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martedì 17 aprile 2012

Ecologia caprina...

LA CRAPA CHIANGIULENTE



‘Nu pastore re li culline re lu Celiento,

‘nu juorno purtanno l’animali a pasculare,

verette ‘na crapuscedda arreta

a ‘na chianta re castagna, ca’ chiangìa.



“ Tu ca si’ ccrapa e nun capisci nienti,

nunn’avissa chiangere propeto pe’ nisciuno,

tu hara penzari sulo a fare latte e figli,

pe’ serve pe’ lu’ pranzo re li feste.”



“Lu ssaccio ca pure tu tieni raggione,

ca’ chisto sulo e lu restino nuosto,

sulo chisto è re la crapa lu mestiere



Ma l’auto juorno hao visto ‘nzimm’à stu prato,

‘nu ‘ngigniere cu’ ‘na rullina mmani,

ca’ mmesurava propeto gruosso ‘nu quadrato.



Si acca’ ‘ngè fano ‘na villa pe’ gghire a lu mari,

nuiautre crape addò ne jiamo a pasculare?

Cu lu ccimento manco l’erva cresce.”



Tieni raggione, crapuscedda mia:

ma l’omeno è accussì stupiro

e nun penza a cheri ccose.



Penza sulo a la machina, a la casa grossa,

a la villa cu’ lu’ tirrazzo e la piscina:

ma nun lu ssape ca r’accà facimo la stessa fine.



Catello Nastro



TRADUZIONE dal dialetto cilentano



Un pastore delle colline del Cilento con vista mare, portando i quadrupedi a pascolare in un verde prato, vide una capra che, dietro un castagno piangeva. “Tu che sei una capra stupida non dovresti piangere proprio per nessuno ma pensare solo a fare latte e partorire figli che serviranno come pranzo dei ricchi. ”Osservò il pastore. “Tu hai ragione – riprese la capra. Ma devi sapere che l’altro giorno ho visto un ingegnere con la rullina in mano che prendeva misure per grossi edifici. Se copriranno di cemento queste verde collina, dove andremo a pascolare?” Il pastore capisce il lamento della capra e pensa che l’uomo farà una brutta fine pensando solo al lusso non rispettando la natura.”

domenica 13 novembre 2011

Poeti del Cilento

CAPIRAI…



Capirai, un giorno non lontano,

la sofferenza fisica e morale,

i quiz che la vita ti propone

ed ai quali non sai dar risposta.



Capirai come si può osservare un fiore,

al mattino, nell’orto, appena alzato,

e godere del suo profumo e dei colori,

nell’armonia della natura ormai esplodente.



Capirai come si può amare un cane,

anche randagio, che scodinzola,

per acchiappare un’anonima carezza,

in un mondo indifferente e senza fede.



Capirai il sole che si alza la mattina,

per maturare le spighe di grano già dorato,

nei rigogliosi campi coltivati

per produrre il più umile degli alimenti.



Il pane…



Catello Nastro

domenica 9 ottobre 2011

Poeti del Cilento: GINO VIVOLI

IL FICO



La gente del borgo

era orgogliosa e raggiante

perché poco lontano viveva un fico

che sembrava un gigante.



Ho chiesto alla gente

che viveva nella borgata

e tutti dicevano che il fico

c’era sempre stato.



Tutti lo amavano

come un monumento nazionale

anche perché a loro

non faceva alcun male.



Quando la calura era soffocante

sotto il suo fogliame

trovavano frescura

il paesano e il viandante.



Quando ero ragazzo

ricordo con tristezza

perché di quel ficone

avevo fatto la mia fortezza.



Tutta la gente

che passava da quel posto,

era consuetudine

fare una piccola sosta.



Dopo essersi rinfrescati

un pochettino

ognuno di loro riprendeva

il suo cammino.



Su quel fico gli uccelli

venivano a mangiare

e quando arrivava la sera

venivano a riposare.



A tutti quell’albero

era importante,

agli uomini, agli uccelli,

al viandante.



La natura con l’uomo

è stata molto benevole

E larga di mano, ma purtroppo

quasi mai ce ne accorgiamo.



Ancora una volta l’uomo

fa il suo corso

E per quel fico oramai

non c’era più posto.



Quando si dice d’essere

nato sfortunato…

Il povero fico doveva cedere

il posto all’autostrada.



La gente del borgo

era furiosa e indignata,

nessuno voleva

quell’inutile autostrada.



Eran tutti decisi

anche alla violenza,

che di quel fico nessuno

voleva restar senza.



Su sa che l’uomo,

per il suo tornaconto,

non ci pensa

né poco né tanto.



Una brutta mattina,

senza preavviso,

quell’albero gigante

era stato già reciso.



Per l’aria si diffondeva

un odore di segatura,

ma si sa che con l’uomo

si cozza contro un muro.



Gente,

ma fermatevi un momento,

il tempo Iddio ce l’ha dato

in cambio di niente.



Certo ne abbiamo combinate

alcune senza fondo

che questo pianeta

non mi sembra ormai più tondo.



Siamo eredi

di un mondo senza freni

e tutti quanti

siamo responsabili più o meno.



Quello che il Signore

non ci perdona mai,

è che abbiamo ridotto

il mondo come un letamaio.



Se ci fermassimo solo per un momento

ad ammirare la natura ed il creato,

ci accorgeremmo

di quanto abbiamo sbagliato.



Ora per quella autostrada

le macchine volano come il vento,

ma di quel fico

nessuno sa più niente.



Se mai un giorno

rinascerò su questa terra,

in qualche loco, amici miei,

ci penserei un poco.



Gino Vivoli

4 gennaio 2003

*****

L’uomo, ovverosia l’egoismo e l’indifferenza.