lento,
della poesia degli anni fuggenti.
SPEGNI LA TV
Per piacere, spegni la TV.
Donne rifatte che sanno di antiquariato,
uomini incravattati che sanno di falso,
giovani acefali ma esteticamente in forma,
presentatori politicizzati che attizzano il fuoco.
Si sta mescolando la politica col cabaret,
di quello pesante che profuma di merda
ogni qualvolta gli astanti esprimono pareri
avulsi da una realtà sociale non inquadrata
nemmeno per sogno dalle telecamere.
Tanto il normale ragionare non fa “audience”,
la gente è abituata a sentire volgarissimi
battibecchi con parolacce conditi.
Con questo nuovo tipo di spettacolo
hanno distrutto anche la vecchia sceneggiata.
SVEGLIA!
(partecipare)
Sulle orme degli antichi padri,
che scacciarono i Borboni,
che costrinsero illusi guerrafondai
a sedere al tavolo della pace,
che si diedero la Costituzione,
che crearono posti di lavoro,
che li protessero con sindacati onesti,
che gestirono il benessere
affinché tutti avessero un tozzo di pane.
Sveglia, alza il culo dalla poltrona
davanti alla prezzolata TV,
partecipa al coro per una nuova classe
che segua le orme degli avi.
Qui la voce del poeta è labile:
quella del salariato sempre roboante!
Abbandona la fatua ricchezza
della falsa illusione del gratta e vinci!
Condiamo di sudore la pagnotta…
VIA !!!
Via! Vai via di qui!
Lascia stare questo essere indifeso
colpevole solo di essere un poeta.
Che sorride al mondo
ed al mondo piange,
che guarda l’infinito
e cerca di risolvere l’enigma,
che soffre col soffrire del cosmo,
che ama come chi ha sofferto d’amore.
Via! Virus immondo!
Abbandona, sconfitto,
il mondo della poesia e
su una collina di merda
continua a sciare.
Ricevi pure gli applausi
di una platea prezzolata,
di gente incravattata e precaria,
pronta a salire sul carro del vincitore,
a condividere, strisciante, il premio
insignificante di una giurìa corrotta.
LA CORNACCHIA
(ipocrisia)
T’affacci al balcone
e sguaiatamente sorridi.
Non c’è musica nel tuo sguardo,
non c’è luce sul tuo volto,
non c’è poesia sulle tue guance,
non c’è pudore nei tuoi occhi.
La tua ostentazione
non merita nemmeno
fugaci interventi visivi
che offenderebbero le palpebre
che si rinchiudono per la vergogna.
Rintana.
Priva il sole
del grigiore delle visioni
peccaminose ed improprie
che propini agli innocenti viandanti.
Ed a guisa di cornacchia
ritorna sul tuo notturno ramo.
IL BALLO LISCIO DEI RICORDI
(agli amici anziani)
Il tango appassionato
ripescato nel verde
mondo dei ricordi del liceo,
il lento ballo del mattone
consumato nelle notti d’estate
sulle mitiche spiagge
di Paestum e Palinuro,
lo sconvolgente rok
nell’immenso, mitico
“’U Saracino” di Agropoli.
Sabato sera un liscio di gruppo
al Centro Sociale
mentre la fisarmonica
ripercorre antichi motivi.
L’ALBERO DI LIMONE E’ SECCATO
Che te ne fotte
se nel mio giardino
l’albero di limone è seccato.
Sarà stato il gelo tremendo,
o la grandine copiosa,
o il vento caldo di scirocco,
o l’ignoranza di chi l’ha piantato,
o di chi non l’ha annaffiato,
o forse di chi l’ha potato.
Ma l’albero di limone
del mio giardino
è irrimediabilmente seccato.
Le foglie dismesse e staccate
giacciono al suolo
sbiadite, fra poco ingiallite.
Domani ne pianterò un altro
e rispetterò la sua poesia.
LE FOGLIE
Calpesto le foglie ingiallite
delle centenarie querce
del lungo viale affianco
alla paterna casa di campagna.
Una musica preistorica,
leggera e monotona,
sale lungo i polpacci
ed arriva fino ai sentimenti
evocando antiche emozioni,
fanciulleschi ricordi
quando si giocava senza giocattoli
e s’illudeva la fame
mangiando more e mirtilli
asportati agli incontaminati cespugli,
incautamente incespicando
in spine nascoste dalle foglie.
Ritorneranno gli alberi,
in primavera,
a ricoprirsi di verde novello.
Forse calpesterò ancora
le foglie ingiallite d’autunno…
IL TESTENE
(ecologia)
Osservo per attimi interi,
dal ponte recentemente restaurato,
le acque del Testene
che fra poco confluiranno nel mare.
Ricordo gli anni ’50,
ancora bambini,
congiunte le mani a coppo
attingevamo il puro liquido
che integro scendeva a valle
percorrendo immense distese
verdeggianti di secolari querce
di fertile erbetta gradita ai caprini
naturali concimatori della valle.
Il Testene scorre ora come allora,
dalla verde collina al mare
affollato di palazzoni
stracolmi di abitatori strafottenti,
di inquinatori del pianeta,
di gente che sversa nel fiume
inquinanti liquami morali.
E accanto al giocattolo di plastica,
scende al mare una barchetta di carta
di un bambino futuro poeta.
HOMO SAPIENS
Ritto sulle gambe
procede con la civiltà.
Un percorso obbligato,
con stragi programmate,
guerre computerizzate,
stermini giustificati,
popoli mortificati,
ricchi sempre più sfondati,
donne rifatte e siliconate.
Ipocriti viandanti
di un percorso zigzagante,
delimitato da strisce gialle
che nessuno rispetta
ed usa come legale pattumiera
di una società produttrice di escrementi,
che nemmeno la raccolta differenziata,
capillarmente selezionando,
raccoglie e trasporta in discariche.
E l’homo sapiens
procede ancora una volta
a quattro zampe
nel resto del viaggio.
ELUCUBRAZIONI
Revivals notturni,
con attori assenti
spettatori indegni,
scena cadente,
produttore perdente,
regista indignato,
protagonista stralunato.
Ma che te ne fotte:
qua tutto è finto.
Anche il bacio finale
della protagonista
fortemente arrapata.
Anche la scena artistica
è di duttile cartapesta.
Questo è un mondo
ritenuto a te indegno
perchè non rispetta
gli inflessibili canoni
di una commedia lieta
esclusivamente alla fine:
quasi come una tragedia greca.
Non resta da fare altro,
che staccare la spina
al roboante cervello,
che macina pensieri,
scruta orizzonti grigiastri,
all’affannosa ricerca
di un punto esclamativo.
Le elucubrazioni notturne
sono prive di luce,
proiettate nelle tenebre,
con insoluti enigmi amletici,
punti interrogativi
saettanti nella cervice,
assillanti, feroci, insoluti.
Solo allora, frammisto
alle onde magnetiche
del cosmo infuocato,
ravvisi, a milioni di anni luce,
una fioca lampadina
che ti invita a percorrere
l’insidioso cammino
dell’essere raziocinante.
ASCOLTANDO LA MUSICA CLASSICA
Sono tre ore che ascolto
in silenzio religioso,
interi brani di musica classica.
E le note salgono al cielo
lentamente e inesorabilmente
sfottendosene degli attenti uditori.
Sono tre ore che ascolto:
ma il concerto non finisce mai.
Molti già dormono sonni profondi.
Il maestro – insigne musicista internazionale –
dirige una orchestra di esimi luminari
selezionati da Conservatori di grido.
Alla mia amica la musica classica attizza:
a me non piace e preferisco Celentano.
Ma lei comanda ed io ascolto.
Che rottura di palle…
AUGURI AD UN AVVOCATO DISONESTO
(il fuoco amico)
Auguro ai tuoi figli
di trovare sempre
il tipo di giustizia
che non hai applicato tu.
Quando hai fatto condannare
un povero diavolo innocente,
reo solamente di non avere i soldi
per pagare la parcella.
Quando hai fatto assolvere,
sconvolgendo la giustizia,
un bruto incallito colpevole
di molteplici crimini atroci.
Quando solo per bieco interesse,
hai complicato istanze semplici,
di rapida soluzione,
accumulando disonesti milioni.
Infine auguro ai tuoi figli,
un mondo senza false promesse,
senza ipocriti paglietta,
senza burocrati o indifesi.
IL SORRISO DELL’IGNORANZA
Gioiosi eventi rischiarano il volto,
dilatano la bocca, rattrappiscono le guance,
illuminano gli occhi, rallegrano il cuore,
trasmettono emozioni vergini e spesso fatue.
E il sorriso dei bimbi si colora d’azzurro,
quello delle fanciulle di rosa delicato,
quello degli amanti di rosso porporino,
quello delle spose di candido bianco.
Il sorriso dei vecchi al tramonto,
tristemente si tinge di grigio
e con passi lenti si avvia al traguardo.
Solo il sorriso dell’ignoranza resta immobile…
IL CUORE DI UN VECCHIO
Il cuore di un vecchio pulsa forte,
come quello di un bambino,
come quello di un gabbiano
che si libra nell’aria
sfruttando correnti favorevoli.
Ora volteggiando da un lato,
ora lievemente dall’altro.
E’ una danza antica,
che si ripete nei secoli,
abbarbicata ad ataviche convinzioni,
consapevole dei limiti imposti,
dalle impossibilità, dalle dighe
erette matematicamente
a proteggere dalla siccità dell’anima.
Il vecchio arranca nelle tenebre:
il tramonto è più scuro.
Solo un raggio di sole cocente,
filtrato da nubi scoscese nel tempo,
con ricordi lontani nel firmamento,
quando il fuoco ardeva nel camino
e riscaldava gli animi protesi
verso nuovi illimitati orizzonti
appare ora cosparso di cenere.
Ed il cuore del vecchio
continua forte a pulsare…
I SOGNI
I sogni hanno le ali
di una tortora candida
quando si libra nel cielo
che si spalanca al suo volo.
Una piccola virgola
nell’immensa pagina del Creato,
a significare il passaggio
dello stacco creativo.
I sogni sono la realtà
dei poeti viandanti
nelle strade affollate
della metropoli materialista.
Eterei pensieri non prezzati
che mai un registratore di cassa
porterà in scontrino
al supermercato della poesia.
I sogni fanno infinite crociere
sulle navi della fantasia
e ad ogni attracco svaniscono
avvinghiati dalla realtà.
I sogni sono l’hotel dei poeti,
la Ferrari in pole position
della rima baciata,
i versi sciolti della libertà.
FILASTROCCA ALLA VITA
Continua tu la nostra filastrocca,
perché io sono stanco
ed a tratti fortemente annoiato.
Il fuoco sembra spegnersi,
dopo ogni rossa lingua
che si erge minacciosa
dalla base del camino.
Eppure tu gioisci
nel vagliare certe situazioni
che sanno di ridicolo,
che non hanno senso comune
nemmeno nel discorso tra sordomuti,
nemmeno tra esseri che condividono
languide o infuocate passioni.
Continua tu la nostra filastrocca.
Io sono stanco e torno a dormire,
abbracciato al cuscino consunto
di finti abbracci, di ritorte passioni
di liquide lagrime invano versate.
CHE NE SARA’ DI NOI
(vecchi… anagrafici)
Che ne sarà di noi,
nati sotto le bombe,
cresciuti con la farina alleata,
svezzati col latte condensato,
col pane nero di fave e piselli.
Che ne sarà di noi,
alimentati dalla corruzione
degli anni ’60,
sezionati da ideologie trasversali,
terrorizzati dagli anni del terrore,
convinti di convinzioni fallaci.
Che ne sarà di noi,
guerrieri sconfitti sul campo
dagli eventi del ’68,
eroi di cartone stropicciato
alimentati da false promesse.
Che ne sarà di noi,
oramai settantenni
vittime della politicizzazione
anche dei Centri Sociali.
Combatteremo la nostra guerra,
brandendo un bastone da passeggio,
chiedendo il permesso all’artrosi,
pensando al futuro dei giovani.
DERIDI LA POESIA
Tu deridi la poesia,
l’origine del mondo,
ora potente ora succube,
di marosi sconvolgenti
un’anima sensibile
e pronta ad immergersi
alla prima ondata d’autunno.
Cosa risponderanno
gli abitatori del mare,
intervistati da Pippo Baudo,
in un programma fatuo,
ma con notevole “audience”
quando leggeranno
versi incontaminati e genuini?
Sorgeranno dalle onde,
alzeranno il capo dal liquido azzurro
minacciato dalla speculazione edilizia,
dai liquami della città consumista
e rideranno, rideranno, rideranno…
E solo allora l’uomo contabile
prenderà visione di un conto in passivo,
fatto di cifre, ma non di parole,
fatto di soldi meschini
avulsi dalla pura poesia.
E il novello San Francesco
ripeterà la sua predica ai pesci…
CHI SARA’
(la politica)
Chi sarà che verrà,
a ficcarci la zolletta di zucchero in bocca,
a guardarci con ipocrito sorriso,
a blandirci con false promesse.
E i giorni verranno,
verranno i mesi verranno gli anni,
ed il circolo vichiano
ritornerà imperterrito
a mostrare la forza incontaminata
del libero arbitrio rafforzato.
Ed allora grideremo,
urleremo ai potenti
la nostra rabbia infinita,
mostreremo i denti,
difenderemo la nostra libertà.
DOMANI E’ AUTUNNO
Mi affaccerò al balcone
della casa di campagna,
ringrazierò Dio
per il nuovo sole,
saluterò gli alberi
spogli d’autunno inoltrato,
coi rami che osservano
le ultime foglie
intercalate nel verde del prato,
scruterò il cielo,
sia terso che cosparso
di eteree nuvole ovattate,
o grigie e turgide
di pioggia imminente,
ascolterò il valzer silenzioso
del volo delle tortore
e continuerò imperterrito
a comporre versi
trascritti sul pentagramma
dei miei pensieri.
Domani è autunno…
VERSI AVVERSI
SENZA RIMA NE’ POESIA
Io…
Chi sono io?
Penso storto,
ma penso.
Nessuno tocchi
la mia libertà di pensare
e di esternare i pensieri.
A tratti la poesia non conta:
conta solo il pensiero libero.
Non sono un servo della gleba,
politica o sociale che sia.
Sono vecchio e valgo poco:
ma non sono in vendita
nemmeno in offerta speciale…
giovedì 22 luglio 2010
POESIE DEL TERZO MILLENNIO
“TERZO MILLENNIO”
Poesie di
Catello Nastro
_________________________
CINQUANTA ANNI DI POESIE
La prima poesia la composi nel 1957, appena sedicenne, per una mia compagna di scuola, al Liceo Classico, con sede sul porto di Agropoli, che allora comprendeva solo la “banchina” e proprio in quei tempi si incominciò a lavorare per ampliare la struttura per la sempre maggiore presenza di imbarcazioni turistiche. Più che la potenza della poesia potette quella di una motocicletta per cui la destinataria dei miei versi preferì cavalcare una volgarissima moto a danno delle mie inascoltate rime. Tenga conto il lettore che a quei tempi le poesie abbondavano ma le moto erano scarse: quasi rare! E siccome oggi stiamo nel 2007, è facilmente intuibile che scrivo poesie da ben mezzo secolo, cioè cinquanta anni. Agli inizi degli anni ’60 cominciai a partecipare a qualche concorso letterario e ricevetti i premi che mi attribuivano le varie giurìe. Questo mi inorgogliva. Ricevere un premio, anche se una semplice medaglia “vermeille”, o un cartaceo diploma di segnalazione, costituiva per me una enorme gratificazione non per il premio materiale, ma per aver constatato che qualcuno, presumibilmente competente, aveva letto i miei versi e li aveva ritenuti degni di segnalazione. Col passar del tempo più che trofei e coppe mi interessavano le motivazioni del premio scritte da persone di alta cultura che si degnavano di leggere i miei dattiloscritti. Per un certo periodo ho tralasciato la poesia perché, come dicevano gli antichi saggi, “non dat panem”, ed io, emigrante a Torino, che dovevo badare a moglie e figli, avevo ben altre cose a cui badare. Durante la mia permanenza in Piemonte ( 1969 – 1983) ho dato alle stampe vari libri. Il primo fu un libretto intitolato “Versi nella nebbia – poesie di un emigrante – 1969”. A contatto con ambienti culturali piemontesi ebbi modo di conoscere pittori, scultori, grafici, poeti e scrittori di altissimo livello. Agli inizi degli anni ’70 incominciò la mia carriera di critico d’arte. L’ultima pubblicazione di versi risale ad oltre dieci anni fa. Nel Terzo Millennio ho ripreso la passione a comporre versi sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano ed ho anche ricevuto significativi riconoscimenti che non sto ad elencare per non annoiare il lettore. I versi contenuti in questo “quaderno” sono stati scritti dal 2001 al 2007. Dall’inizio del millennio è iniziata la presenza di miei versi in vari siti internet che il lettore navigatore potrà facilmente selezionare sui vari motori di ricerca. Precedentemente la presenza su supporto cartaceo si è avuta in varie antologie. Naturalmente non su quelle a pagamento. Ho suddiviso le mie liriche in cinque sezioni: introspezione – ecologia – società – satira – amore. Ho proceduto a questa “schematizzazione” per favorire i giovani che si avvicinano per la prima volta alla poesia. Non dimentichi il lettore che sono stato professore di lettere ed anche se sono in pensione già da alcuni anni, mi ritengo un educatore permanente. Questo libretto, inoltre, sarà presente nelle biblioteche delle principali scuole del Cilento. E chissà che non riesca ad incentivare ed incoraggiare i giovani alla poesia… Aggiungo, concludendo, che amo l’arte figurativa, la musica classica e leggera ed in particolare modo le canzoni napoletane di un tempo, la musica popolare ed etnica e gli antichi canti cilentani. Ascolto volentieri la musica lirica ed il jazz. Dove c’è poesia c’è arte e dove c’è arte c’è poesia. Ma ve lo immaginate un mondo senza poesia???
IL CONCETTO DI POESIA
Rovistando recentemente nella mia biblioteca, nella quale certamente l’ordine non è di casa, mi è capitato di avere tra le mani un volumetto di circa sessanta anni fa, di Giuseppe Leoni ed Aurelio Petroni, dal titolo “LA POESIA E LA LETTERATURA” – preliminari metodici ad uso dei Licei Classici e Scientifici e degli Istituti Magistrali – editori Di Giacomo, Salerno, 1948, pagine 102. Ed è proprio la prima parte, l’introduzione, che mi ha colpito profondamente facendomi comprendere quel poco che mi mancava per definire il concetto di poesia. Gli autori così scrivono: “ Per intendere a pieno il significato del termine poesia, è opportuno stabilire fin dall’inizio, che ogni uomo è poeta in quanto dotato di una naturale capacità creativa di immagini, allo stesso modo che è anche filosofo, in quanto fornito di una originaria e normale capacità raziocinante. In questo senso soltanto si può dire abbia ancora un valido significato l’antico adagio del “poeta nascitur”. E’ vero che come il filosofo propriamente detto è poi solamente colui il quale, non appagandosi di saltuari giudizi, illuminanti come lampi fugaci il groviglio dei suoi umani problemi e solitamente legati tra loro con nessi di natura passionale, tenta di organizzare in un compiuto e coerente sistema di rapporti logici la sua interpretazione della realtà; - così il poeta, nel significato coerente della parola, è chi con più larga vena crea immagini ad esprimere il proprio sentimento…” Da questi concetti, espliciti e sintetici, gli autori passano alla trattazione, nei vari capitoli, dei seguenti argomenti: INTRODUZIONE – Il concetto di poesia nel tempo – La concezione moderna; I - LA POESIA – Intuizione e concetto – Carattere alogico della poesia – Carattere lirico – Carattere cosmico; II – LA POESIA, LE ALTRE ARTI, LA PROSA – La poesia e le altre arti – La poesia e la prosa; III – LA FORMA INDIVIDUALE E CREATIVA – Contenuto e forma. L’arte come creazione – I generi letterari; IV – IL LINGUAGGIO – Origine e natura fantastica del linguaggio – Gli elementi dell’espressione poetica verbale – Arte e tecnica – Le traduzioni; V – LA LETTERATURA – La letteratura di un popolo – Le forme dell’attività letteraria – Letteratura e poesia – La storia della letteratura ( e non della poesia); VI – LA CRITICA - Il gusto – Metodo storico e metodo estetico. In questo libro di poco più di cento pagine, gli autori ci fanno capire, quasi portandoci per mano, oltre il concetto di letteratura e di poesia, anche le “varianti” e le classificazioni che, se a primo acchito possono risultare al lettore sterili e poco interessanti, alla fine risultano preziosissime ai fini di una catalogazione schematica degli scritti, sia in versi, sia in prosa. Un libro veramente interessante che ho letto tutto di un fiato e che mi sarebbe piaciuto ricopiare integralmente per aiutare i miei lettori giovani che si accingono da poco a comporre versi, a capire meglio il cammino da percorrere.
POESIA E CULTURA
E’ cosa risaputa, oramai, che la poesia è cultura. Come la letteratura in genere, come le arti figurative, come la musica, come tante altre manifestazioni umane che escono un poco fuori dallo schema della lettera commerciale, delle opere architettoniche frutto della speculazione edilizia, dei libri di propaganda politica, dei documenti di adulazione, degli scritti, infine, che hanno infimi scopi che esulano in parte o in tutto dalla manifestazione di arte pura. Proprio a proposito di questo, riporto ancora una volta ciò che ha detto il solito bontempone di provincia, autore di opere agiografiche quasi sempre stampate con contributo pubblico, naturalmente politicizzato, con ampi riferimenti bibliografici, postille e rimandi. Secondo costui Catello Nastro fa bassa cultura…Ebbene, cari lettori, questa osservazioni in primo tempo mi ha irritato un poco, a dire il vero, ma riflettendoci, alla fine mi ha inorgoglito. Fare cultura bassa, o cultura popolare, forse come voleva intendere il più nobile interlocutore, potrebbe significare non essere uno storico. Ed io non mi sono mai definito uno storico, specialmente di quelli che seguono un determinato filone per così dire specialistico. Non sono un ricercatore perché da decenni non sono più un topo da biblioteca. Non sono un famoso ed emerito docente, ma un modesto ex insegnante di lettere di scuola media. Non sono Batman ma un invalido civile. Non sono più un aitante giovane, ma uno che ha già superato i due terzi del secolo, tra molte traversie. Non sono un frequentatore di vita mondana, ma un semplice animatore e collaboratore artistico culturale del Centro Sociale Polivalente locale. Non sono un collezionista di grossi riconoscimenti nazionali perché non frequento certi ambienti . Eccetera…A questo punto il lettore si chiederà: ma allora chi sei? Cosa vuoi? Come ti inserisci nel contesto culturale? Potrei rispondere con un “Lei non lo sa chi sono io!!!” come fanno altri. Ma la mia modestia mi fa divieto assoluto. La mia profonda umiltà mi consente di scrivere versi un poco fuori dagli schemi della metrica tradizionale, racconti demenziali al di fuori della realtà, storia che sa più di satira che di ricerca, paradossi ed assurdità, citazioni ed osservazioni gratuite, asserzioni che esulano spesso dalla logica umana, denunzie incredibili sovente non suffragate da testimonianze concrete… Spesso uso anche un linguaggio grasso, da buon partenopeo, ma certamente non volgare come fanno certi mass media per fare “audience”. Ma io scrivo, cari lettori, per comunicare con gli altri. Da alcuni anni anche su parecchi siti internet gratuiti, come già ho accennato precedentemente, nei quali lo scrittore ed il poeta ( o quanto meno presunti tali) si possono confrontare con lettori di tutte le parti del mondo ricevendo commenti “on line”, non sempre positivi e per di più leggibili da tutti i frequentatori dei siti internet da ogni parte d’Italia e del mondo. Forse sarà vero che faccio bassa cultura, ma non sono vincolato, legato, sottoposto, schiavizzato a nessuno. Scrivo in libertà. Sempre in libertà. Forse i miei versi non li leggerà nessuno… Ma, come scrisse un grande uomo: “ …Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!!!”.
POESIA E SOCIETA’
In un mondo dell’informazione televisiva che ci propina a più non posso programmi avulsi non solo dalla poesia, ma anche dalla realtà, ricercatezze del cosiddetto gossip, oppure una cronaca quasi morbosa di eventi drammatici e addirittura luttuosi che scavano nel dolore solo per fare ascolto, cronaca di vita politica di chiara impronta spettacolare, con scene, dibattiti ed incontri-scontri poco edificanti se non addirittura poco educativi, eventi scioccanti, al limite della vita reale, per non parlare poi di film violenti oppure volgari, come ad esempio i film pornografici, dove il sesso diventa oggetto ed ostentazione smodata privata da qualsiasi componente poetica. Ci sta pure il film cosiddetto “erotico” che raramente, però lascia denotare una componente poetica. Esiste anche una letteratura erotica, ma chi non ha mai visto le riviste erotiche esposte da giornalai compiacenti che poi in fondo altro non erano che volgari riviste porno? Ma il mondo della poesia – fortunatamente – non è completamente assente. Autori come Moravia o Bevilacqua, film come “La vita è bella”, di Benigni, autori di poesie bellissime che spesso leggiamo nei vari concorsi ai quali siamo stati invitati in giurìa, rappresentano la speranza che ancora non tutto è perduto. E poi esiste la poesia della vita… Il pianto di un bimbo che ha fame, il sorriso di una mamma, il canto dell’usignolo, il mandorlo in fiore nel giardino sotto casa, una carezza bonaria di un padre al figlio o di un nonno al nipotino, un tramonto, un bacio candido tra due fidanzatini, uno sguardo d’amore con occhi teneri e languidi… I siti internet che ospitano le mie composizioni in versi sono decine, forse centinaia. In un mondo culturale come quello del Cilento, che pur conta poeti eccelsi a validi – non cito nomi per non fare torto a nessuno – sovente artisti come pittori, scultori, grafici vengono considerati come persone quasi anormali, mentre il poeta viene tacciato quasi di insana pazzia. Questo, fortunatamente, solamente negli ambienti dove il dio danaro è considerato al primo posto nella scala di certi valori che investono solo il mondo materiale escludendo quasi totalmente quello spirituale. Nelle varie manifestazione poetiche alle quali ho presenziato come autore, oppure come membro della giurìa se non addirittura come organizzatore, quasi sempre assieme al mio amico poeta, scrittore e storico del Cilento Antonio Infante, ho avuto modo di conoscere poeti validissimi che, coi loro versi, mi hanno comunicato emozioni incommensurabili. Nella terza età, collaborando col “Centro Sociale Polivalente città di Agropoli”, con la “Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia”, con la Famiglia Cilentana, col giornale “Il Cilento nuovo”, ed inoltre con varie associazioni culturali, con giornali e riviste letterarie, con diecine di siti internet, di cui uno dedicato ai nuovi poeti del Cilento, ed avendo, come pensionato, maggiore disponibilità di tempo libero, mi sto dedicando maggiormente alla pubblicazione di libri. Pensi il lettore che questo è il terzo edito nel 2007. La visione personale di eventi e cose, il prolungato elemento di substrato culturale, la sensibilità nel cogliere fatti rilevanti da piccole manifestazioni naturali, sociali o culturali, l’amore e l’odio, la rabbia ed il compiacimento, l’attenta osservazione di piccoli-grandi protagonisti del Creato, la voglia di dare un messaggio ai giovani, molti dei quali completamente assenti da un contesto socio-culturale, proprio perché in passato protagonisti di una deleteria latitanza scolastica da me svariate volte denunziata attraverso i miei articoli, vittime di una società materialista che considera la validità delle persone dalla cilindrata della propria automobile oppure dal numero e dall’età delle amanti, oppure dall’abito griffato che costa varie centinaia di euro, dalla pelliccia di visone o anche dalla qualità e quantità di oro e gioielli platealmente ostentati in serate mondane che di cultura rappresentano ben poco, la ferma volontà di riportare le nuove generazioni agli “antichi valori cilentani”, valori distrutti dal consumismo ma non adeguatamente sostituiti da altri non meno validi di quelli dimenticati – insomma, e concludendo – anche come vecchio professore in pensione, dalla scuola ma non dalla vita – le mie composizioni poetiche investono vari “settori” che così potrei schematizzare:
* ricordi e antichi valori cilentani
* amore e famiglia
* società
* natura ed ecologia
* introspezione
* religione e libertà
* comunicazione ed educazione
* gioia e tristezza
* satira e paradossi.
Sia ben chiaro, per il lettore attento ed oculato, che tutti questi settori non sono a compartimento stagno, ma nei miei versi si integrano formando addirittura componimenti di insieme in cui gli elementi sono inscindibili. Un giudizio sull’editoria. In Giappone, ed in molti altri stati, esiste una commissione ministeriale che legge, seleziona e fa pubblicare libri di poeti ritenuti validi. In Italia è quasi impossibile trovare un editore che pubblichi versi di un poeta sconosciuto e per di più di periferia. I siti che ospitano miei versi li potete trovare sui vari motori di ricerca. Infine: perché POESIE DEL TERZO MILLENNIO??? Questo lo dovete scoprire voi…Grazie per la lettura.
*******
POESIA SOCIALE
BAMBINI DEL TERZO MONDO
Bambini senza favole
occhi senza sorrisi,
domani senza speranze,
apatia di un mondo crudele..
Ventri rigonfi di fame,
rattrappiti arti barcollanti,
volti scheletrici rinsecchiti
bagnati solo da lacrime.
E’ questa una vita di merda
di esseri umani definiti incivili
o forse è siffatto il nostro mondo
che consente consenzienti abbandoni.
Ed è l’iniqua globalizzazione,
percorso obbligato di una civiltà in declino
che mai potrà dirsi evoluta
finché ci sarà al mondo un bambino che ha fame.
CHI SARA’ IL PROSSIMO
Chi sarà il prossimo ad aprire le danze?
Chi avrà il piacere di ballare il primo valzer?
Chi abbraccerà la principessa
che sospira con le spalle appoggiate alla parete?
E’ il tempo di ballare l’ultimo valzer,
di ascoltare i tre quarti del tempo,
di stringersi tra le braccia
e fare finta ancora di amarsi.
E’ giunta l’ora di presentarsi,
di comunicare agli altri il proprio nome,
di far conoscere i propri titoli nobiliari,
che tutti sappiano del pedigrèe.
Nel camino un fuoco fatuo s’accende,
riscalda i talloni delle nobildonne
e le chiappe rattrappite delle antiche signore
che aspettano il cameriere per un goccio di grappa.
E’ la storia dell’antico drink
che sorbiva nelle sere d’inverno
quando nemmeno l’amore
serviva a riscaldare il suo cuore.
Ora tutto sul teleschermo
si presenta triste lo sceneggiato,
recita così bene la parte di troia:
l’attrice non finge: è reale.
S’abbassi la tenda:
che schifo appare sul palco
d’un teatro classico, serio,
da tutti ritenuto alla moda.
Ma l’attore protagonista
non riesce a togliersi di dosso
l’artefatto costume di scena:
e come un pagliaccio abbassa il sipario.
E MAIL
E spareranno messaggi di pace,
si conosceranno senza conoscersi,
si ameranno senza vedersi,
scruteranno nell’animo
senza guardarsi negli occhi,
si affratelleranno
nella comune origine,
si scambieranno valori,
si doneranno idee,
butteranno le fondamenta
per il grattacielo dell’avvenire.
Sapranno gestire la ricchezza spirituale
triplicata dalla tecnologia?
Sapranno cogliere i frutti più dolci
del terzo millennio?
Sapranno rivalutare l’amore? …
GIOVANNI
Giovanni aveva una salumeria
guadagnava abbastanza
per sfamare moglie e tre figli
e pagare le tasse ed il fitto.
Giovanni per risparmiare
aveva smesso pure di fumare
di comperarsi una camicia nuova
di prendere il caffè al bar con gli amici.
Un mattino, fuori pioveva a dirotto
ed i piedi nelle scarpe bagnate
sembravano quasi navigare
sottratte al calore umano.
Nella salumeria disertata dalla massaie
per l’inclemenza del tempo
entrarono due loschi figuri
dal volto triste e accigliato.
Giovanni li guardò e pensò
che non erano venuti per mezzo chilo di pane
e tre etti di mortadella affettata
di quella in offerta speciale.
Erano quelli della sorveglianza privata
- così loro chiamano la cosca del pizzo –
ed imposero la polizza e l’infausta tariffa
a Giovanni tremante che per poco non svenne.
Dopo tre mesi, non potendo pagare,
Giovanni fu costretto a cambiare mestiere.
Ora lavora in nero in un cantiere abusivo
dieci ore al giorno per un tozzo di pane.
HANNO RUBATO LA PENSIONE A NONNA GIUSEPPINA
Nonna Giuseppina era andata alla posta
come faceva da anni ogni cinque del mese.
Come sempre indossava l’abito nero
per la recente morte del marito Tonino.
Aveva novant’anni l’antico consorte
quando volò nel mondo dei giusti.
Qualcuno spiò la lenta vecchietta
mentre riponeva nella borsa i soldini.
Appena scesa dal marciapiedi
stava per attraversare sulle strisce pedonali.
Dal motorino che passava veloce
s’allungò un braccio livido al centro.
Nonna Giuseppina fu spinta a terra
mentre il motorino s’allontanava nel traffico.
I SOGNI DEI VECCHI
Volano i sogni dei vecchi
tra grigie nuvole
turgide di pioggia
nel cielo tempestoso
che cede il posto alla notte.
Arrancando si librano nell’aria
appesantiti dagli anni
e rovinosi acciacchi
forieri della fine del viaggio
una volta dismessi dal respiro.
Con ali di cartone tremolanti
sorvolano campi di grano
vigneti verdeggianti di ebbrezza
case rigogliose di vita novella
al dolce canto di gridi di bambini.
E volano su spiagge una volta assolate
turbolente di canzoni d’amore
di baci non pianificati
di sorrisi elargiti ai vicini d’ombrellone
di corpi grondanti acqua di mare.
E volano sui verdi ricordi della giovinezza,
alla prima raccolta di un bocciolo di rosa,
al primo sfogliare di una margherita,
al primo mazzolino di fiori di campo,
al primo bouquet di fiori della sposa.
E volano al crescere dei figli impegnati al lavoro,
all’impertinenza dei nipotini viziati,
alla raccolta di giocattoli abbandonati,
alla partita a carte nel circolo del rione,
alla gita in torpedone del centro sociale.
Lasciamoli sognare i vecchi.
Con le ali di cartone non voleranno lontano.
IL GALLETTO
Fai il galletto
perché la mamma cretina
ti ha comperato il fuoristrada
coi soldi della speculazione edilizia
di quel disonesto di papà.
Fai il galletto
perché hai il centone in tasca
la carta di credito
ed il pacchetto di Malboro.
Fai il galletto
perché stai alla Sapienza
ed ha fatto pure due esami
in quattro anni.
Fai il galletto
perché hai la ragazza coi capelli ossigenati
e la minigonna così corta
che lascia intravedere le mutande.
Fai il galletto…
Chicchirichì dalla tua collina:
ma non ti sei accorto
che stai su una collina di merda.
IL GATTO ED IL PITBULL
Il gatto prendeva il sole
sdraiato sul pavimento
di cotto fiorentino
sul pianerottolo della scala
che da ingresso alla sala
al primo piano della casa di campagna.
Il gatto sembrava quasi dormire
non gli fregava niente dei topi
ruspanti dalla coda lunga
e gli occhietti spiritosi
come si vedono spesso in TV
nei programmi di cartoni animati.
Il pitbull, infame cagnaccio
dell’impotente figlio dei vicini di casa
degno compare del suo violento padrone,
prepotente camorrista a quattro zampe,
educato alla lotta e ad una assurda barbarie
l’agguantò al collo e con forti mascelle lo strinse.
Il gatto rimase immobile a terra
il suo sangue tingeva di rosso le piastrelle
mentre l’assassino inveiva sul rassegnato corpo.
solo gli occhi sbarrati nel vuoto a guardare il giardino
sembravano quasi chiedere il perché dell’atroce delitto:
“ Perché uccidi per gioia, tu, che non sei un essere umano?”
L’ARCA DI NOE’
E giunse il momento dell’imbarco.
trovò posto l’uomo
trovò posto la donna
trovò posto il leone
trovò posto l’asino
trovò posto l’agnello
trovò posto il cane
trovò posto il gatto
trovò posto il cammello.
Giunse il pidocchio
ed il guardiano lo fermò.
“ Sei pidocchioso – disse –
non puoi entrare nell’Arca di Noè! “
Il vecchio nocchiero
dall’alto della prora
guardò la scena, sorrise
e disse al guardiano:
“ Lascialo passare.
Nel mondo del domani
troverà posto anche lui.
Se non ci sarà il pidocchio
con chi si confronterà il saggio?”
LA NUOVA RESISTENZA
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando un innocente verrà accusato
di aver rubato i soldi dello Stato
ed un colpevole riderà sdraiato
all’ombra di un palmizio ai Caraibi
con l’indigena che lo sollazza di notte
ed il conto in Banca Svizzera
che lo soddisfa di giorno.
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando il colpevole tace
e l’innocente va in galera
quando l’elettore corrotto
manda il candidato corrotto in Parlamento
ed il cittadino onesto non compete
per paura di essere fagocitato.
Inizia oggi la Nuova Resistenza:
quando anche tu alzerai il culo
dalla poltrona del tuo egoismo.
LA PANCHINA
Stanno abbracciati all’ombra
della verde giovinezza,
sulla panchina sgombra
nella deserta villa comunale.
Ogni tanto uno sguardo fugace
sugli arrancanti vecchietti
che vincendo l’antica artrosi
si riposano appoggiati agli eucaliptus.
Poi tornano a guardarsi negli occhi,
a scrutare ribollenti pensieri
imbarcandosi sul vascello della fantasia
per immense distese marine lontane.
E il sole controlla dall’alto
riscalda e illumina il sentimento,
e da una rara nuvola di zucchero filato,
Dio, compiacente, li osserva e sorride.
LA TV DEGLI STRONZI
La TV degli stronzi
fa vedere i bambini invalidi per la guerra,
le madri piangenti, i vecchi morenti,
le fanciulle straziate, le ragazze violentate,
le case sventrate, le strade deserte,
gli ospedali sfollati.
La TV degli stronzi fa vedere Beautiful
e la partita di pallone di piedi miliardari,
il film violento e lo sceneggiato cretino,
il film porno, il telefono erotico
ed il filo diretto con le puttane del 144.
La TV degli stronzi non fa vedere
chi vende le armi ai cecchini
chi violenta le donne indifese,
chi si arricchisce col 144,
chi si deforma il cervello
vedendo il film violento.
LUI E’ INNOCENTE
Se il politico specula,
il ladro ruba,
lo spacciatore spaccia,
il falso tifoso fa violenza allo stadio.
Se il commerciante non fa lo scontrino,
la globalizzazione è iniqua,
i seni sono al silicone
e pure l’amore, spesso è recitato.
Se la ricca signora ama gli animali
e indossa una pelliccia assassina,
se compra la bistecca al suo cane di razza
e prende a calci il bastardo affamato.
Se la scuola non educa i giovani,
se la televisione fa programmi sguaiati,
se le istituzioni non funzionano,
se siamo tutti un poco sbandati.
Se sulla terra c’è chi muore di fame,
ed esiste ancora la guerra,
se viviamo in un mondo di merda,
il culo non c’entra: lui è innocente.
PEZZI DI RICAMBIO
Bambini abbandonati,
estirpati alle radici violenti,
trasbordati su una carretta del mare,
trapiantati a forza in un suolo non proprio,
schiavizzati dalle famiglie e dai compaesani,
venduti a trance al mercato dei trapianti,
vivisezionati, espiantati, violentati
nelle viscere più recondite,
privati dei polmoni, del cuore, dei reni,
della cornea.
Dottori di merda, traditori
del Sacro Giuramento di Esculapio
macellai di carne umana,
prostituti della loro professione.
La vita di un ricco vale di più
di quella di due poveri.
Una mamma sorriderà
al figlio che ritorna alla vita,
una madre piangerà
al figlio smontato, squartato, sezionato…
Pezzi di ricambio.
POVERUOMO
Non hai capito,
niente della vita
dell’illuso poeta
che incurante
delle fatue sollecitazioni
che fallaci lo attraggono
cammina quasi volando
a venti centimetri dal suolo.
Poveruomo
che t’affanni
a cumulare ricchezze
che i tuoi stupidi eredi
sperpereranno in gioco,
lussuose automobili,
alcol e puttane.
Guardati
allo specchio della coscienza:
fai schifo…
SALVATE IL MONDO
Salvate il mondo
dai guerrafondai
dagli speculatori
dagli imperialisti
dai menefreghisti.
Salvate il mondo
da coloro che inquinano il pianeta,
da coloro che affamano i popoli
da coloro che si arricchiscono
passeggiando sulla schiena dei poveri.
Salvate il mondo
dai mass media disonesti
da chi semina zizzania
da chi predica bene e razzola male
dai falsi preti e dai camaleonti.
Salvate il mondo
dalla cattiva globalizzazione
da chi vuole dominare
dai maniaci, dai pazzi,
dai falsi storici.
SIGNORE DAMMI LA FORZA
Signore, dammi la forza
di sopportare un uomo meschino,
una donna volgare,
di ascoltare un amico noioso,
di passeggiare con un tale presuntuoso,
di soccombere talvolta a un violento,
di subire un discorso offensivo,
di soggiacere per forza ad un compromesso,
di essere attore di una scena non mia.
Signore, dammi la forza
di poter vivere al sereno,
di godere della tua pace,
di poter praticare l’amore per gli altri,
di non dover calpestare le schiene dei poveri,
di non innalzarmi abbassando gli altri,
di cantare le tue lodi,
di vivere con dignità.
SULLE ALI DI UNA NUVOLA
Volteggiando
sulle ali di una nuvola
il cielo terso
e guardare in basso
il mondo che s’affanna,
che corre veloce
che prepara la guerra
che da solo
si butta nel baratro
della violenza
della speculazione
dell’ inquinamento
dell’autodistruzione.
Dovrò scendere
abitare tra i cosiddetti umani
spartire le loro usanze
i loro costumi
le loro cattive abitudini
le loro ipocrisie.
Dovrò scendere:
questo è anche il mio mondo.
TEMA.
IL MESTIERE DEL TUO BABBO.
SVOLGIMENTO.
Il mio babbo fa il pescatore.
E’ povero.
Non può comperarsi nemmeno
Il motore per la barca.
Quando torna a casa puzza di pesce.
Il mio babbo fa il contadino.
E’ povero.
Zappa dieci ore al giorno
ed è sempre stanco.
Quando torna a casa è pieno di terra.
Il mio babbo fa il falegname.
E’ povero.
Le tasse si mangiano tutto il suo guadagno.
Quando torna a casa porta un sacco di segatura.
Il mio babbo fa il muratore.
E’ povero.
Lavora in nero
e non è nemmeno assicurato.
Quando torna a casa ha sempre paura del licenziamento.
Il mio babbo fa il cravattaro.
E’ ricco.
Non lavora.
Vive col lavoro degli altri.
Quando torna a casa non porta mai la cravatta.
TERRA SANTA
Scannarsi nel nome di dio!!!
Ma quale dio ha detto scannatevi???
Contesa nel nome del temporaneo
movente pretestuoso il divino.
Giovani agonizzanti, vittime innocenti…
Chi sobilla la rivolta, chi cosparge di violenza la pace?
E cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte…
Ed il rito sacrilego si rinnovella ad ogni scontro:
e un padre che piange il figlio colpito
da uno scellerato proiettile vagante,
e un giovane che giace a terra.
…………………………………….
…………………………………….
…………………………………….
…..dio non c’entra!!!
Basta ! posate i fucili ed afferrate la vanga.
Il terreno ha bisogno di essere rimosso.
Domani, concimato dalla pace, darà buoni frutti
e non chiederà di che religione siete.
‘O VASCIO
Quando sei nato in un basso
e vuoi salire più in alto;
quando sei nato povero
ed aspiri all’agiatezza;
quando sei nato morto di fame
e vorresti azzannare tre panini
traboccanti di fette di prosciutto;
quando sei nato nell’ignoranza
ed aspiri alla cultura, alla laurea;
quando sei nato lento
ed aspiri a correre nello stadio;
quando sei nato prigioniero
ed aspiri ad una dignitosa libertà;
quando sei nato in un basso
in un vicolo di Castellammare di Stabia
ed aspiri a comporre poesie,
lo puoi fare solo se tuo padre
ti ha lasciato in eredità
un grande insegnamento d’amore.
C’ERO ANCH’IO
C’ero anch’io
quando le bombe alleate
luttuosamente cadevano
da un cielo scuro e minaccioso.
C’ero anch’io
quando s’incominciò
a fare il pane
con la farina alleata.
C’ero anch’io
quando si iniziò
a dissodare il terreno
con le mani sanguinanti.
C’ero anch’io
quando i ricchi si arricchirono
ed i poveri diventarono più poveri
perché vivevano in cristiana comunione.
C’ero anch’io nel ’68,
quando si incominciò
a contestare uno stato
di ingiustizia propinata legalizzata.
C’ero anch’io
quando assassinarono
l’onorevole Moro
con dirette televisive.
C’ero anch’io
quando eliminarono Falcone
gareggiando allo stremo
le istituzioni traballanti.
Ci sono ancora…
per difendere i diritti dei nonni,
costituire nuovi centri sociali
aiutare i coetanei a concludere…
POESIA INTROSPETTIVA
ATTRACCHERA’
Attraccherà la nave della vita
al porto ultimo della quiete,
al bacino di carenaggio
per le unità marittime dismesse.
Getterà l’ancora
nei sabbiosi fondali,
bisunti da chiazze oleose,
pesanti, inquinanti, oscuranti.
Il capitano scenderà dalla scaletta
e come Wanda Osiris troneggiante
saluterà il corpo di ballo
e congederà il nostromo.
L’equipaggio già penserà
ad un altro imbarco
per mari lontani oltre l’equatore
per mete distanti ed infinite.
Dal molo il capitano triste
saluterà il fumoso futuro relitto
e penserà alle eterogenee traversate
ora col mare in quiete, ora in tempesta.
Un ultimo sorriso illuminerà
il solitario pensionato battello
dai fianchi arrugginiti
dall’elica stanca e consunta.
Quanti viaggi, quanti ricordi,
quante onde, quanta calma,
quanti porti, quanti marinai,
quante puttane agli ormeggi.
Un bambino scruta l’orizzonte,
quasi alla ricerca di un infinito lontano,
di mete misteriose, di porti stranieri,
di antichi vascelli a vapore.
Il capitano saluta e va via…
COSI’ SIA
Così sia, questa tua richiesta…
Hai voluto venire a cercarmi
nel bosco dei pensieri cattivi
come il lupo Cappuccetto Rosso.
Ed io ignaro ho atteso il tuo arrivo
sperando in un mondo migliore:
in un barlume di fiducia cosparso di nafta
già pronta a prendere fuoco.
Ma perché vieni ogni sera,
alla stessa ora al solito posto?
Forse speri di trovare il supplente
di questo essere umano indifeso.
E’ l’ultimo anelito di speranza,
impregnato di fede e fiducia,
che tiene a galla in questo mare
burrascoso, cosparso di merda.
Non sperare di portarmi a fondo,
non t’illudere di schiacciare
la mia testa caparbia nel flutto:
respiro e so ancora nuotare.
E allora va, e comunica il messaggio
al demone che qui ti ha mandata:
fagli sapere che io non m’arrendo
e che tengo la spada sguainata.
L’aspetto al varco l’infame,
che venga armato di lance e pugnali:
l’ucciderò, inesorabilmente, senza pietà,
con la residua forza del solo pensiero.
FORSE
Forse la gente come me
non ha più il diritto di vivere
perché non trova il coraggio
di continuare a vivere.
Forse nella tempesta
si scoraggia e s’abbandona
senza nemmeno avere la forza
di attaccarsi ad un relitto della nave.
Ma…mentre tutto già sembra perduto,
mentre le onde già incombono,
minacce terribili alla dignità dell’uomo,
ecco di lontano la barca delle fede.
Le onde s’abbattono sul relitto indifeso,
l’amletico dilemma si pone profondo:
essere o non essere:qui sta il problema.
Si riprende a nuotare tra le onde.
Non tutto è perduto: un sorriso d’amore
canotto di salvataggio afferri a forza
tra la schiuma delle onde:
all’orizzonte la quiete ecco appare.
Ti domandi chi sei, che fai,
in questo tragitto che è la vita.
E poi riprendi la spada dal fodero
e incominci a combattere.
Ma le onde son chete
chi sarà il prossimo nemico?
Quello che t’aspetta tra l’onde
o quello appostato sulla nave?
Ed ecco tra i marosi apparire,
lei, la sirena, la chimera fantastica,
l’illusione, la fantasia, l’amore,
l’orgoglio di essere ancora vivi.
GESU’ BAMBINO E’ TRA NOI
Gesù Bambino è tra noi!
Tra i ragazzi mutilati dalle bombe,
tra i profughi perseguitati,
tra le bambine prostitute,
tra i ragazzini stuprati dai pedofili,
tra i minori innocenti uccisi dalle faide,
tra i rapiti ai loro giochi dalla mafia,
tra gli asportati indifesi
dall’anonima sequestri,
tra i desaparesidos ,
tra i rapiti scomparsi
per i trapianti d’organi,
tra i “chi li ha visti”
dei mercanti di carne umana,
tra i poveri abbandonati dall’indifferenza,
tra gli indifesi della metropoli,
tra gli handicappati,
i figli dei carcerati,
i malati di AIDS.
Uno sguardo, un sorriso, un pezzo di pane…
Gesù Bambino è tra noi!
IL GRANDE TEMPIO
E pregheranno tutti nel Grande Tempio,
Cristiani e Musulmani, Ebrei e Buddisti,
Ortodossi ed Anglicani,Protestanti e Taoisti.
Fianco a fianco mescoleranno gli aliti,
al fumo dell’incenso, al profumo di preghiera.
Anche gli Atei pregheranno un dio
nel quale non credono e che non ascoltano.
Ed i cuori di tutti si solleveranno
e gli animi si innalzeranno al Massimo Creatore.
E tutti
- senza curarsi del colore della pelle –
- senza chiedere il perché del proprio credo –
- senza richiedere la provenienza culturale -
- senza guardarsi nel portafogli o nel conto in banca –
sorrideranno al Sole, alla Luna, al Vento,
all’Aria, alla Luce, al Calore, alla Fratellanza.
E Dio dal cielo sorriderà;
e Frate Francesco sorriderà;
e Padre Pio sorriderà;
e San Giuseppe sorriderà;
e Padre Giacomo sorriderà.
E Gabriele annuncerà al mondo
la nascita della tolleranza.
IL SECOLO CHE MUORE
Cosa ci ha portato
Il secolo che muore?
I film della guerra in Vietnam,
i nonni di Vittorio Veneto,
i pensionati della Seconda Guerra,
il morbo dell’AIDS, gli schiavi della droga,
i figli in provetta, computers ed internet,
la fame nel mondo, l’integralismo,
l’insofferenza, la guerra fredda,
i morti del sabato sera,
gli scandali rosa dei regnanti,
le scappatelle dei potenti,
le nefandezze dei pedofili,
i mariuoli di tangentopoli.
E poi…
Il Piccolo Grande Papa,
il volontariato, le grandi scoperte della medicina,
l’aiuto della scienza, la lotta alla sofferenza,
la ricerca della giustizia,
la globalizzazione,
la volontà di pace, l’unificazione dei popoli,
la riscoperta degli antichi valori,
l’ecologia, l’avvicinarsi della gente,
la partecipazione al dolore cosmico,
la riconversione morale dell’individuo,
la presa di coscienza dei cittadini del mondo.
E poi…
Cosa ci porterà
Il secolo che viene?...
IL TRESSETTE
Me ne andrò come Gianni,
seduto ad un tavolo antico
consunto dal tempo e dall’usura
di pugni sbattuti per rabbia
per una carta giocata male
per una svista compromettente
quattro amici in competizione
in attesa della chiamata definitiva.
Me ne andrò come Gianni,
senza un gemito, discretamente,
senza imprecare alla sorte,
senza tirare in ballo il destino,
chiamando il due di coppe,
una carta bistrattata, umile,
ma risolutiva di situazioni
compromissive, in attesa del trentuno.
Me ne andrò come Gianni,
tra il pianto degli amici,
lo sgomento dei cari,
la disperazione di chi l’amava,
il compianto dei compagni di gioco,
che gioivano ai suoi richiamo,
che godevano nella vittoria,
godevano nella sconfitta.
Me ne andrò come Gianni,
sorridendo alla vita che va via,
al sorriso dei cari, al compianto degli amici,
alla costernazione degli occasionali,
alla morbosa curiosità dei passanti,
alle lagrime versate dai compagni di tressette:
di quelli che prevalevano
e di quelli che soccombevano.
Me ne andrò in silenzio,
con dignità, vivendo,
una vita vissuta d’errori,
di fatua gloria frutto della poesia,
appendice fantasiosa
ad una vita fantastica.
Con tante sconfitte…
Con tante vittorie!!!
(15 giugno 2006 ore 23,24)
LA NOTTE E’ BUIA
La notte incombe sul mondo
che non ancora ha apprezzato la luce
e s’illude con una fioca e instabile lampadina
appesa ad un filo tremante dal vento.
La notte è buia e profonda:
le tenebre dominano senza sosta
e spingono gli esseri umani
ad un sonno menzognero e fugace.
La notte porta il sonno,
ma solo a chi dorme di giorno.
Al buio forse è meglio vegliare
e passare le consegne al pensiero.
Anche i ladri escono di notte.
Anche gli amanti escono di notte.
Anche i sonnambuli escono di notte.
Anche i topi dalle fogne escono di notte.
E’ un via vai di eterogenee attività
che se fossero produttive
eliminerebbero la fame dal mondo
ancora folto di assassini.
Di notte dormo e non dormo.
Di notte penso e non penso.
Di notte amo e non amo.
Di notte sono sempre sveglio.
Penso al malvagio che arranca nel buio,
al diverso che vorrebbe assopirsi,
all’amante che vorrebbe sfogarsi,
all’innamorato che vorrebbe volare.
E proprio sulle ali della fantasia
anch’io mi imbarco e dalla prua
della veloce nave del pensiero
m’illudo di essere il comandante.
Forse sbaglierò rotta,
m’infrangerò sugli scogli emergenti
dai flutti maestosi ed imperterriti:
ma devo continuare a navigare.
Devo trovare il porto della quiete
dove le onde del mare sono più blande,
e con la schiuma fugace che le accarezza
sembrano suonare a tempo di valzer.
Oramai il viaggio sta per finire.
Sovente ho intravisto all’orizzonte
il porto illuminato e stracolmo di navi:
ma non ho trovato mai il coraggio di attraccare.
Nuoto tra i marosi, relitto navigante,
superstite di una ciurma in ammutinamento,
e godo al volo vellutato e lieve
dei candidi gabbiani che volteggiano in cielo.
LA PACE
La pace non è un diploma:
se studi puoi conseguirlo.
La pace non è un lauto pranzo:
dopo ti senti sazio.
La pace non è un litro di vino:
all’ultimo bicchiere ti senti ebbro.
La pace non è la droga:
dopo la dose viaggi.
La pace non è la fuoriserie:
schiacci l’accelleratore e voli.
La pace non è la ricchezza:
puoi comperare tutto.
La pace non è una villa sontuosa:
ti senti un re nella sua reggia.
La pace non è una puttana:
l’orgasmo ti esalta.
La pace è alzarsi al mattino
e sorridere di gioia al mondo.
LA PREGO ,SIGNORA…
La prego, signora,
non venga a turbare
i miei sopiti pensieri
consunti dal tempo,
rosi dalle traversìe,
mutilati dagli affanni.
E’ tempo oramai,
di archiviare i ricordi,
di catalogare le immagini
su un meccanico cd,
di selezionare il colore
e di scaricare quelle sbiadite
che il cuore vuole cancellare
dalla memoria del proprio computer.
Addio, signora…
LE TENEBRE
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Non riesco più a dominare i pensieri
offuscati dall’ignoranza
di chi mi circonda
di chi ha abbordato la mia nave
già sconquassata dalle onde.
Anche la fantasia
è stata minacciata,
linciata, vituperata.
Sta per cedere alla violenza morale
di chi non riesce
a scrollarsi di dosso
la sua ciambella di merda
con la quale galleggia
in un lurido mare di piscio.
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Spero solo di affogare
in un mare cheto,senza onde.
Immergermi nel nulla
e ritornare mittente.
LEI ERA BELLA
Lei era bella, vestita di rosso,
nel galà dei poveri stronzi
che s’illudevano di essere nobili
alla tavola rotonda di re Artù.
Che squallore vedere degli esseri umani
atteggiarsi a paladini del mondo:
che tristezza notare il pallore del volto
di squallidi servi prezzolati della gleba.
Marmaglia indolente vestita a festa
in alto portata da un capovolgimento politico
che non aveva risparmiato nemmeno
gli innocenti clandestini.
Sparare a mitraglia, colpirli nel cuore,
sbarazzarsi delle carogne ingombranti,
evitare le putrefazione perpetrata nel tempo,
di una storia che spesso racconta bugie.
Solo lei era bella, vestita di rosso,
in un mondo cosparso di nebbia,
dove anche arrancare nel buio,
diventava un enigma conturbante.
La chimera, nascosta in un angolo della casa,
fugace, fa la sua apparizione:
notifica il suo atto di dualismo esistenziale,
e poi nel vicolo oscuro delle tenebre scompare.
Lei era bella, vestita di rosso:
lieve danzava tra le sue coetanee,
mi guardava, ed io la guardavo.
Alla fine della serata si dileguò nel corridoio.
NASCE IL SOLE
Guarda:
nasce il sole.
Illumina la terra
riscalda la fronte
sorride al mondo
si riflette sul mare
abbaglia i viandanti
illumina gli amanti
prepara le tenebre
da fiducia al domani
rinverdisce le foglie
carica i muscoli al lavoro
abbronza i corpi nudi
intiepidisce le acque
da tepore alle coltri
riavvicina gli innamorati.
Guarda:
nasce il sole.
Per tutti…
OMBRE
Strane ombre incombono
nella notte dei sogni sereni
e rattristano momenti incontrollati
dominati dalla fantasia.
Oscure nuvole dal colore grigio
minacciose di gravidi temporali
provocano sussulti al cuore
insonnolito nel tepore delle coltri.
Ma è la regina della notte
sovrana assoluta del fantasticare
dominatrice rasserenante dell’inconscio
che viene in soccorso agli umani.
E il contrasto s’affievolisce
ed il turbinìo dei cattivi pensieri
sprofonda nel cestino dell’oblio
e nelle tenebre appare la luce.
Ma all’alba il risveglio sarà reale
quando ci riporta in un mondo fallace
e ipocrita nel suo andazzo materialista
sicchè preferiresti tornare a sognare.
QUANDO BACI TUO FIGLIO
Quando baci tuo figlio
nel cuore della notte,
lievemente,
per paura di svegliarlo.
Quando poni la tua mano calda
sulle rosse guance
e sorridi
al tremolio del contatto.
Quando lo guardi per ore ed ore
e sorridi al suo notturno sorriso
ed il tuo cuore batte
coi battiti del suo cuore.
Quando ti verrebbe voglia di svegliarlo
e dialogare con lui
per far sentire la tua presenza
per far sentire il tuo amore.
Aspetta l’alba:sarà più radiosa;
dagli un bacio:sarà più dolce;
fagli una carezza:sarà più vellutata;
abbraccialo:abbraccerai il mondo.
E’ la presenza del padre,
è la presenza di Dio
che fa crescere i figli
nel rispetto dell’amore.
QUANDO CHIEDERANNO DI ME
Quando chiederanno di me
dirai che ho amato il mondo
che sono vissuto di vita
che ho fatto tante cose
inutili
ma tante cose
incomplete
ma tante cose
disordinate
ma tante cose.
Che ho amato l’amore
ed ho odiato l’odio
che ho amato il giorno
e contemplato la notte
che sono vissuto d’amore…
QUANDO RIVEDREMO LA VERA LUCE
Sarà la nuova alba
con nuovi colori
nuova visione della vita
nuova gioia
e ci ritroveremo tutti affratellati
abbracciati nel macrocosmo.
Abbandoneremo i vecchi rancori
gli inutili egoismi
le futili ire
le fallaci ricchezze terrene
i motivi di falso orgoglio
la ricchezza materiale
l’evanescente bellezza fisica
l’inutile fuoriserie.
Sarà la nuova alba
e ci risveglieremo
più leggeri
più eterei
più sani
più nobili
più vivi.
Sarà la nuova alba:
ma non aspettiamo
il Giudizio Universale
per farla sorgere.
QUESTA E’ L’ULTIMA SCENEGGIATA
Quando calerà il sipario
e le corde verranno tirate
e la scena non riprenderà più luce
e gli attori non calcheranno più il palco
ed il suggeritore chiuderà per sempre il copione
ed il teatro rimarrà per sempre deserto,
umilmente, Dio, mi presenterò al Tuo Giudizio.
Sarà l’ultima sceneggiata,
perdono, se agiterò le braccia,
perdono, se alzerò la voce,
perdono, se cercherò di farmi credere.
Ma la mia vita è stata sempre una commedia:
una sceneggiata, come si dice a Napoli.
Tutti hanno fatto finta di credermi,
tutti hanno accennato un sorriso,
alla fine tutti hanno applaudito.
Perdono, Signore, se ancora reciterò,
se ancora mi illuderò.
Questa è l’ultima sceneggiata:
ma stavolta l’attore è sincero…
RESTA
Ti prego: resta almeno nei sogni
fantastica illusione di un bene mai avuto
di un libro mai letto
di un bicchiere di vino mai bevuto.
Resta pure a confortare la fantasia
l’unica amica che non mi ha mai tradito
l’unico frutto che non ho mai colto
l’unica amante di sogni proibiti.
Non chiedo palazzi e nemmeno ricchezze
gioielli automobili o ville da re
e nemmeno titoli nobiliari
o primi premi in gare internazionali.
Non voglio salire sul podio
per presentarmi protagonista al mondo
superare i coetanei e umiliarli
raccogliendo gli applausi della gente.
Non chiedo un immeritato successo
non chiedo possessi di cose materiali:
lasciatemi solo a vagare nei sogni
in compagnia della signora fantasia.
SENZA TIMONE
Procedo passo dopo passo,
calpestando lentamente
il nero dell’asfalto
che imperterrito si ritrae
e caparbio si prolunga.
All’infinito scruto il quadrivio
ma non mi pongo quesiti
amletici conturbanti interrogativi
su probabili scelte da farsi
una volta raggiunta la meta.
Sono un vascello senza timone
che procede scivolando
sui marosi spumeggianti
per la brezza che incalza
e che incute imminenti naufragi.
Ma è la Stella Polare
alimentata dalla luce della Ragione
che illumina il mio percorso di Fede
e mi spinge imperterrito
ad arrivare al traguardo finale.
Ed alla prima pozzanghera
saltello e procedo al quadrivio.
UN’OMBRA LONTANA
E quando la terra
sarà solo un’ombra lontana
forse di me resteranno
versi sepolti
tumulati in una scatola di cartone
che ospitava allineati
detersivi biodegradabili.
Un sorriso alla vita…
Cin cin!!!
UN RELITTO
Come un relitto
dopo un naufragio
avvolto da tristi pensieri
mentre sinistri volatili
ombreggiano il cielo grigiastro
immenso scenario
dell’alternarsi delle vicende umane,
attracco all’imbarcadero della tua pazienza,
ormeggio al tuo affetto,
butto la cima al tuo amore.
Il porto della quiete…
CAVALCHEREMO GLI AQUILONI
Quando eravamo bambini
e i rumori della guerra,
gli echi dei bombardamenti,
i giochi infantili,
le ristrettezze e la paura
ci costringeva a restare richiusi
nei bassi popolari ed affollati,
sognavamo di cavalcare gli aquiloni.
E la fantasia ci portava nei cieli tersi,
a mirare il paesaggio sottostante,
ad ubriacarci dei raggi del sole,
ad illudere la fame incalzante,
a visitare il mondo dall’alto,
a guardare il mondo che annaspava,
le barche dei pescatori arrancare sul mare,
le zappe dei contadini affondare nei solchi.
I campi di grano sventrati dalla guerra,
con grossi crateri piangenti,
sostituito il moschetto alla vanga,
concimati col sudore della fronte
dei genitori motivati al lavoro
da imperterriti pianti di bimbi,
dopo mesi sorrisero grano.
E le mamme dimenticarono
il volto scarno dei figli,
ed i padri superstiti all’eccidio
vangarono giorno e notte
con risoluto e motivato vigore,
e le nonne continuarono a raccontare
agli innocenti nipoti con gli occhietti sbarrati
la solita storia del lupo cattivo.
NEL BUIO DELLA NOTTE
Come i sonnambuli
che vagano nell’inconscio
della notte buia e senza lumi,
come i topi che approfittano
dell’assenza di luce diurna
per intrufolarsi, sgraditi ospiti,
nelle dispense campagnole,
fornite di cibi sani e senza conservanti,
come i guardiani, che per quattro soldi,
difendono la ricchezza dei ricchi,
come le puttane, che vendono l’amore
offrendolo in offerta speciale
come un vile prodotto discount
non pubblicizzato in un supermercato
di estrema periferia frequentato
da vecchi con la pensione sociale
o da extracomunitari che devono risparmiare
anche sul cibo per mandare quattro soldi
al padre piangente o alla madre morente,
anch’io vago nel buio con la mente offuscata
da una incalzante miriade di pensieri
che coinvolgono uno sguardo, un sorriso,
ma anche il dramma del cosmo.
Vago, come uno sbandato, nel buio della notte,
aspettando che l’alba radiosa e gloriosa
lentamente s’avvicini e s’accorga di me.
POESIA ECOLOGICA
CATECATASCIE
“ Catecatascia scinne abbascie,
che ti do lo pan del re,
lo pan del re e de la regina,
catecatascia vieni vicina. “
…addio lucciola svolazzante
piccolo aereo, vivente, notturno,
rallegrante, luminoso, gioioso,
che i bimbi una volta amavano
un poco imprigionare sotto un bicchiere.
…addio lucciole volanti
prime vittime dei diserbanti!
Nella Piana del Sele avvelenata,
addio, pacifica banda sgominata!
FRASCINELLE
Amo la mia valle
col vento d’autunno
che spinge sui balconi
le foglie ingiallite
della quercia centenaria
che minacciano di tagliare.
Amo la mia valle
col freddo gelido d’inverno
che porta i passerotti sul davanzale
alla ricerca di briciole minuscole
cadute dalla tovaglia
della tavola imbandita.
Amo la mia valle
coi primi raggi del sole di primavera
che svegliano i rami dei mandorli,
dei peschi e dei ciliegi
e danno il via al concerto notturno
dei deliziosi usignoli maestri solisti.
Amo la mia valle
con la calura della rumorosa estate,
le discoteche assordanti,
le coppiette di innamorati appartati
ed il vecchietti al tramonto
che vengono a respirare
la frescura di alberi secolari.
GLI ASSASSINI DELLE FAVOLE
Il lupo è in estinzione:
hanno distrutto la favola
di Cappuccetto Rosso.
La balena è quasi scomparsa
dalla faccia della terra:
hanno distrutto la favola di Pinocchio.
Hanno rinchiuso il leone
dentro una gabbia angusta
di un circo di periferia:
hanno distrutto la favola
del Re della Giungla.
Hanno cacciato fino alla distruzione
l’elefante maestoso dalla sua foresta
per rubargli due zanne d’avorio:
hanno distrutto la favola
del Gigante con la Proboscide.
Anche l’asinello, arruolato
nell’esercito delle mortadelle
dal volto scuro al polifosfato,
è scomparso dai prati verdi:
hanno distrutto il Nostalgico Raglio,
potente ruggito di un nostrano
leone pacifista.
Cappuccetto Rosso con la minigonna,
Pinocchio su una moto di grossa cilindrata,
Sandokan con l’Elefante elaborato al computer
che barrisce in stereofonia,
il Lupo finito in una canzone di Lucio Dalla,
ed il più sfigato, come sempre, l’asinello,
ulteriormente declassato
a simbolo di politicanti nostrani.
IL MANDORLO IN FIORE
Quando osservo
per ore e per ore
affacciato al balcone
della casa di campagna
il giardino fiorito
col mandorlo in fiore,
don Peppo il vicino
mi accusa d’insania
dicendo sei scemo
che stai a guardare
un vegetale senz’anima.
O don Peppo don Peppo
lo scemo sono io che godo
d’amore per la primavera incipiente
le api gaudenti e gli uccelli felici
che svolazzano in festa sul mandorlo in fiore
o lo scemo sei tu
che godi indecente per uno spot sguaiato
o un programma cretino seduto all’oscuro
davanti alla stupida TV?
NEVE
E’ neve
sul davanzale della finestra.
candida, pura, bianca,
lieve, soffice, morbida.
E’ neve
che cade dal cielo
rattristato dalla cattiveria
di chi non ama.
E’ neve
che in un attimo verrà annerita
dallo smog delle industrie,
dagli scarichi delle automobili.
E’ neve
che presto perderà il candore
per colpa di chi non ha capito
l’essenza verace della vita.
POESIA SATIRICA
BALLA
Balla…
L’orchestra suona solo per te.
Balla…
Attiri gli sguardi degli uomini.
Balla…
Più godono e più godi.
Balla…
Qualcuno uscirà con te.
Balla…
Il sudore ti scioglie il trucco.
Balla…
La serata sta per finire.
Balla…
Domani potresti restare a casa.
LO ZOO
L’altro ieri ho incontrato
il direttore dello zoo di Berlino.
Era arrivato assieme alla sorella
anziana vedova da tempo convivente
con un metalmeccanico pensionato
invalido e nullatenente.
Il Mercedes era di modello vecchio
di quelli eleganti che somigliano
alla più nobile Jaguar del ’63,
argentata ma non metallizzata.
Gli animali in gabbia soffrono
- ha detto a Bruno Vespa a “Porta a Porta” –
mangiano troppo ed il colesterolo
è aumentato più della glicemia.
Nessuno pensa a loro perché non votano.
Ma in compenso non pagano le tasse
non sono considerati immigrati clandestini
ma piuttosto ospiti curiosi deportati.
Un bimbo elegante con la badante Filippina,
si fermò davanti alla gabbia di un orso bianco
e disse: - Il sono il figlio di un dottore luminare,
primario in una clinica per miliardari… -
L’orso sorridendo gli rispose: - Non credere…
Anche tu se tra le sbarre prigioniero.
Prima che l’uccidessero senza motivo
i bracconieri, mio padre era un Poeta… -
VORREI
Vorrei che il piccolo bastardo
divorasse il pitbull,
che la cicala di buon mattino
andasse al lavoro con la formica,
che il ricco mangiasse avidamente
le rimasuglie del povero barbone,
che la bella bionda provocante
si cospargesse i capelli di cenere,
che l’uomo sfortunato vincesse
il primo premio della lotteria,
che il ricco sfondato vedesse
le sue azioni crollare in borsa,
che la mucca pazza, ma innocente,
non fosse rinchiusa in manicomio,
che ai fautori della globalizzazione
ingiusta cadessero le palle,
che l’inquinatore dell’aria vivesse
con la puzza di merda sotto il naso,
che al contadino che usa troppi diserbanti
seccassero tutti i cavoli,
che il povero uccello superstite, in volo,
pisciasse in testa al cacciatore.
POESIA D’AMORE
E PACE SIA
Mi guardi
ti guardo.
Mi sorridi
ti sorrido.
Mi porgi la mano
ti porgo la mano.
Mi abbracci
ti abbraccio.
Mi bagni la spalla
con le tue lagrime.
Non parlare.
Ho capito.
E pace sia.
FILI D’ARGENTO (ricordando Torino)
Fili d’argento
adornano il capo
corollario a qualche incipiente ruga
ad un sorriso più sereno
ad un volto rigato dalla preoccupazioni
ad un animo meno ribelle.
Fili d’argento
prendono il posto
alla lunga chioma d’oro
rapita dal vento
all’ombra di un ciliegio
sulle colline astigiane.
Fili d’argento
ricordi di un passato
quando lottavi al mio fianco
nell’intemperie piemontese
e con me gioivi
nell’innalzare il vessillo della vittoria.
Fili d’argento
accarezzo mentre dormi
e sogni di un tempo
oramai passato.
FIORI DI CAMPO
Un fascio di rose rosse
comperate con la carta di credito
nel più costoso negozio Interflora
e recapitato dal mio maggiordomo in livrea.
Un pensiero d’amore
trascritto su una lamina d’oro
inciso a caratteri delicati
in un artistico corsivo.
Come cambio solo un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
nei quali rifulge il cristallino
reso ancora più vivo dall’emozione.
E poi fotografare l’attimo
del passaggio di mano
del fascio di rose rosse
illuminato dal tuo sguardo.
Un mazzolino di fiori di campo
a forza raccolti nel prato
chinando il busto del corpo
chiedendo il permesso all’artrosi incalzante.
Policrome figurine recise tra l’erbette
tra l’indice ed il pollice raccolte
a guisa di stelle acconciate,
nel cellofan dell’amore composte.
Anche questo è un messaggio d’amore,
un presente per dirti che t’amo,
per avere in cambio un sorriso,
in ricordo del tempo passato.
Anche se le rughe invadono il viso
e l’artrite non consente una fuga
ed il tempo ha spento la fiamma,
questo è solo per dirti che t’amo.
Che m’importa se il mare è in tempesta,
se in viaggio ho bucato una gomma,
se talvolta mi sono adirato
e ogni tanto non ci siamo capiti…
Ora è tardi per correre ai ripari,
per fare un’analisi degli errori passati,
per passare tristemente in rassegna
tutti gli errori che ho combinato.
Un modesto bouquet di fiori di campo,
animatore del monotono verde
rigoglioso nel giardino di casa,
per farti capire ancora che t’amo…
I TUOI OCCHI RISPLENDONO
Eppure incominciano
a calare le tenebre
e la luce, stanca,
ritorna a dormire
nel suo letto di sabbia fine
col capo appoggiato
alla verde collina
per cuscino le siepi odorose
di mirto e biancospino
coltri le nuvole leggere.
Ninna nanna melodica
un coro di usignoli
interrotto – nota stonata –
dal verso sinistro di una cornacchia
insonne da un ramo all’altro
di un triste albero semispoglio
pensile albergo dell’ilare pennuto
lugubre nunzio di tristi presagi.
Solo i tuoi occhi, mentre dormi,
risplendono illuminando i tuoi sogni.
IL CARRO DELL’ORSA MAGGIORE
Partiremo col carro dell’Orsa Maggiore
il litorale sarà la nostra autostrada
le onde del mare la propulsione
il cielo il nostro tetto
le stelle filanti i segnali di tappa
la brezza la nostra aria condizionata
l’autogrill la nostra piccola oasi di verde
il canto dei notturni usignoli l’autoradio
il casello la sosta per un sospiro
le coppie d’innamorati distesi sul lido
il parcheggio non custodito
la luna nel cielo il segnale di stop…
ed il risveglio al semaforo.
PAGINE SBIADITE ( verde età)
Sono solo pagine sbiadite dal tempo
consunte dai troppi ricordi
dagli spigoli consumati
per l’affannosa consultazione.
Sarà stato l’effetto del tempo
o dell’età che imperterrita avanza
dei ricordi che incombono grevi
o dell’amore che tarda a lasciarmi.
Eppure toccavo i capelli
soffici e scuri come una notte d’estate
e godevo al contatto della mano
che percorreva il tuo volto caldo e pudico.
Dove stai, adesso, Patrizia…
forse le rughe avranno invaso il tuo volto
e lo sguardo non sarà più intenso
ma proiettato in un passato lontano.
Torna, ti prego, ogni tanto,
a riempirmi i vuoti del cuore,
ad illuminare le grigi giornate
quando emigrante vagavo nella nebbia.
Lo so che è sera avanzata
che oramai siamo alle ultime battute
ed il sipario, alla fine del terzo atto,
inflessibile calerà sulla scena.
PETALI (ad una poetessa)
Una pioggia di petali
di rose scarlatte,
strappate dal vento
di tramontana
scendono
dal tuo balcone fiorito
eteree, leggere.
Alitano nell’aria
la vita del polline,
come fiocchi colorati,
deltaplani monocromatici
sospinti dalla magia
delle vaganti correnti
infinite nello spazio.
Solo le tua labbra
s’incontrano e si schiudono
seguendo le note di Mozart
ma restano immobili
senza sospiri,
senza promesse,
senza speranza.
Le rose rosse scarlatte
con lo stelo affievolito
si chinano al vento.
Ed io ti guardo,
sospiro e m’immergo
nel roseto
tra le tue spine…
RICORDO (ad una signora di Acerra)
Non ricordo
le sembianze del tuo volto
né l’espressione dei tuoi occhi
o il rosso delle tue guance
e l’oro dei capelli.
Ricordo solo
la dolcezza delle tue parole
quando mi parlavi
dei tuoi cari
ed io rimembravo
l’affetto dei miei.
STELLA ( a Rosa)
Tu
sei la stella
che mi guida al mattino.
Tu
sei la stella
che m’illumina il giorno.
Tu
sei la stella
che mi veglia di notte
mentre ti sogno
nel firmamento
la più splendente.
Tu
sei la stella:
la mia stella.
TELEFONARTI (ad una sconosciuta)
Telefonarti
da un oceano all’altro
e sentire la tua voce
varcare le nuvole
solcare il mare
attraversare l’aria
giungere al mio cuore.
Guardare nell’animo
e i tuoi occhi sorridere
le tue labbra socchiudersi
nelle affannose pausi
che permettono all’amore
di riflettere sulla lontananza
dei nostri sentimenti abbarbicati.
Noi…
Così lontani…
Così vicini…
UN SORRISO ( a Rosa)
Regalami un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
che mi riportano alla mente
l’azzurro del mare cheto.
Guardami negli occhi
con lo sguardo tuo pudico
e con le guance rosse
che sanno di primavera.
Sullo schermo del tuo volto
illuminato dalla gioia di vivere
nello specchio dei tuoi pensieri
si riflette la purezza del sorriso.
Profumo di primavera
cosparsa di petali di rose
rigogliose di rugiada
si espande nell’aria tersa.
E i tuoi occhi ora mi parlano
e mi comunicano del tempo passato
e mi invitano al ricordo
e mi portano nella verde vallata della giovinezza.
Non un poco di nostalgia
non un pizzico di tristezza
non un attimo di ripensamento
non un ricordo lacrimoso.
Ora che le foglie sono cadute
ed i rami sono rimasti orfani,
s’intravedono i nidi arrampicati
a ricordo dell’elaborazione di primavera.
Non importa se l’autunno pervade
se dagli alberi son cadute le foglie:
io ti guardo e più ti guardo
e più ricordo la primavera vissuta.
IL NOSTRO AMORE ( a mia moglie)
Il nostro amore antico
come i ruderi del castello
perennemente abbarbicato
sulla cima maestosa
del colle prospiciente
il mare di Agropoli.
Il nostro amore forte
come gli imperterriti scogli
a difesa della sabbia sottile
contrastanti le onde
musicalmente alternanti
nelle serate d’inverno.
Il nostro amore dolce
come le rosse ciliegie
del nostro giardino
raccolte dalla tua mano protesa
in alto, verso Dio, nell’azzurro
di primavera inoltrata.
Il nostro amore caldo
abbronzato dal sole d’agosto
infuocato sulle spiagge del Cilento
con le canzoni degli anni sessanta
che raccontavano storie d’amore
agli innamorati sul lido.
Il nostro amore ardente
appassionato dagli anni ruggenti
con sguardi comunicanti
infuocate passioni mai sopite
ristagna cenere ancora calda
in fondo al camino di fine autunno.
SALVE, REGINA ( a mia moglie)
Salve, regina
di un regno lontano
con ricordi sbiaditi nel tempo
consunti da pensieri recenti,
affievoliti col passare degli anni
con le foto appese alle pareti
in un museo di tempi felici.
Ora che le rughe ti solcano il viso,
e gli occhi una volta fulgenti
si nascondono sotto le lenti,
e l’incedere un tempo regale
conosce l’aritmia degli anni,
e l’oro dei lunghi capelli
ha lasciato il posto all’argento,
e le labbra in primavera purpuree
si screpolano all’assalto del maestrale,
e la fiamma che ardeva la passione
giace cenere in fondo al camino,
l’alba, una volta radiosa,
s’avvia al sereno tramonto.
Salve, regina
di un regno lontano
quando al mio fianco lottavi
per sconfiggere i giganti del bosco
e gioivi, fiera e sicura,
nel vedere il nemico fuggire.
Ora che anche il tuo re ha posato lo scettro
torniamo a dormire.
*******
Poesie di
Catello Nastro
_________________________
CINQUANTA ANNI DI POESIE
La prima poesia la composi nel 1957, appena sedicenne, per una mia compagna di scuola, al Liceo Classico, con sede sul porto di Agropoli, che allora comprendeva solo la “banchina” e proprio in quei tempi si incominciò a lavorare per ampliare la struttura per la sempre maggiore presenza di imbarcazioni turistiche. Più che la potenza della poesia potette quella di una motocicletta per cui la destinataria dei miei versi preferì cavalcare una volgarissima moto a danno delle mie inascoltate rime. Tenga conto il lettore che a quei tempi le poesie abbondavano ma le moto erano scarse: quasi rare! E siccome oggi stiamo nel 2007, è facilmente intuibile che scrivo poesie da ben mezzo secolo, cioè cinquanta anni. Agli inizi degli anni ’60 cominciai a partecipare a qualche concorso letterario e ricevetti i premi che mi attribuivano le varie giurìe. Questo mi inorgogliva. Ricevere un premio, anche se una semplice medaglia “vermeille”, o un cartaceo diploma di segnalazione, costituiva per me una enorme gratificazione non per il premio materiale, ma per aver constatato che qualcuno, presumibilmente competente, aveva letto i miei versi e li aveva ritenuti degni di segnalazione. Col passar del tempo più che trofei e coppe mi interessavano le motivazioni del premio scritte da persone di alta cultura che si degnavano di leggere i miei dattiloscritti. Per un certo periodo ho tralasciato la poesia perché, come dicevano gli antichi saggi, “non dat panem”, ed io, emigrante a Torino, che dovevo badare a moglie e figli, avevo ben altre cose a cui badare. Durante la mia permanenza in Piemonte ( 1969 – 1983) ho dato alle stampe vari libri. Il primo fu un libretto intitolato “Versi nella nebbia – poesie di un emigrante – 1969”. A contatto con ambienti culturali piemontesi ebbi modo di conoscere pittori, scultori, grafici, poeti e scrittori di altissimo livello. Agli inizi degli anni ’70 incominciò la mia carriera di critico d’arte. L’ultima pubblicazione di versi risale ad oltre dieci anni fa. Nel Terzo Millennio ho ripreso la passione a comporre versi sia in lingua italiana che in vernacolo napoletano ed ho anche ricevuto significativi riconoscimenti che non sto ad elencare per non annoiare il lettore. I versi contenuti in questo “quaderno” sono stati scritti dal 2001 al 2007. Dall’inizio del millennio è iniziata la presenza di miei versi in vari siti internet che il lettore navigatore potrà facilmente selezionare sui vari motori di ricerca. Precedentemente la presenza su supporto cartaceo si è avuta in varie antologie. Naturalmente non su quelle a pagamento. Ho suddiviso le mie liriche in cinque sezioni: introspezione – ecologia – società – satira – amore. Ho proceduto a questa “schematizzazione” per favorire i giovani che si avvicinano per la prima volta alla poesia. Non dimentichi il lettore che sono stato professore di lettere ed anche se sono in pensione già da alcuni anni, mi ritengo un educatore permanente. Questo libretto, inoltre, sarà presente nelle biblioteche delle principali scuole del Cilento. E chissà che non riesca ad incentivare ed incoraggiare i giovani alla poesia… Aggiungo, concludendo, che amo l’arte figurativa, la musica classica e leggera ed in particolare modo le canzoni napoletane di un tempo, la musica popolare ed etnica e gli antichi canti cilentani. Ascolto volentieri la musica lirica ed il jazz. Dove c’è poesia c’è arte e dove c’è arte c’è poesia. Ma ve lo immaginate un mondo senza poesia???
IL CONCETTO DI POESIA
Rovistando recentemente nella mia biblioteca, nella quale certamente l’ordine non è di casa, mi è capitato di avere tra le mani un volumetto di circa sessanta anni fa, di Giuseppe Leoni ed Aurelio Petroni, dal titolo “LA POESIA E LA LETTERATURA” – preliminari metodici ad uso dei Licei Classici e Scientifici e degli Istituti Magistrali – editori Di Giacomo, Salerno, 1948, pagine 102. Ed è proprio la prima parte, l’introduzione, che mi ha colpito profondamente facendomi comprendere quel poco che mi mancava per definire il concetto di poesia. Gli autori così scrivono: “ Per intendere a pieno il significato del termine poesia, è opportuno stabilire fin dall’inizio, che ogni uomo è poeta in quanto dotato di una naturale capacità creativa di immagini, allo stesso modo che è anche filosofo, in quanto fornito di una originaria e normale capacità raziocinante. In questo senso soltanto si può dire abbia ancora un valido significato l’antico adagio del “poeta nascitur”. E’ vero che come il filosofo propriamente detto è poi solamente colui il quale, non appagandosi di saltuari giudizi, illuminanti come lampi fugaci il groviglio dei suoi umani problemi e solitamente legati tra loro con nessi di natura passionale, tenta di organizzare in un compiuto e coerente sistema di rapporti logici la sua interpretazione della realtà; - così il poeta, nel significato coerente della parola, è chi con più larga vena crea immagini ad esprimere il proprio sentimento…” Da questi concetti, espliciti e sintetici, gli autori passano alla trattazione, nei vari capitoli, dei seguenti argomenti: INTRODUZIONE – Il concetto di poesia nel tempo – La concezione moderna; I - LA POESIA – Intuizione e concetto – Carattere alogico della poesia – Carattere lirico – Carattere cosmico; II – LA POESIA, LE ALTRE ARTI, LA PROSA – La poesia e le altre arti – La poesia e la prosa; III – LA FORMA INDIVIDUALE E CREATIVA – Contenuto e forma. L’arte come creazione – I generi letterari; IV – IL LINGUAGGIO – Origine e natura fantastica del linguaggio – Gli elementi dell’espressione poetica verbale – Arte e tecnica – Le traduzioni; V – LA LETTERATURA – La letteratura di un popolo – Le forme dell’attività letteraria – Letteratura e poesia – La storia della letteratura ( e non della poesia); VI – LA CRITICA - Il gusto – Metodo storico e metodo estetico. In questo libro di poco più di cento pagine, gli autori ci fanno capire, quasi portandoci per mano, oltre il concetto di letteratura e di poesia, anche le “varianti” e le classificazioni che, se a primo acchito possono risultare al lettore sterili e poco interessanti, alla fine risultano preziosissime ai fini di una catalogazione schematica degli scritti, sia in versi, sia in prosa. Un libro veramente interessante che ho letto tutto di un fiato e che mi sarebbe piaciuto ricopiare integralmente per aiutare i miei lettori giovani che si accingono da poco a comporre versi, a capire meglio il cammino da percorrere.
POESIA E CULTURA
E’ cosa risaputa, oramai, che la poesia è cultura. Come la letteratura in genere, come le arti figurative, come la musica, come tante altre manifestazioni umane che escono un poco fuori dallo schema della lettera commerciale, delle opere architettoniche frutto della speculazione edilizia, dei libri di propaganda politica, dei documenti di adulazione, degli scritti, infine, che hanno infimi scopi che esulano in parte o in tutto dalla manifestazione di arte pura. Proprio a proposito di questo, riporto ancora una volta ciò che ha detto il solito bontempone di provincia, autore di opere agiografiche quasi sempre stampate con contributo pubblico, naturalmente politicizzato, con ampi riferimenti bibliografici, postille e rimandi. Secondo costui Catello Nastro fa bassa cultura…Ebbene, cari lettori, questa osservazioni in primo tempo mi ha irritato un poco, a dire il vero, ma riflettendoci, alla fine mi ha inorgoglito. Fare cultura bassa, o cultura popolare, forse come voleva intendere il più nobile interlocutore, potrebbe significare non essere uno storico. Ed io non mi sono mai definito uno storico, specialmente di quelli che seguono un determinato filone per così dire specialistico. Non sono un ricercatore perché da decenni non sono più un topo da biblioteca. Non sono un famoso ed emerito docente, ma un modesto ex insegnante di lettere di scuola media. Non sono Batman ma un invalido civile. Non sono più un aitante giovane, ma uno che ha già superato i due terzi del secolo, tra molte traversie. Non sono un frequentatore di vita mondana, ma un semplice animatore e collaboratore artistico culturale del Centro Sociale Polivalente locale. Non sono un collezionista di grossi riconoscimenti nazionali perché non frequento certi ambienti . Eccetera…A questo punto il lettore si chiederà: ma allora chi sei? Cosa vuoi? Come ti inserisci nel contesto culturale? Potrei rispondere con un “Lei non lo sa chi sono io!!!” come fanno altri. Ma la mia modestia mi fa divieto assoluto. La mia profonda umiltà mi consente di scrivere versi un poco fuori dagli schemi della metrica tradizionale, racconti demenziali al di fuori della realtà, storia che sa più di satira che di ricerca, paradossi ed assurdità, citazioni ed osservazioni gratuite, asserzioni che esulano spesso dalla logica umana, denunzie incredibili sovente non suffragate da testimonianze concrete… Spesso uso anche un linguaggio grasso, da buon partenopeo, ma certamente non volgare come fanno certi mass media per fare “audience”. Ma io scrivo, cari lettori, per comunicare con gli altri. Da alcuni anni anche su parecchi siti internet gratuiti, come già ho accennato precedentemente, nei quali lo scrittore ed il poeta ( o quanto meno presunti tali) si possono confrontare con lettori di tutte le parti del mondo ricevendo commenti “on line”, non sempre positivi e per di più leggibili da tutti i frequentatori dei siti internet da ogni parte d’Italia e del mondo. Forse sarà vero che faccio bassa cultura, ma non sono vincolato, legato, sottoposto, schiavizzato a nessuno. Scrivo in libertà. Sempre in libertà. Forse i miei versi non li leggerà nessuno… Ma, come scrisse un grande uomo: “ …Meglio un poeta senza lettori, che un popolo senza poeti!!!”.
POESIA E SOCIETA’
In un mondo dell’informazione televisiva che ci propina a più non posso programmi avulsi non solo dalla poesia, ma anche dalla realtà, ricercatezze del cosiddetto gossip, oppure una cronaca quasi morbosa di eventi drammatici e addirittura luttuosi che scavano nel dolore solo per fare ascolto, cronaca di vita politica di chiara impronta spettacolare, con scene, dibattiti ed incontri-scontri poco edificanti se non addirittura poco educativi, eventi scioccanti, al limite della vita reale, per non parlare poi di film violenti oppure volgari, come ad esempio i film pornografici, dove il sesso diventa oggetto ed ostentazione smodata privata da qualsiasi componente poetica. Ci sta pure il film cosiddetto “erotico” che raramente, però lascia denotare una componente poetica. Esiste anche una letteratura erotica, ma chi non ha mai visto le riviste erotiche esposte da giornalai compiacenti che poi in fondo altro non erano che volgari riviste porno? Ma il mondo della poesia – fortunatamente – non è completamente assente. Autori come Moravia o Bevilacqua, film come “La vita è bella”, di Benigni, autori di poesie bellissime che spesso leggiamo nei vari concorsi ai quali siamo stati invitati in giurìa, rappresentano la speranza che ancora non tutto è perduto. E poi esiste la poesia della vita… Il pianto di un bimbo che ha fame, il sorriso di una mamma, il canto dell’usignolo, il mandorlo in fiore nel giardino sotto casa, una carezza bonaria di un padre al figlio o di un nonno al nipotino, un tramonto, un bacio candido tra due fidanzatini, uno sguardo d’amore con occhi teneri e languidi… I siti internet che ospitano le mie composizioni in versi sono decine, forse centinaia. In un mondo culturale come quello del Cilento, che pur conta poeti eccelsi a validi – non cito nomi per non fare torto a nessuno – sovente artisti come pittori, scultori, grafici vengono considerati come persone quasi anormali, mentre il poeta viene tacciato quasi di insana pazzia. Questo, fortunatamente, solamente negli ambienti dove il dio danaro è considerato al primo posto nella scala di certi valori che investono solo il mondo materiale escludendo quasi totalmente quello spirituale. Nelle varie manifestazione poetiche alle quali ho presenziato come autore, oppure come membro della giurìa se non addirittura come organizzatore, quasi sempre assieme al mio amico poeta, scrittore e storico del Cilento Antonio Infante, ho avuto modo di conoscere poeti validissimi che, coi loro versi, mi hanno comunicato emozioni incommensurabili. Nella terza età, collaborando col “Centro Sociale Polivalente città di Agropoli”, con la “Libera Università Internazionale di Arte, Lettere, Musica e Storia”, con la Famiglia Cilentana, col giornale “Il Cilento nuovo”, ed inoltre con varie associazioni culturali, con giornali e riviste letterarie, con diecine di siti internet, di cui uno dedicato ai nuovi poeti del Cilento, ed avendo, come pensionato, maggiore disponibilità di tempo libero, mi sto dedicando maggiormente alla pubblicazione di libri. Pensi il lettore che questo è il terzo edito nel 2007. La visione personale di eventi e cose, il prolungato elemento di substrato culturale, la sensibilità nel cogliere fatti rilevanti da piccole manifestazioni naturali, sociali o culturali, l’amore e l’odio, la rabbia ed il compiacimento, l’attenta osservazione di piccoli-grandi protagonisti del Creato, la voglia di dare un messaggio ai giovani, molti dei quali completamente assenti da un contesto socio-culturale, proprio perché in passato protagonisti di una deleteria latitanza scolastica da me svariate volte denunziata attraverso i miei articoli, vittime di una società materialista che considera la validità delle persone dalla cilindrata della propria automobile oppure dal numero e dall’età delle amanti, oppure dall’abito griffato che costa varie centinaia di euro, dalla pelliccia di visone o anche dalla qualità e quantità di oro e gioielli platealmente ostentati in serate mondane che di cultura rappresentano ben poco, la ferma volontà di riportare le nuove generazioni agli “antichi valori cilentani”, valori distrutti dal consumismo ma non adeguatamente sostituiti da altri non meno validi di quelli dimenticati – insomma, e concludendo – anche come vecchio professore in pensione, dalla scuola ma non dalla vita – le mie composizioni poetiche investono vari “settori” che così potrei schematizzare:
* ricordi e antichi valori cilentani
* amore e famiglia
* società
* natura ed ecologia
* introspezione
* religione e libertà
* comunicazione ed educazione
* gioia e tristezza
* satira e paradossi.
Sia ben chiaro, per il lettore attento ed oculato, che tutti questi settori non sono a compartimento stagno, ma nei miei versi si integrano formando addirittura componimenti di insieme in cui gli elementi sono inscindibili. Un giudizio sull’editoria. In Giappone, ed in molti altri stati, esiste una commissione ministeriale che legge, seleziona e fa pubblicare libri di poeti ritenuti validi. In Italia è quasi impossibile trovare un editore che pubblichi versi di un poeta sconosciuto e per di più di periferia. I siti che ospitano miei versi li potete trovare sui vari motori di ricerca. Infine: perché POESIE DEL TERZO MILLENNIO??? Questo lo dovete scoprire voi…Grazie per la lettura.
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POESIA SOCIALE
BAMBINI DEL TERZO MONDO
Bambini senza favole
occhi senza sorrisi,
domani senza speranze,
apatia di un mondo crudele..
Ventri rigonfi di fame,
rattrappiti arti barcollanti,
volti scheletrici rinsecchiti
bagnati solo da lacrime.
E’ questa una vita di merda
di esseri umani definiti incivili
o forse è siffatto il nostro mondo
che consente consenzienti abbandoni.
Ed è l’iniqua globalizzazione,
percorso obbligato di una civiltà in declino
che mai potrà dirsi evoluta
finché ci sarà al mondo un bambino che ha fame.
CHI SARA’ IL PROSSIMO
Chi sarà il prossimo ad aprire le danze?
Chi avrà il piacere di ballare il primo valzer?
Chi abbraccerà la principessa
che sospira con le spalle appoggiate alla parete?
E’ il tempo di ballare l’ultimo valzer,
di ascoltare i tre quarti del tempo,
di stringersi tra le braccia
e fare finta ancora di amarsi.
E’ giunta l’ora di presentarsi,
di comunicare agli altri il proprio nome,
di far conoscere i propri titoli nobiliari,
che tutti sappiano del pedigrèe.
Nel camino un fuoco fatuo s’accende,
riscalda i talloni delle nobildonne
e le chiappe rattrappite delle antiche signore
che aspettano il cameriere per un goccio di grappa.
E’ la storia dell’antico drink
che sorbiva nelle sere d’inverno
quando nemmeno l’amore
serviva a riscaldare il suo cuore.
Ora tutto sul teleschermo
si presenta triste lo sceneggiato,
recita così bene la parte di troia:
l’attrice non finge: è reale.
S’abbassi la tenda:
che schifo appare sul palco
d’un teatro classico, serio,
da tutti ritenuto alla moda.
Ma l’attore protagonista
non riesce a togliersi di dosso
l’artefatto costume di scena:
e come un pagliaccio abbassa il sipario.
E MAIL
E spareranno messaggi di pace,
si conosceranno senza conoscersi,
si ameranno senza vedersi,
scruteranno nell’animo
senza guardarsi negli occhi,
si affratelleranno
nella comune origine,
si scambieranno valori,
si doneranno idee,
butteranno le fondamenta
per il grattacielo dell’avvenire.
Sapranno gestire la ricchezza spirituale
triplicata dalla tecnologia?
Sapranno cogliere i frutti più dolci
del terzo millennio?
Sapranno rivalutare l’amore? …
GIOVANNI
Giovanni aveva una salumeria
guadagnava abbastanza
per sfamare moglie e tre figli
e pagare le tasse ed il fitto.
Giovanni per risparmiare
aveva smesso pure di fumare
di comperarsi una camicia nuova
di prendere il caffè al bar con gli amici.
Un mattino, fuori pioveva a dirotto
ed i piedi nelle scarpe bagnate
sembravano quasi navigare
sottratte al calore umano.
Nella salumeria disertata dalla massaie
per l’inclemenza del tempo
entrarono due loschi figuri
dal volto triste e accigliato.
Giovanni li guardò e pensò
che non erano venuti per mezzo chilo di pane
e tre etti di mortadella affettata
di quella in offerta speciale.
Erano quelli della sorveglianza privata
- così loro chiamano la cosca del pizzo –
ed imposero la polizza e l’infausta tariffa
a Giovanni tremante che per poco non svenne.
Dopo tre mesi, non potendo pagare,
Giovanni fu costretto a cambiare mestiere.
Ora lavora in nero in un cantiere abusivo
dieci ore al giorno per un tozzo di pane.
HANNO RUBATO LA PENSIONE A NONNA GIUSEPPINA
Nonna Giuseppina era andata alla posta
come faceva da anni ogni cinque del mese.
Come sempre indossava l’abito nero
per la recente morte del marito Tonino.
Aveva novant’anni l’antico consorte
quando volò nel mondo dei giusti.
Qualcuno spiò la lenta vecchietta
mentre riponeva nella borsa i soldini.
Appena scesa dal marciapiedi
stava per attraversare sulle strisce pedonali.
Dal motorino che passava veloce
s’allungò un braccio livido al centro.
Nonna Giuseppina fu spinta a terra
mentre il motorino s’allontanava nel traffico.
I SOGNI DEI VECCHI
Volano i sogni dei vecchi
tra grigie nuvole
turgide di pioggia
nel cielo tempestoso
che cede il posto alla notte.
Arrancando si librano nell’aria
appesantiti dagli anni
e rovinosi acciacchi
forieri della fine del viaggio
una volta dismessi dal respiro.
Con ali di cartone tremolanti
sorvolano campi di grano
vigneti verdeggianti di ebbrezza
case rigogliose di vita novella
al dolce canto di gridi di bambini.
E volano su spiagge una volta assolate
turbolente di canzoni d’amore
di baci non pianificati
di sorrisi elargiti ai vicini d’ombrellone
di corpi grondanti acqua di mare.
E volano sui verdi ricordi della giovinezza,
alla prima raccolta di un bocciolo di rosa,
al primo sfogliare di una margherita,
al primo mazzolino di fiori di campo,
al primo bouquet di fiori della sposa.
E volano al crescere dei figli impegnati al lavoro,
all’impertinenza dei nipotini viziati,
alla raccolta di giocattoli abbandonati,
alla partita a carte nel circolo del rione,
alla gita in torpedone del centro sociale.
Lasciamoli sognare i vecchi.
Con le ali di cartone non voleranno lontano.
IL GALLETTO
Fai il galletto
perché la mamma cretina
ti ha comperato il fuoristrada
coi soldi della speculazione edilizia
di quel disonesto di papà.
Fai il galletto
perché hai il centone in tasca
la carta di credito
ed il pacchetto di Malboro.
Fai il galletto
perché stai alla Sapienza
ed ha fatto pure due esami
in quattro anni.
Fai il galletto
perché hai la ragazza coi capelli ossigenati
e la minigonna così corta
che lascia intravedere le mutande.
Fai il galletto…
Chicchirichì dalla tua collina:
ma non ti sei accorto
che stai su una collina di merda.
IL GATTO ED IL PITBULL
Il gatto prendeva il sole
sdraiato sul pavimento
di cotto fiorentino
sul pianerottolo della scala
che da ingresso alla sala
al primo piano della casa di campagna.
Il gatto sembrava quasi dormire
non gli fregava niente dei topi
ruspanti dalla coda lunga
e gli occhietti spiritosi
come si vedono spesso in TV
nei programmi di cartoni animati.
Il pitbull, infame cagnaccio
dell’impotente figlio dei vicini di casa
degno compare del suo violento padrone,
prepotente camorrista a quattro zampe,
educato alla lotta e ad una assurda barbarie
l’agguantò al collo e con forti mascelle lo strinse.
Il gatto rimase immobile a terra
il suo sangue tingeva di rosso le piastrelle
mentre l’assassino inveiva sul rassegnato corpo.
solo gli occhi sbarrati nel vuoto a guardare il giardino
sembravano quasi chiedere il perché dell’atroce delitto:
“ Perché uccidi per gioia, tu, che non sei un essere umano?”
L’ARCA DI NOE’
E giunse il momento dell’imbarco.
trovò posto l’uomo
trovò posto la donna
trovò posto il leone
trovò posto l’asino
trovò posto l’agnello
trovò posto il cane
trovò posto il gatto
trovò posto il cammello.
Giunse il pidocchio
ed il guardiano lo fermò.
“ Sei pidocchioso – disse –
non puoi entrare nell’Arca di Noè! “
Il vecchio nocchiero
dall’alto della prora
guardò la scena, sorrise
e disse al guardiano:
“ Lascialo passare.
Nel mondo del domani
troverà posto anche lui.
Se non ci sarà il pidocchio
con chi si confronterà il saggio?”
LA NUOVA RESISTENZA
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando un innocente verrà accusato
di aver rubato i soldi dello Stato
ed un colpevole riderà sdraiato
all’ombra di un palmizio ai Caraibi
con l’indigena che lo sollazza di notte
ed il conto in Banca Svizzera
che lo soddisfa di giorno.
Inizia oggi la Nuova Resistenza
quando il colpevole tace
e l’innocente va in galera
quando l’elettore corrotto
manda il candidato corrotto in Parlamento
ed il cittadino onesto non compete
per paura di essere fagocitato.
Inizia oggi la Nuova Resistenza:
quando anche tu alzerai il culo
dalla poltrona del tuo egoismo.
LA PANCHINA
Stanno abbracciati all’ombra
della verde giovinezza,
sulla panchina sgombra
nella deserta villa comunale.
Ogni tanto uno sguardo fugace
sugli arrancanti vecchietti
che vincendo l’antica artrosi
si riposano appoggiati agli eucaliptus.
Poi tornano a guardarsi negli occhi,
a scrutare ribollenti pensieri
imbarcandosi sul vascello della fantasia
per immense distese marine lontane.
E il sole controlla dall’alto
riscalda e illumina il sentimento,
e da una rara nuvola di zucchero filato,
Dio, compiacente, li osserva e sorride.
LA TV DEGLI STRONZI
La TV degli stronzi
fa vedere i bambini invalidi per la guerra,
le madri piangenti, i vecchi morenti,
le fanciulle straziate, le ragazze violentate,
le case sventrate, le strade deserte,
gli ospedali sfollati.
La TV degli stronzi fa vedere Beautiful
e la partita di pallone di piedi miliardari,
il film violento e lo sceneggiato cretino,
il film porno, il telefono erotico
ed il filo diretto con le puttane del 144.
La TV degli stronzi non fa vedere
chi vende le armi ai cecchini
chi violenta le donne indifese,
chi si arricchisce col 144,
chi si deforma il cervello
vedendo il film violento.
LUI E’ INNOCENTE
Se il politico specula,
il ladro ruba,
lo spacciatore spaccia,
il falso tifoso fa violenza allo stadio.
Se il commerciante non fa lo scontrino,
la globalizzazione è iniqua,
i seni sono al silicone
e pure l’amore, spesso è recitato.
Se la ricca signora ama gli animali
e indossa una pelliccia assassina,
se compra la bistecca al suo cane di razza
e prende a calci il bastardo affamato.
Se la scuola non educa i giovani,
se la televisione fa programmi sguaiati,
se le istituzioni non funzionano,
se siamo tutti un poco sbandati.
Se sulla terra c’è chi muore di fame,
ed esiste ancora la guerra,
se viviamo in un mondo di merda,
il culo non c’entra: lui è innocente.
PEZZI DI RICAMBIO
Bambini abbandonati,
estirpati alle radici violenti,
trasbordati su una carretta del mare,
trapiantati a forza in un suolo non proprio,
schiavizzati dalle famiglie e dai compaesani,
venduti a trance al mercato dei trapianti,
vivisezionati, espiantati, violentati
nelle viscere più recondite,
privati dei polmoni, del cuore, dei reni,
della cornea.
Dottori di merda, traditori
del Sacro Giuramento di Esculapio
macellai di carne umana,
prostituti della loro professione.
La vita di un ricco vale di più
di quella di due poveri.
Una mamma sorriderà
al figlio che ritorna alla vita,
una madre piangerà
al figlio smontato, squartato, sezionato…
Pezzi di ricambio.
POVERUOMO
Non hai capito,
niente della vita
dell’illuso poeta
che incurante
delle fatue sollecitazioni
che fallaci lo attraggono
cammina quasi volando
a venti centimetri dal suolo.
Poveruomo
che t’affanni
a cumulare ricchezze
che i tuoi stupidi eredi
sperpereranno in gioco,
lussuose automobili,
alcol e puttane.
Guardati
allo specchio della coscienza:
fai schifo…
SALVATE IL MONDO
Salvate il mondo
dai guerrafondai
dagli speculatori
dagli imperialisti
dai menefreghisti.
Salvate il mondo
da coloro che inquinano il pianeta,
da coloro che affamano i popoli
da coloro che si arricchiscono
passeggiando sulla schiena dei poveri.
Salvate il mondo
dai mass media disonesti
da chi semina zizzania
da chi predica bene e razzola male
dai falsi preti e dai camaleonti.
Salvate il mondo
dalla cattiva globalizzazione
da chi vuole dominare
dai maniaci, dai pazzi,
dai falsi storici.
SIGNORE DAMMI LA FORZA
Signore, dammi la forza
di sopportare un uomo meschino,
una donna volgare,
di ascoltare un amico noioso,
di passeggiare con un tale presuntuoso,
di soccombere talvolta a un violento,
di subire un discorso offensivo,
di soggiacere per forza ad un compromesso,
di essere attore di una scena non mia.
Signore, dammi la forza
di poter vivere al sereno,
di godere della tua pace,
di poter praticare l’amore per gli altri,
di non dover calpestare le schiene dei poveri,
di non innalzarmi abbassando gli altri,
di cantare le tue lodi,
di vivere con dignità.
SULLE ALI DI UNA NUVOLA
Volteggiando
sulle ali di una nuvola
il cielo terso
e guardare in basso
il mondo che s’affanna,
che corre veloce
che prepara la guerra
che da solo
si butta nel baratro
della violenza
della speculazione
dell’ inquinamento
dell’autodistruzione.
Dovrò scendere
abitare tra i cosiddetti umani
spartire le loro usanze
i loro costumi
le loro cattive abitudini
le loro ipocrisie.
Dovrò scendere:
questo è anche il mio mondo.
TEMA.
IL MESTIERE DEL TUO BABBO.
SVOLGIMENTO.
Il mio babbo fa il pescatore.
E’ povero.
Non può comperarsi nemmeno
Il motore per la barca.
Quando torna a casa puzza di pesce.
Il mio babbo fa il contadino.
E’ povero.
Zappa dieci ore al giorno
ed è sempre stanco.
Quando torna a casa è pieno di terra.
Il mio babbo fa il falegname.
E’ povero.
Le tasse si mangiano tutto il suo guadagno.
Quando torna a casa porta un sacco di segatura.
Il mio babbo fa il muratore.
E’ povero.
Lavora in nero
e non è nemmeno assicurato.
Quando torna a casa ha sempre paura del licenziamento.
Il mio babbo fa il cravattaro.
E’ ricco.
Non lavora.
Vive col lavoro degli altri.
Quando torna a casa non porta mai la cravatta.
TERRA SANTA
Scannarsi nel nome di dio!!!
Ma quale dio ha detto scannatevi???
Contesa nel nome del temporaneo
movente pretestuoso il divino.
Giovani agonizzanti, vittime innocenti…
Chi sobilla la rivolta, chi cosparge di violenza la pace?
E cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte
e cadono a terra colpiti a morte…
Ed il rito sacrilego si rinnovella ad ogni scontro:
e un padre che piange il figlio colpito
da uno scellerato proiettile vagante,
e un giovane che giace a terra.
…………………………………….
…………………………………….
…………………………………….
…..dio non c’entra!!!
Basta ! posate i fucili ed afferrate la vanga.
Il terreno ha bisogno di essere rimosso.
Domani, concimato dalla pace, darà buoni frutti
e non chiederà di che religione siete.
‘O VASCIO
Quando sei nato in un basso
e vuoi salire più in alto;
quando sei nato povero
ed aspiri all’agiatezza;
quando sei nato morto di fame
e vorresti azzannare tre panini
traboccanti di fette di prosciutto;
quando sei nato nell’ignoranza
ed aspiri alla cultura, alla laurea;
quando sei nato lento
ed aspiri a correre nello stadio;
quando sei nato prigioniero
ed aspiri ad una dignitosa libertà;
quando sei nato in un basso
in un vicolo di Castellammare di Stabia
ed aspiri a comporre poesie,
lo puoi fare solo se tuo padre
ti ha lasciato in eredità
un grande insegnamento d’amore.
C’ERO ANCH’IO
C’ero anch’io
quando le bombe alleate
luttuosamente cadevano
da un cielo scuro e minaccioso.
C’ero anch’io
quando s’incominciò
a fare il pane
con la farina alleata.
C’ero anch’io
quando si iniziò
a dissodare il terreno
con le mani sanguinanti.
C’ero anch’io
quando i ricchi si arricchirono
ed i poveri diventarono più poveri
perché vivevano in cristiana comunione.
C’ero anch’io nel ’68,
quando si incominciò
a contestare uno stato
di ingiustizia propinata legalizzata.
C’ero anch’io
quando assassinarono
l’onorevole Moro
con dirette televisive.
C’ero anch’io
quando eliminarono Falcone
gareggiando allo stremo
le istituzioni traballanti.
Ci sono ancora…
per difendere i diritti dei nonni,
costituire nuovi centri sociali
aiutare i coetanei a concludere…
POESIA INTROSPETTIVA
ATTRACCHERA’
Attraccherà la nave della vita
al porto ultimo della quiete,
al bacino di carenaggio
per le unità marittime dismesse.
Getterà l’ancora
nei sabbiosi fondali,
bisunti da chiazze oleose,
pesanti, inquinanti, oscuranti.
Il capitano scenderà dalla scaletta
e come Wanda Osiris troneggiante
saluterà il corpo di ballo
e congederà il nostromo.
L’equipaggio già penserà
ad un altro imbarco
per mari lontani oltre l’equatore
per mete distanti ed infinite.
Dal molo il capitano triste
saluterà il fumoso futuro relitto
e penserà alle eterogenee traversate
ora col mare in quiete, ora in tempesta.
Un ultimo sorriso illuminerà
il solitario pensionato battello
dai fianchi arrugginiti
dall’elica stanca e consunta.
Quanti viaggi, quanti ricordi,
quante onde, quanta calma,
quanti porti, quanti marinai,
quante puttane agli ormeggi.
Un bambino scruta l’orizzonte,
quasi alla ricerca di un infinito lontano,
di mete misteriose, di porti stranieri,
di antichi vascelli a vapore.
Il capitano saluta e va via…
COSI’ SIA
Così sia, questa tua richiesta…
Hai voluto venire a cercarmi
nel bosco dei pensieri cattivi
come il lupo Cappuccetto Rosso.
Ed io ignaro ho atteso il tuo arrivo
sperando in un mondo migliore:
in un barlume di fiducia cosparso di nafta
già pronta a prendere fuoco.
Ma perché vieni ogni sera,
alla stessa ora al solito posto?
Forse speri di trovare il supplente
di questo essere umano indifeso.
E’ l’ultimo anelito di speranza,
impregnato di fede e fiducia,
che tiene a galla in questo mare
burrascoso, cosparso di merda.
Non sperare di portarmi a fondo,
non t’illudere di schiacciare
la mia testa caparbia nel flutto:
respiro e so ancora nuotare.
E allora va, e comunica il messaggio
al demone che qui ti ha mandata:
fagli sapere che io non m’arrendo
e che tengo la spada sguainata.
L’aspetto al varco l’infame,
che venga armato di lance e pugnali:
l’ucciderò, inesorabilmente, senza pietà,
con la residua forza del solo pensiero.
FORSE
Forse la gente come me
non ha più il diritto di vivere
perché non trova il coraggio
di continuare a vivere.
Forse nella tempesta
si scoraggia e s’abbandona
senza nemmeno avere la forza
di attaccarsi ad un relitto della nave.
Ma…mentre tutto già sembra perduto,
mentre le onde già incombono,
minacce terribili alla dignità dell’uomo,
ecco di lontano la barca delle fede.
Le onde s’abbattono sul relitto indifeso,
l’amletico dilemma si pone profondo:
essere o non essere:qui sta il problema.
Si riprende a nuotare tra le onde.
Non tutto è perduto: un sorriso d’amore
canotto di salvataggio afferri a forza
tra la schiuma delle onde:
all’orizzonte la quiete ecco appare.
Ti domandi chi sei, che fai,
in questo tragitto che è la vita.
E poi riprendi la spada dal fodero
e incominci a combattere.
Ma le onde son chete
chi sarà il prossimo nemico?
Quello che t’aspetta tra l’onde
o quello appostato sulla nave?
Ed ecco tra i marosi apparire,
lei, la sirena, la chimera fantastica,
l’illusione, la fantasia, l’amore,
l’orgoglio di essere ancora vivi.
GESU’ BAMBINO E’ TRA NOI
Gesù Bambino è tra noi!
Tra i ragazzi mutilati dalle bombe,
tra i profughi perseguitati,
tra le bambine prostitute,
tra i ragazzini stuprati dai pedofili,
tra i minori innocenti uccisi dalle faide,
tra i rapiti ai loro giochi dalla mafia,
tra gli asportati indifesi
dall’anonima sequestri,
tra i desaparesidos ,
tra i rapiti scomparsi
per i trapianti d’organi,
tra i “chi li ha visti”
dei mercanti di carne umana,
tra i poveri abbandonati dall’indifferenza,
tra gli indifesi della metropoli,
tra gli handicappati,
i figli dei carcerati,
i malati di AIDS.
Uno sguardo, un sorriso, un pezzo di pane…
Gesù Bambino è tra noi!
IL GRANDE TEMPIO
E pregheranno tutti nel Grande Tempio,
Cristiani e Musulmani, Ebrei e Buddisti,
Ortodossi ed Anglicani,Protestanti e Taoisti.
Fianco a fianco mescoleranno gli aliti,
al fumo dell’incenso, al profumo di preghiera.
Anche gli Atei pregheranno un dio
nel quale non credono e che non ascoltano.
Ed i cuori di tutti si solleveranno
e gli animi si innalzeranno al Massimo Creatore.
E tutti
- senza curarsi del colore della pelle –
- senza chiedere il perché del proprio credo –
- senza richiedere la provenienza culturale -
- senza guardarsi nel portafogli o nel conto in banca –
sorrideranno al Sole, alla Luna, al Vento,
all’Aria, alla Luce, al Calore, alla Fratellanza.
E Dio dal cielo sorriderà;
e Frate Francesco sorriderà;
e Padre Pio sorriderà;
e San Giuseppe sorriderà;
e Padre Giacomo sorriderà.
E Gabriele annuncerà al mondo
la nascita della tolleranza.
IL SECOLO CHE MUORE
Cosa ci ha portato
Il secolo che muore?
I film della guerra in Vietnam,
i nonni di Vittorio Veneto,
i pensionati della Seconda Guerra,
il morbo dell’AIDS, gli schiavi della droga,
i figli in provetta, computers ed internet,
la fame nel mondo, l’integralismo,
l’insofferenza, la guerra fredda,
i morti del sabato sera,
gli scandali rosa dei regnanti,
le scappatelle dei potenti,
le nefandezze dei pedofili,
i mariuoli di tangentopoli.
E poi…
Il Piccolo Grande Papa,
il volontariato, le grandi scoperte della medicina,
l’aiuto della scienza, la lotta alla sofferenza,
la ricerca della giustizia,
la globalizzazione,
la volontà di pace, l’unificazione dei popoli,
la riscoperta degli antichi valori,
l’ecologia, l’avvicinarsi della gente,
la partecipazione al dolore cosmico,
la riconversione morale dell’individuo,
la presa di coscienza dei cittadini del mondo.
E poi…
Cosa ci porterà
Il secolo che viene?...
IL TRESSETTE
Me ne andrò come Gianni,
seduto ad un tavolo antico
consunto dal tempo e dall’usura
di pugni sbattuti per rabbia
per una carta giocata male
per una svista compromettente
quattro amici in competizione
in attesa della chiamata definitiva.
Me ne andrò come Gianni,
senza un gemito, discretamente,
senza imprecare alla sorte,
senza tirare in ballo il destino,
chiamando il due di coppe,
una carta bistrattata, umile,
ma risolutiva di situazioni
compromissive, in attesa del trentuno.
Me ne andrò come Gianni,
tra il pianto degli amici,
lo sgomento dei cari,
la disperazione di chi l’amava,
il compianto dei compagni di gioco,
che gioivano ai suoi richiamo,
che godevano nella vittoria,
godevano nella sconfitta.
Me ne andrò come Gianni,
sorridendo alla vita che va via,
al sorriso dei cari, al compianto degli amici,
alla costernazione degli occasionali,
alla morbosa curiosità dei passanti,
alle lagrime versate dai compagni di tressette:
di quelli che prevalevano
e di quelli che soccombevano.
Me ne andrò in silenzio,
con dignità, vivendo,
una vita vissuta d’errori,
di fatua gloria frutto della poesia,
appendice fantasiosa
ad una vita fantastica.
Con tante sconfitte…
Con tante vittorie!!!
(15 giugno 2006 ore 23,24)
LA NOTTE E’ BUIA
La notte incombe sul mondo
che non ancora ha apprezzato la luce
e s’illude con una fioca e instabile lampadina
appesa ad un filo tremante dal vento.
La notte è buia e profonda:
le tenebre dominano senza sosta
e spingono gli esseri umani
ad un sonno menzognero e fugace.
La notte porta il sonno,
ma solo a chi dorme di giorno.
Al buio forse è meglio vegliare
e passare le consegne al pensiero.
Anche i ladri escono di notte.
Anche gli amanti escono di notte.
Anche i sonnambuli escono di notte.
Anche i topi dalle fogne escono di notte.
E’ un via vai di eterogenee attività
che se fossero produttive
eliminerebbero la fame dal mondo
ancora folto di assassini.
Di notte dormo e non dormo.
Di notte penso e non penso.
Di notte amo e non amo.
Di notte sono sempre sveglio.
Penso al malvagio che arranca nel buio,
al diverso che vorrebbe assopirsi,
all’amante che vorrebbe sfogarsi,
all’innamorato che vorrebbe volare.
E proprio sulle ali della fantasia
anch’io mi imbarco e dalla prua
della veloce nave del pensiero
m’illudo di essere il comandante.
Forse sbaglierò rotta,
m’infrangerò sugli scogli emergenti
dai flutti maestosi ed imperterriti:
ma devo continuare a navigare.
Devo trovare il porto della quiete
dove le onde del mare sono più blande,
e con la schiuma fugace che le accarezza
sembrano suonare a tempo di valzer.
Oramai il viaggio sta per finire.
Sovente ho intravisto all’orizzonte
il porto illuminato e stracolmo di navi:
ma non ho trovato mai il coraggio di attraccare.
Nuoto tra i marosi, relitto navigante,
superstite di una ciurma in ammutinamento,
e godo al volo vellutato e lieve
dei candidi gabbiani che volteggiano in cielo.
LA PACE
La pace non è un diploma:
se studi puoi conseguirlo.
La pace non è un lauto pranzo:
dopo ti senti sazio.
La pace non è un litro di vino:
all’ultimo bicchiere ti senti ebbro.
La pace non è la droga:
dopo la dose viaggi.
La pace non è la fuoriserie:
schiacci l’accelleratore e voli.
La pace non è la ricchezza:
puoi comperare tutto.
La pace non è una villa sontuosa:
ti senti un re nella sua reggia.
La pace non è una puttana:
l’orgasmo ti esalta.
La pace è alzarsi al mattino
e sorridere di gioia al mondo.
LA PREGO ,SIGNORA…
La prego, signora,
non venga a turbare
i miei sopiti pensieri
consunti dal tempo,
rosi dalle traversìe,
mutilati dagli affanni.
E’ tempo oramai,
di archiviare i ricordi,
di catalogare le immagini
su un meccanico cd,
di selezionare il colore
e di scaricare quelle sbiadite
che il cuore vuole cancellare
dalla memoria del proprio computer.
Addio, signora…
LE TENEBRE
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Non riesco più a dominare i pensieri
offuscati dall’ignoranza
di chi mi circonda
di chi ha abbordato la mia nave
già sconquassata dalle onde.
Anche la fantasia
è stata minacciata,
linciata, vituperata.
Sta per cedere alla violenza morale
di chi non riesce
a scrollarsi di dosso
la sua ciambella di merda
con la quale galleggia
in un lurido mare di piscio.
Lo sento nell’aria:
stanno calando le tenebre.
Spero solo di affogare
in un mare cheto,senza onde.
Immergermi nel nulla
e ritornare mittente.
LEI ERA BELLA
Lei era bella, vestita di rosso,
nel galà dei poveri stronzi
che s’illudevano di essere nobili
alla tavola rotonda di re Artù.
Che squallore vedere degli esseri umani
atteggiarsi a paladini del mondo:
che tristezza notare il pallore del volto
di squallidi servi prezzolati della gleba.
Marmaglia indolente vestita a festa
in alto portata da un capovolgimento politico
che non aveva risparmiato nemmeno
gli innocenti clandestini.
Sparare a mitraglia, colpirli nel cuore,
sbarazzarsi delle carogne ingombranti,
evitare le putrefazione perpetrata nel tempo,
di una storia che spesso racconta bugie.
Solo lei era bella, vestita di rosso,
in un mondo cosparso di nebbia,
dove anche arrancare nel buio,
diventava un enigma conturbante.
La chimera, nascosta in un angolo della casa,
fugace, fa la sua apparizione:
notifica il suo atto di dualismo esistenziale,
e poi nel vicolo oscuro delle tenebre scompare.
Lei era bella, vestita di rosso:
lieve danzava tra le sue coetanee,
mi guardava, ed io la guardavo.
Alla fine della serata si dileguò nel corridoio.
NASCE IL SOLE
Guarda:
nasce il sole.
Illumina la terra
riscalda la fronte
sorride al mondo
si riflette sul mare
abbaglia i viandanti
illumina gli amanti
prepara le tenebre
da fiducia al domani
rinverdisce le foglie
carica i muscoli al lavoro
abbronza i corpi nudi
intiepidisce le acque
da tepore alle coltri
riavvicina gli innamorati.
Guarda:
nasce il sole.
Per tutti…
OMBRE
Strane ombre incombono
nella notte dei sogni sereni
e rattristano momenti incontrollati
dominati dalla fantasia.
Oscure nuvole dal colore grigio
minacciose di gravidi temporali
provocano sussulti al cuore
insonnolito nel tepore delle coltri.
Ma è la regina della notte
sovrana assoluta del fantasticare
dominatrice rasserenante dell’inconscio
che viene in soccorso agli umani.
E il contrasto s’affievolisce
ed il turbinìo dei cattivi pensieri
sprofonda nel cestino dell’oblio
e nelle tenebre appare la luce.
Ma all’alba il risveglio sarà reale
quando ci riporta in un mondo fallace
e ipocrita nel suo andazzo materialista
sicchè preferiresti tornare a sognare.
QUANDO BACI TUO FIGLIO
Quando baci tuo figlio
nel cuore della notte,
lievemente,
per paura di svegliarlo.
Quando poni la tua mano calda
sulle rosse guance
e sorridi
al tremolio del contatto.
Quando lo guardi per ore ed ore
e sorridi al suo notturno sorriso
ed il tuo cuore batte
coi battiti del suo cuore.
Quando ti verrebbe voglia di svegliarlo
e dialogare con lui
per far sentire la tua presenza
per far sentire il tuo amore.
Aspetta l’alba:sarà più radiosa;
dagli un bacio:sarà più dolce;
fagli una carezza:sarà più vellutata;
abbraccialo:abbraccerai il mondo.
E’ la presenza del padre,
è la presenza di Dio
che fa crescere i figli
nel rispetto dell’amore.
QUANDO CHIEDERANNO DI ME
Quando chiederanno di me
dirai che ho amato il mondo
che sono vissuto di vita
che ho fatto tante cose
inutili
ma tante cose
incomplete
ma tante cose
disordinate
ma tante cose.
Che ho amato l’amore
ed ho odiato l’odio
che ho amato il giorno
e contemplato la notte
che sono vissuto d’amore…
QUANDO RIVEDREMO LA VERA LUCE
Sarà la nuova alba
con nuovi colori
nuova visione della vita
nuova gioia
e ci ritroveremo tutti affratellati
abbracciati nel macrocosmo.
Abbandoneremo i vecchi rancori
gli inutili egoismi
le futili ire
le fallaci ricchezze terrene
i motivi di falso orgoglio
la ricchezza materiale
l’evanescente bellezza fisica
l’inutile fuoriserie.
Sarà la nuova alba
e ci risveglieremo
più leggeri
più eterei
più sani
più nobili
più vivi.
Sarà la nuova alba:
ma non aspettiamo
il Giudizio Universale
per farla sorgere.
QUESTA E’ L’ULTIMA SCENEGGIATA
Quando calerà il sipario
e le corde verranno tirate
e la scena non riprenderà più luce
e gli attori non calcheranno più il palco
ed il suggeritore chiuderà per sempre il copione
ed il teatro rimarrà per sempre deserto,
umilmente, Dio, mi presenterò al Tuo Giudizio.
Sarà l’ultima sceneggiata,
perdono, se agiterò le braccia,
perdono, se alzerò la voce,
perdono, se cercherò di farmi credere.
Ma la mia vita è stata sempre una commedia:
una sceneggiata, come si dice a Napoli.
Tutti hanno fatto finta di credermi,
tutti hanno accennato un sorriso,
alla fine tutti hanno applaudito.
Perdono, Signore, se ancora reciterò,
se ancora mi illuderò.
Questa è l’ultima sceneggiata:
ma stavolta l’attore è sincero…
RESTA
Ti prego: resta almeno nei sogni
fantastica illusione di un bene mai avuto
di un libro mai letto
di un bicchiere di vino mai bevuto.
Resta pure a confortare la fantasia
l’unica amica che non mi ha mai tradito
l’unico frutto che non ho mai colto
l’unica amante di sogni proibiti.
Non chiedo palazzi e nemmeno ricchezze
gioielli automobili o ville da re
e nemmeno titoli nobiliari
o primi premi in gare internazionali.
Non voglio salire sul podio
per presentarmi protagonista al mondo
superare i coetanei e umiliarli
raccogliendo gli applausi della gente.
Non chiedo un immeritato successo
non chiedo possessi di cose materiali:
lasciatemi solo a vagare nei sogni
in compagnia della signora fantasia.
SENZA TIMONE
Procedo passo dopo passo,
calpestando lentamente
il nero dell’asfalto
che imperterrito si ritrae
e caparbio si prolunga.
All’infinito scruto il quadrivio
ma non mi pongo quesiti
amletici conturbanti interrogativi
su probabili scelte da farsi
una volta raggiunta la meta.
Sono un vascello senza timone
che procede scivolando
sui marosi spumeggianti
per la brezza che incalza
e che incute imminenti naufragi.
Ma è la Stella Polare
alimentata dalla luce della Ragione
che illumina il mio percorso di Fede
e mi spinge imperterrito
ad arrivare al traguardo finale.
Ed alla prima pozzanghera
saltello e procedo al quadrivio.
UN’OMBRA LONTANA
E quando la terra
sarà solo un’ombra lontana
forse di me resteranno
versi sepolti
tumulati in una scatola di cartone
che ospitava allineati
detersivi biodegradabili.
Un sorriso alla vita…
Cin cin!!!
UN RELITTO
Come un relitto
dopo un naufragio
avvolto da tristi pensieri
mentre sinistri volatili
ombreggiano il cielo grigiastro
immenso scenario
dell’alternarsi delle vicende umane,
attracco all’imbarcadero della tua pazienza,
ormeggio al tuo affetto,
butto la cima al tuo amore.
Il porto della quiete…
CAVALCHEREMO GLI AQUILONI
Quando eravamo bambini
e i rumori della guerra,
gli echi dei bombardamenti,
i giochi infantili,
le ristrettezze e la paura
ci costringeva a restare richiusi
nei bassi popolari ed affollati,
sognavamo di cavalcare gli aquiloni.
E la fantasia ci portava nei cieli tersi,
a mirare il paesaggio sottostante,
ad ubriacarci dei raggi del sole,
ad illudere la fame incalzante,
a visitare il mondo dall’alto,
a guardare il mondo che annaspava,
le barche dei pescatori arrancare sul mare,
le zappe dei contadini affondare nei solchi.
I campi di grano sventrati dalla guerra,
con grossi crateri piangenti,
sostituito il moschetto alla vanga,
concimati col sudore della fronte
dei genitori motivati al lavoro
da imperterriti pianti di bimbi,
dopo mesi sorrisero grano.
E le mamme dimenticarono
il volto scarno dei figli,
ed i padri superstiti all’eccidio
vangarono giorno e notte
con risoluto e motivato vigore,
e le nonne continuarono a raccontare
agli innocenti nipoti con gli occhietti sbarrati
la solita storia del lupo cattivo.
NEL BUIO DELLA NOTTE
Come i sonnambuli
che vagano nell’inconscio
della notte buia e senza lumi,
come i topi che approfittano
dell’assenza di luce diurna
per intrufolarsi, sgraditi ospiti,
nelle dispense campagnole,
fornite di cibi sani e senza conservanti,
come i guardiani, che per quattro soldi,
difendono la ricchezza dei ricchi,
come le puttane, che vendono l’amore
offrendolo in offerta speciale
come un vile prodotto discount
non pubblicizzato in un supermercato
di estrema periferia frequentato
da vecchi con la pensione sociale
o da extracomunitari che devono risparmiare
anche sul cibo per mandare quattro soldi
al padre piangente o alla madre morente,
anch’io vago nel buio con la mente offuscata
da una incalzante miriade di pensieri
che coinvolgono uno sguardo, un sorriso,
ma anche il dramma del cosmo.
Vago, come uno sbandato, nel buio della notte,
aspettando che l’alba radiosa e gloriosa
lentamente s’avvicini e s’accorga di me.
POESIA ECOLOGICA
CATECATASCIE
“ Catecatascia scinne abbascie,
che ti do lo pan del re,
lo pan del re e de la regina,
catecatascia vieni vicina. “
…addio lucciola svolazzante
piccolo aereo, vivente, notturno,
rallegrante, luminoso, gioioso,
che i bimbi una volta amavano
un poco imprigionare sotto un bicchiere.
…addio lucciole volanti
prime vittime dei diserbanti!
Nella Piana del Sele avvelenata,
addio, pacifica banda sgominata!
FRASCINELLE
Amo la mia valle
col vento d’autunno
che spinge sui balconi
le foglie ingiallite
della quercia centenaria
che minacciano di tagliare.
Amo la mia valle
col freddo gelido d’inverno
che porta i passerotti sul davanzale
alla ricerca di briciole minuscole
cadute dalla tovaglia
della tavola imbandita.
Amo la mia valle
coi primi raggi del sole di primavera
che svegliano i rami dei mandorli,
dei peschi e dei ciliegi
e danno il via al concerto notturno
dei deliziosi usignoli maestri solisti.
Amo la mia valle
con la calura della rumorosa estate,
le discoteche assordanti,
le coppiette di innamorati appartati
ed il vecchietti al tramonto
che vengono a respirare
la frescura di alberi secolari.
GLI ASSASSINI DELLE FAVOLE
Il lupo è in estinzione:
hanno distrutto la favola
di Cappuccetto Rosso.
La balena è quasi scomparsa
dalla faccia della terra:
hanno distrutto la favola di Pinocchio.
Hanno rinchiuso il leone
dentro una gabbia angusta
di un circo di periferia:
hanno distrutto la favola
del Re della Giungla.
Hanno cacciato fino alla distruzione
l’elefante maestoso dalla sua foresta
per rubargli due zanne d’avorio:
hanno distrutto la favola
del Gigante con la Proboscide.
Anche l’asinello, arruolato
nell’esercito delle mortadelle
dal volto scuro al polifosfato,
è scomparso dai prati verdi:
hanno distrutto il Nostalgico Raglio,
potente ruggito di un nostrano
leone pacifista.
Cappuccetto Rosso con la minigonna,
Pinocchio su una moto di grossa cilindrata,
Sandokan con l’Elefante elaborato al computer
che barrisce in stereofonia,
il Lupo finito in una canzone di Lucio Dalla,
ed il più sfigato, come sempre, l’asinello,
ulteriormente declassato
a simbolo di politicanti nostrani.
IL MANDORLO IN FIORE
Quando osservo
per ore e per ore
affacciato al balcone
della casa di campagna
il giardino fiorito
col mandorlo in fiore,
don Peppo il vicino
mi accusa d’insania
dicendo sei scemo
che stai a guardare
un vegetale senz’anima.
O don Peppo don Peppo
lo scemo sono io che godo
d’amore per la primavera incipiente
le api gaudenti e gli uccelli felici
che svolazzano in festa sul mandorlo in fiore
o lo scemo sei tu
che godi indecente per uno spot sguaiato
o un programma cretino seduto all’oscuro
davanti alla stupida TV?
NEVE
E’ neve
sul davanzale della finestra.
candida, pura, bianca,
lieve, soffice, morbida.
E’ neve
che cade dal cielo
rattristato dalla cattiveria
di chi non ama.
E’ neve
che in un attimo verrà annerita
dallo smog delle industrie,
dagli scarichi delle automobili.
E’ neve
che presto perderà il candore
per colpa di chi non ha capito
l’essenza verace della vita.
POESIA SATIRICA
BALLA
Balla…
L’orchestra suona solo per te.
Balla…
Attiri gli sguardi degli uomini.
Balla…
Più godono e più godi.
Balla…
Qualcuno uscirà con te.
Balla…
Il sudore ti scioglie il trucco.
Balla…
La serata sta per finire.
Balla…
Domani potresti restare a casa.
LO ZOO
L’altro ieri ho incontrato
il direttore dello zoo di Berlino.
Era arrivato assieme alla sorella
anziana vedova da tempo convivente
con un metalmeccanico pensionato
invalido e nullatenente.
Il Mercedes era di modello vecchio
di quelli eleganti che somigliano
alla più nobile Jaguar del ’63,
argentata ma non metallizzata.
Gli animali in gabbia soffrono
- ha detto a Bruno Vespa a “Porta a Porta” –
mangiano troppo ed il colesterolo
è aumentato più della glicemia.
Nessuno pensa a loro perché non votano.
Ma in compenso non pagano le tasse
non sono considerati immigrati clandestini
ma piuttosto ospiti curiosi deportati.
Un bimbo elegante con la badante Filippina,
si fermò davanti alla gabbia di un orso bianco
e disse: - Il sono il figlio di un dottore luminare,
primario in una clinica per miliardari… -
L’orso sorridendo gli rispose: - Non credere…
Anche tu se tra le sbarre prigioniero.
Prima che l’uccidessero senza motivo
i bracconieri, mio padre era un Poeta… -
VORREI
Vorrei che il piccolo bastardo
divorasse il pitbull,
che la cicala di buon mattino
andasse al lavoro con la formica,
che il ricco mangiasse avidamente
le rimasuglie del povero barbone,
che la bella bionda provocante
si cospargesse i capelli di cenere,
che l’uomo sfortunato vincesse
il primo premio della lotteria,
che il ricco sfondato vedesse
le sue azioni crollare in borsa,
che la mucca pazza, ma innocente,
non fosse rinchiusa in manicomio,
che ai fautori della globalizzazione
ingiusta cadessero le palle,
che l’inquinatore dell’aria vivesse
con la puzza di merda sotto il naso,
che al contadino che usa troppi diserbanti
seccassero tutti i cavoli,
che il povero uccello superstite, in volo,
pisciasse in testa al cacciatore.
POESIA D’AMORE
E PACE SIA
Mi guardi
ti guardo.
Mi sorridi
ti sorrido.
Mi porgi la mano
ti porgo la mano.
Mi abbracci
ti abbraccio.
Mi bagni la spalla
con le tue lagrime.
Non parlare.
Ho capito.
E pace sia.
FILI D’ARGENTO (ricordando Torino)
Fili d’argento
adornano il capo
corollario a qualche incipiente ruga
ad un sorriso più sereno
ad un volto rigato dalla preoccupazioni
ad un animo meno ribelle.
Fili d’argento
prendono il posto
alla lunga chioma d’oro
rapita dal vento
all’ombra di un ciliegio
sulle colline astigiane.
Fili d’argento
ricordi di un passato
quando lottavi al mio fianco
nell’intemperie piemontese
e con me gioivi
nell’innalzare il vessillo della vittoria.
Fili d’argento
accarezzo mentre dormi
e sogni di un tempo
oramai passato.
FIORI DI CAMPO
Un fascio di rose rosse
comperate con la carta di credito
nel più costoso negozio Interflora
e recapitato dal mio maggiordomo in livrea.
Un pensiero d’amore
trascritto su una lamina d’oro
inciso a caratteri delicati
in un artistico corsivo.
Come cambio solo un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
nei quali rifulge il cristallino
reso ancora più vivo dall’emozione.
E poi fotografare l’attimo
del passaggio di mano
del fascio di rose rosse
illuminato dal tuo sguardo.
Un mazzolino di fiori di campo
a forza raccolti nel prato
chinando il busto del corpo
chiedendo il permesso all’artrosi incalzante.
Policrome figurine recise tra l’erbette
tra l’indice ed il pollice raccolte
a guisa di stelle acconciate,
nel cellofan dell’amore composte.
Anche questo è un messaggio d’amore,
un presente per dirti che t’amo,
per avere in cambio un sorriso,
in ricordo del tempo passato.
Anche se le rughe invadono il viso
e l’artrite non consente una fuga
ed il tempo ha spento la fiamma,
questo è solo per dirti che t’amo.
Che m’importa se il mare è in tempesta,
se in viaggio ho bucato una gomma,
se talvolta mi sono adirato
e ogni tanto non ci siamo capiti…
Ora è tardi per correre ai ripari,
per fare un’analisi degli errori passati,
per passare tristemente in rassegna
tutti gli errori che ho combinato.
Un modesto bouquet di fiori di campo,
animatore del monotono verde
rigoglioso nel giardino di casa,
per farti capire ancora che t’amo…
I TUOI OCCHI RISPLENDONO
Eppure incominciano
a calare le tenebre
e la luce, stanca,
ritorna a dormire
nel suo letto di sabbia fine
col capo appoggiato
alla verde collina
per cuscino le siepi odorose
di mirto e biancospino
coltri le nuvole leggere.
Ninna nanna melodica
un coro di usignoli
interrotto – nota stonata –
dal verso sinistro di una cornacchia
insonne da un ramo all’altro
di un triste albero semispoglio
pensile albergo dell’ilare pennuto
lugubre nunzio di tristi presagi.
Solo i tuoi occhi, mentre dormi,
risplendono illuminando i tuoi sogni.
IL CARRO DELL’ORSA MAGGIORE
Partiremo col carro dell’Orsa Maggiore
il litorale sarà la nostra autostrada
le onde del mare la propulsione
il cielo il nostro tetto
le stelle filanti i segnali di tappa
la brezza la nostra aria condizionata
l’autogrill la nostra piccola oasi di verde
il canto dei notturni usignoli l’autoradio
il casello la sosta per un sospiro
le coppie d’innamorati distesi sul lido
il parcheggio non custodito
la luna nel cielo il segnale di stop…
ed il risveglio al semaforo.
PAGINE SBIADITE ( verde età)
Sono solo pagine sbiadite dal tempo
consunte dai troppi ricordi
dagli spigoli consumati
per l’affannosa consultazione.
Sarà stato l’effetto del tempo
o dell’età che imperterrita avanza
dei ricordi che incombono grevi
o dell’amore che tarda a lasciarmi.
Eppure toccavo i capelli
soffici e scuri come una notte d’estate
e godevo al contatto della mano
che percorreva il tuo volto caldo e pudico.
Dove stai, adesso, Patrizia…
forse le rughe avranno invaso il tuo volto
e lo sguardo non sarà più intenso
ma proiettato in un passato lontano.
Torna, ti prego, ogni tanto,
a riempirmi i vuoti del cuore,
ad illuminare le grigi giornate
quando emigrante vagavo nella nebbia.
Lo so che è sera avanzata
che oramai siamo alle ultime battute
ed il sipario, alla fine del terzo atto,
inflessibile calerà sulla scena.
PETALI (ad una poetessa)
Una pioggia di petali
di rose scarlatte,
strappate dal vento
di tramontana
scendono
dal tuo balcone fiorito
eteree, leggere.
Alitano nell’aria
la vita del polline,
come fiocchi colorati,
deltaplani monocromatici
sospinti dalla magia
delle vaganti correnti
infinite nello spazio.
Solo le tua labbra
s’incontrano e si schiudono
seguendo le note di Mozart
ma restano immobili
senza sospiri,
senza promesse,
senza speranza.
Le rose rosse scarlatte
con lo stelo affievolito
si chinano al vento.
Ed io ti guardo,
sospiro e m’immergo
nel roseto
tra le tue spine…
RICORDO (ad una signora di Acerra)
Non ricordo
le sembianze del tuo volto
né l’espressione dei tuoi occhi
o il rosso delle tue guance
e l’oro dei capelli.
Ricordo solo
la dolcezza delle tue parole
quando mi parlavi
dei tuoi cari
ed io rimembravo
l’affetto dei miei.
STELLA ( a Rosa)
Tu
sei la stella
che mi guida al mattino.
Tu
sei la stella
che m’illumina il giorno.
Tu
sei la stella
che mi veglia di notte
mentre ti sogno
nel firmamento
la più splendente.
Tu
sei la stella:
la mia stella.
TELEFONARTI (ad una sconosciuta)
Telefonarti
da un oceano all’altro
e sentire la tua voce
varcare le nuvole
solcare il mare
attraversare l’aria
giungere al mio cuore.
Guardare nell’animo
e i tuoi occhi sorridere
le tue labbra socchiudersi
nelle affannose pausi
che permettono all’amore
di riflettere sulla lontananza
dei nostri sentimenti abbarbicati.
Noi…
Così lontani…
Così vicini…
UN SORRISO ( a Rosa)
Regalami un sorriso
con gli occhi tuoi splendenti
che mi riportano alla mente
l’azzurro del mare cheto.
Guardami negli occhi
con lo sguardo tuo pudico
e con le guance rosse
che sanno di primavera.
Sullo schermo del tuo volto
illuminato dalla gioia di vivere
nello specchio dei tuoi pensieri
si riflette la purezza del sorriso.
Profumo di primavera
cosparsa di petali di rose
rigogliose di rugiada
si espande nell’aria tersa.
E i tuoi occhi ora mi parlano
e mi comunicano del tempo passato
e mi invitano al ricordo
e mi portano nella verde vallata della giovinezza.
Non un poco di nostalgia
non un pizzico di tristezza
non un attimo di ripensamento
non un ricordo lacrimoso.
Ora che le foglie sono cadute
ed i rami sono rimasti orfani,
s’intravedono i nidi arrampicati
a ricordo dell’elaborazione di primavera.
Non importa se l’autunno pervade
se dagli alberi son cadute le foglie:
io ti guardo e più ti guardo
e più ricordo la primavera vissuta.
IL NOSTRO AMORE ( a mia moglie)
Il nostro amore antico
come i ruderi del castello
perennemente abbarbicato
sulla cima maestosa
del colle prospiciente
il mare di Agropoli.
Il nostro amore forte
come gli imperterriti scogli
a difesa della sabbia sottile
contrastanti le onde
musicalmente alternanti
nelle serate d’inverno.
Il nostro amore dolce
come le rosse ciliegie
del nostro giardino
raccolte dalla tua mano protesa
in alto, verso Dio, nell’azzurro
di primavera inoltrata.
Il nostro amore caldo
abbronzato dal sole d’agosto
infuocato sulle spiagge del Cilento
con le canzoni degli anni sessanta
che raccontavano storie d’amore
agli innamorati sul lido.
Il nostro amore ardente
appassionato dagli anni ruggenti
con sguardi comunicanti
infuocate passioni mai sopite
ristagna cenere ancora calda
in fondo al camino di fine autunno.
SALVE, REGINA ( a mia moglie)
Salve, regina
di un regno lontano
con ricordi sbiaditi nel tempo
consunti da pensieri recenti,
affievoliti col passare degli anni
con le foto appese alle pareti
in un museo di tempi felici.
Ora che le rughe ti solcano il viso,
e gli occhi una volta fulgenti
si nascondono sotto le lenti,
e l’incedere un tempo regale
conosce l’aritmia degli anni,
e l’oro dei lunghi capelli
ha lasciato il posto all’argento,
e le labbra in primavera purpuree
si screpolano all’assalto del maestrale,
e la fiamma che ardeva la passione
giace cenere in fondo al camino,
l’alba, una volta radiosa,
s’avvia al sereno tramonto.
Salve, regina
di un regno lontano
quando al mio fianco lottavi
per sconfiggere i giganti del bosco
e gioivi, fiera e sicura,
nel vedere il nemico fuggire.
Ora che anche il tuo re ha posato lo scettro
torniamo a dormire.
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